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Racconti horror

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Il febbrile amante

I
(La proposta d'incontro)

Caro febbrile amante,
ieri, per un soffio, Giordano non ha scoperto la tua lettera. Lui stava cercando non so che in un cassetto della nostra camera, e c'è arrivato davvero vicino. Ti giuro, per un attimo ho pensato che le avesse viste, tutte quante, ma che facesse finta di niente. Ho persino immaginato che sarebbe tornato a cercarle quando fossi uscita di casa e così, per non correre rischi, le ho messe in un posto più sicuro. Sai, non so cosa potrebbe accadere se le scoprisse. Alle volte credo che dovrei sbarazzarmene del tutto, magari bruciarle subito dopo averle lette, ma poi penso alle cose meravigliose che mi scrivi, alle sensazioni che mi trasmettono le tue parole, e non trovo più il coraggio di farlo.
Quando sono a letto, la sera, prima di addormentarmi, penso a come sarebbe se LUI non ci fosse. Immagino quante cose potremmo fare se solo ne avessimo il tempo, e soprattutto la possibilità. Non m'importa come sei, alto, basso o con i capelli rossi. So solo che quello che provo per te è qualcosa di speciale... credo che possa solo amare una persona così sensibile.
Non ce la faccio più a portare avanti questa mia esistenza divisa tra lui e la mia casa.
Ah, stavo per dimenticarmelo. L'esame non è andato affatto bene, mi hanno bocciata. Del resto, non riesco ad impegnarmi nella giusta maniera. Avrei bisogno di tempo, di tranquillità. Tra lui e Richi non riesco ad avere cinque minuti per me e finisce sempre che la sera sono stanca morta e non ho più la forza di mettermi sui libri.
Non voglio annoiarti con i miei fallimenti. Tu mi scrivi sempre cose meravigliose, e io sono puntualmente qui a lamentarmi. Piuttosto, dimmi, quand'è che mi hai vista, l'altra mattina? Sei sicuro che fossi proprio io? Beh, forse ti ho fatto una domanda sciocca, ma il fatto è che mi hai descritta come una rara bellezza, e io... ecco non mi vedo proprio in questo modo. Non mi sento bella, nè tanto meno rara. In questo periodo, poi, meno ch

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La donna ideale

Era giovedì, per la precisione il terzo giovedì del mese e il cielo non prometteva nulla di buono. Dalla finestra vedevo brutti nuvoloni e cominciava anche a fare freddo, specialmente al mattino, fuori dal letto, e tutto ad un tratto, proprio in quel momento, mi sembrò che l'inverno fosse già arrivato, malgrado fosse da poco passata la metà di Settembre.
Seduto su una poltrona in pelle nera, decisamente comoda devo dire, guardavo fuori chiedendomi che cosa facessi in quel posto. Cercavo forse una giustificazione? Oppure una ragione da pescare nel mio passato di bambino per dare una spiegazione a certe cose?
"Vada pure avanti quando crede, signor Martino"
Proseguii il mio racconto con la vana speranza che forse questa volta avrei cavato un ragno dal buco, come si dice, cioè avrei capito forse qualcosa in più su di me, su come funzionasse (o non funzionasse) la mia testa.
"Eravamo arrivati al portico, era domenica e suo padre se ne stava."
" comodamente a leggere il giornale.." Continuai.
"C'è un bambino vero? È lei, è il piccolo Martino, o Marti, come di solito la chiamava sua mamma"
Non risposi.
Guardai fuori, attraverso la finestra e in un momento tutto fu avvolto da un bagliore giallognolo, mentre la voce del mio psicanalista mi arrivava attutita, stranamente ovattata, come ricoperta da un manto di neve.
"Allora lo vedi quel bambino? Non lo riconosci?"
Mi sembrò di tornare indietro negli anni, quando ogni tanto mio padre mi faceva vedere i filmini in bianco e nero che faceva a me o alla mamma. Adesso era come allora, immagini sbiadite su un lenzuolo che oscilla lentamente.
"Che cosa sta facendo?" Mi chiese a voce bassa.
Non riuscii ad aprir bocca, letteralmente incantato da quella visione. Percepivo solo la sua voce lontana come un eco.
"Secondo me è un bambino molto felice, non credi? Guarda come corre allegro nell'erba, con il sorriso sulle labbra e i capelli al vento. È una bella giornata, splende il sole e il cielo è azzur

