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Racconti horror

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L'uomo sulla botte

L’uomo sulla botte


Su di una paffuta botte, vi era appollaiato un vecchio saggio. Pareva che l’uomo la covasse, come un enorme uovo.
La botte era immensa, tanto che, l’uomo su di essa si vedeva a malapena.
“Un vecchio pazzo cocciuto” diceva la gente, ma i bimbi naresi ne erano affascinati.
I ragazzini accerchiavano la vecchia botte e, tirando la lunghissima barba bianca del saggio chiedevano delle storie, come in un jukebox che, a quei tempi, non era nemmeno nell’immaginario dei pazzi.
Il vecchio cocciuto era propriamente questo: un jukebox vivente e narrante.
Alla chiamata dei bimbi si affacciava da lassù e chiedeva con voce tuonante e con le mani ai fianchi “Che volete?” e i bambini rispondevano “Zziù, nu cunti un cuntu?”
ed egli rideva come credo Zeus abbia fatto quando incatenò Pròmeteo “.. e cosa mi darete in cambio?!” e presi da euforia i bimbi “U vinu!”.
Il vecchio pazzo ma saggio, lanciava una corda dove i frugoletti assetati di storie avrebbero attaccato la bottiglia di vino e dopo averne sorseggiato un po’, cominciava le sue odissee.

Il vino era il vero amore di tutti gli uomini, se fosse
venuto a mancare i naresi avrebbero persino rinunciato alla propria moglie per un bicchiere miserabile. Ma per fortuna il vino abbondava e le donne erano tutte ai loro posti.
L’uomo che stava sulla botte veniva chiamato “vutticedda” proprio perché la gente lo definiva il figlio della botte data la sua statura. Secondo qualcuno era realmente suo figlio, infatti non esisteva nessuno che avesse mai visto sua madre o suo padre: Vutticedda era spuntato dal nulla, senza nemmeno un nome.
Era stata quella botte a farlo arricchire: era stata la sua prima botte di vino che, morta sua moglie e cresciuti i suoi figli, era diventata la sua compagna porta fortuna.
I soldi arrivavano a palate, ma Vutticedda non beveva mai dalla “sua” botte.
All’inizio era solo un atto di scaramanzia, ma adesso era divenuto un vero

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La festa di halloween (parte 1)

Quinn era sempre stata una sognatrice, sognava di stare con il ragazzo che le piaceva, sognava di essere ammirata da tutti e sognava di avere un padre, il suo era morto quando lei aveva solo 5 anni.
Era la sera di halloween lei e il suo gruppo di amiche avevano deciso di fare una festa da sballo e avrebbero invitato anche i ragazzi che gli piacevano, tutto era già organizzato sarebbero stati nella casa in campagna della nonna di quinn. La festa sarebbe iniziata intorno alle 9:30 e visto che facevano le superiori e che il giorno dopo non si andava a scuola potevano fare l'orario che volevano. Le quattro ragazze spesero molto tempo per i preparativie bisognava lavorare anche agli invitati, anche se non sarebbe stato difficile. Gli invitati ufficiali sarebbero stati jeke, simon, andrew, matt e la loro comitiva, gli amici più stretti come mark, spike e emmet e infine le ragazze come fleur e il suo gruppo e altre. Quinn, sky, sarah e demi andarono nella casa dopo pranzo per sistemare tutto, finirono di sistemare verso le 6:30 la festa sarebbe iniziata fra tre ore. Le quattro ragazze previdenti avevano portato trucchi, vestiti, prodotti e accessori per i capelli. Tutte erano bellissime e allo stesso tempo spaventose con i loro costumi, Quinn era vestita da strega aveva le gambe nude con un tutu nero da ballerina con sotto delle culotte viola scuro e un corpetto rosa fluo con dei lacci neri brillantinosi e un cappello a punta nero con dei brillantini con dei lacci rosa abbinati al corpetto e delle ballerine viola scure, Sky era vestita da vampira con un vestito corto attillato blu notte con delle gemme nere.. la bocca contornata di un bel rosso scuro sgfoggiava due bianchi canini e in testaportava una retina nera e portava degli stvali neri alti fino al ginocchio.. sarah indossava dei pantaloncini neri con una maglietta attillata viola e due antenne nere e demi indossava una maglietta con una spalla scoperta e dei jeans strappati macchiati con delle goccie di sangue f

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   7 commenti     di: emma °


Il rito

La macchina passò velocemente sulla strada nevosa facendo slittare di poco le ruote posteriori. Alla guida, Lucas non si era accorto che da circa mezz'ora, la spia della benzina aveva assunto il solito colore giallastro. E nemmeno Kimberly, la sua ragazza che gli sedeva a fianco se n'era accorta. Erano in viaggio da circa quarantacinque minuti e per arrivare a Ketchum, nella contea di Blaine, Idaho, mancava ancora una buona mezzora.
-Voglio farmi una doccia appena arrivo a casa- disse Lucas sistemandosi il cappello che gli era scivolato sulla fronte. Kimberly fece una smorfia guardando dal finestrino il paesaggio. Stavano percorrendo la strada chiamata Cove Creek, dove il pericolo maggiore era quello di non trovare nessuno in caso di aiuto.
-Sai che mia madre non vuole che percorriamo questa strada Luc!-, sbottò Kimberly alzando le mani.
Il suo ragazzo sorrise scrollando le spalle. Gli alti pini sovraccaricati dalla neve giacevano ai lati della strada e davano una sensazione da brivido. Sembrava come se dietro ad essi ci fosse qualcuno o qualcosa che li stesse spiando.
-Tua madre si arrabbia per qualsiasi cosa. A proposito, ti è piaciuta la festa?- chiese lui frenando per fare una curva a gomito.
- Certo che mi è piaciuta, se solo tuo cugino Paul abitasse più vicino