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Il Barbecue

I

Andy e Linda non erano mai stati tipi molto socievoli. Da quando si erano trasferiti in quel quartiere (ed erano passati ormai oltre tre mesi) avevano parlato si e no un paio di volte con i vicini. Andy, faceva il ragioniere e lavorava nello studio di un ex compagno del liceo, che però non si era fermato al ginnasio come lui, ma era andato avanti negli studi, aveva preso una laurea in economia e commercio e adesso aveva un piccolo studio che cominciava a ingranare.
Linda aveva fatto diversi lavori, principalmente la commessa (in verità per un certo periodo anche l'aiuto estetista), ma da quando si erano trasferiti nella nuova città non le era ancora riuscito di trovare un impiego full time e per ora lavorava tre pomeriggi a settimana in un negozio di alimentari.
In verità il fatto che Linda non lavorasse full time non costituiva un grosso problema: non erano spendaccioni e se la cavavano abbastanza bene anche così. Era più che altro per non rimanere a casa a far niente tutto il giorno e per la soddisfazione di fare qualcosa in cui realizzarsi, almeno un poco.
Figli a cui badare, dal tronde, non ce n'erano. Dopo vari tentativi falliti avevano scoperto che Andy era sterile e questo, per un pò, era stato motivo di depressione. Poi però, come si dice, il tempo rimargina le ferite e poco a poco erano riusciti a farsene una ragione, anche perchè la vita, insomma, andava avanti e forse c'erano mali peggiori da sopportare.
Quella mattina (la mattina del giorno del barbecue) Andy decise di andare allo studio in bicicletta. La strada da fare non era poi molta ed era anche una bella giornata. Cercavano di usare la piccola giardinetta il meno possibile: la benzina costava cara e fare un po' di movimento, dopotutto, faceva anche bene alla salute.
"A stasera.." Le disse mentre le schioccava un bacio sulla guancia.
"Hai preso i sandwich?" Chiese Linda. Gliene aveva preparati due integrali al tonno e aveva anche aggiunto un succo di frutta.
Lui le mostrò il

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Il signore del tempo

Seduto sotto il pergolato di una osteria di campagna mangio pane e noci mentre osservo la morte dell'estate.
É una sera di settembre. Il sole arancione tramonta dietro i campi di stoppie e davanti a questo spettacolo provo una profonda tristezza e malinconia. Ogni anno nella stagione autunnale io provo questa intensa sofferenza esistenziale.
Ci sono solo tre o quattro contadini silenziosi sotto il pergolato di glicini perché fra poco sarà buio e freddo. Qualcuno, forse un ubriaco, sta parlando da solo:
"Fin da giovane ho sempre avuto una grande passione... ma la vita, le circostanze..."
Mi verso dell'altra birra per scacciare i pensieri tetri e la solitudine. Molto tempo dopo la voce riprende roca e monotona:
"... Mi sono svegliato una mattina, e ho sentito che qualcosa era cambiato. Fino a venti anni il tempo non passava mai. La vita era lenta, le stagioni sembravano eterne e i giorni erano interminabili. Dopo i venti anni il tempo ha cominciato a correre sempre più veloce..."
A questo punto alzo la testa verso i miei compagni. Ci sono solo due o tre ombre adesso sotto il pergolato, nella luce fioca del crepuscolo. Quello che ha parlato deve essere l'uomo grasso con il cappello seduto vicino allo steccato del campo di bocce. Dopo una pausa l'uomo riprende a borbottare:
"... A volte rivedo le scene della mia vita come fossero dei flash... Il lavoro di bottega, il fidanzamento, il matrimonio... Pensavo che gli eventi si sarebbero calmati, che forse avrei avuto maggior tempo... Sbagliavo. I cambiamenti di lavoro, la casa nuova, il primo figlio... Allora la vita è diventata un incendio, un turbine che gira, una mietitrebbia che macina avvenimenti e anni..."
Gli altri contadini sono andati via tutti. Siamo rimasti solo io e lui adesso, sotto il pergolato semibuio. La sera è diventata umida e pesante. La luna sorge a est, rossa, sfocata e la voce riprende a raccontare:
"... Avevo passato i quaranta anni quando arrivarono i disaccordi in famiglia, la separa

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Il Diario

1. L’invito
La busta che trovai quella mattina di ottobre del 19.. nella mia cassetta delle lettere, mi lasciò subito perplesso.
A differenza delle normali missive che solitamente ricevevo, infatti, questa aveva un non so che di antico. Non per l’aspetto in particolare, se si esclude il mio nome scritto con svolazzi di foggia ottocentesca, ma nel suo insieme.
Rientrai in casa e fui subito curioso di aprirla, tralasciai di leggere le numerose pubblicità che avevo ricevuto e accantonai subito le bollette per non guastarmi l’umore.
Preso un coltello dalla cucina mi apprestai ad aprire la busta, con un misto di curiosità e di timore ingiustificato.
La lettera mi era stata spedita da un mio caro amico, che qui chiamerò A. per rispettarne l’anonimato, poiché le cose che accaddero in seguito sono troppo incredibili perché una persona sana di mente possa accettarle senza avere prove più che sicure.
Per quanto mi riguarda, avrei dovuto bruciare subito quella maledetta lettera, ma, come ho già detto, la curiosità in quel momento la faceva da padrona.
Mi sedetti in una poltrona del salotto e cominciai a leggerne il contenuto. A., dopo le formalità iniziali, mi scriveva che si era stabilito da un paio d’anni sulle Alpi, in una località che qui chiamerò San G. In breve, dopo essersi scusato di non avermi fatto pervenire sue notizie negli ultimi quattro anni, mi invitava a trascorrere un fine settimana nella sua casa, una villetta di caccia del XVIII secolo, che egli aveva restaurato per andarvi ad abitare, dove avremmo potuto parlare e raccontarci cosa fosse successo in tutto questo tempo.
L’invito era per il mese successivo, per cui avevo tempo a sufficienza per preparare quella mia breve escursione e riorganizzare adeguatamente i miei impegni di lavoro.
Subito mi accinsi a scrivere la lettera di risposta, poiché sulla missiva che avevo ricevuto non vi era un recapito telefonico, ma solo un indirizzo a cui recarmi.
Misi da parte la lettera

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   6 commenti     di: Fabrizio Piazza


Il volo dell'angelo indemoniato

Lo sceriffo Steve Burke fece un tiro dalla sua sigaretta, sentendo le guance stringersi per poi tornare ad arrotondargli il volto dopo avere soffiato fuori il fumo dall'angolo destro della bocca. Ebbene sì, quel martedì mattina avrebbe fatto meglio a non fare colazione, le fette biscottate che usualmente mangiava alle otto, prima di entrare in servizio, gli stavano dando il voltastomaco.
Guardare da quel precipizio e identificare quella che fino a poco prima gli era sembrata una banale macchia scura spiaccicata su un grosso masso in riva al mare, lo tormentava facendogli salire un puzzo nauseante dallo stomaco. Adesso, fermo sul ciglio della scogliera, pensava alla ragazza che si era buttata di sotto, Karin Evans.

La ragazza modello, la prima della classe, la vincitrice del ballo scolastico per due anni consecutivi, si era tolta la vita, e di lei, adesso, non rimaneva altro che il corpo brutalmente districato sul masso a più di sessanta metri più in basso da dove si trovava lo sceriffo.
Come formiche, alcuni agenti della scientifica bazzicavano attorno al corpo della giovane alla ricerca di una spiegazione, oppure di un qualsiasi indizio che avesse potuto metterli sulla buona strada.
Ma lo sceriffo Burke sapeva già che cos'era accaduto, e adesso, dopo che una folata di vento gli accarezzò la testa pelata facendolo rabbrividire, si strinse nella divisa color beige. Poco prima, il vicesceriffo Martin Rogers, era accorso spiegando che gli avambracci e la mandibola superiore si erano distaccati dal corpo a causa del forte impatto, schizzando a diversi metri di distanza; ecco spiegato il motivo della nausea.

Durante i suoi venticinque anni di servizio, aveva visto molti casi orribili, e pertanto il suo fiuto si era sviluppato in maniera tale da essere abbastanza efficace. Quello era un caso di suicidio, tutto qua.
Arricciò il naso e voltandosi, notò le gocce di sangue irregolari che tracciavano una traiettoria rettilinea, per poi fermarsi sul cigli

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   2 commenti     di: cesare massaini


Alice e cristina

Alice si svegliò di soprassalto, madida di sudore e con il cuore che batteva a mille. Mai in vita sua aveva fatto un incubo così terrificante, ma soprattutto così reale. Il continuo ticchettio della pioggia che batteva sui vetri non servì a coprire il rumore del suo respiro, corto e concitato.
Si guardò intorno distinguendo a malapena i contorni della stanza dopodiché allungò un braccio verso la lampada poggiata sul comodino e l’accese. La luce le diede un po’ più di tranquillità o almeno la sicurezza che era sola.
Si strinse le braccia al petto mentre tremava come una foglia e ripensò all’incubo che l’aveva destata così all’improvviso. Sapeva per certo che in esso qualcuno aveva ucciso sua madre senza alcuna pietà, sparandole due colpi di pistola alla testa. Ciò che non era riuscita a scoprire era l’identità dell’assassino.
-Avanti Alice, non vorrai perdere tempo a pensarci. Era un incubo e l’assassino non ha nessuna identità perché è tutto frutto della tua immaginazione.-
Quella vocina dentro di lei la calmò anche se sentiva che qualcosa non andava. Molte altre volte era stata assalita da incubi del genere, ma nessuno di questi le aveva provocato una reazione così esagerata. La sensazione che sua madre fosse morta per davvero era troppo forte.
Poco dopo smise di piovere e la casa cadde in un silenzio tombale, dove l’unico rumore che la ragazza sentiva era il suo respiro e il battito del cuore.
-Basta, devo andare a controllare!-
Fu un ordine che diede a se stessa e che avrebbe messo a tacere ogni dubbio.
Non perse nemmeno tempo a mettersi le ciabatte e uscì dalla stanza così, con indosso solo un leggerissimo pigiama. Richiuse la porta dietro di se e senza accendere la luce del corridoio avanzò a tentoni fino alla stanza della madre. Ad ogni suo passo il pavimento in legno scricchiolava rompendo quel silenzio che si era venuto a creare e che la metteva a disagio.
-Alice, lo sai che stai impazzendo? È solo un dann

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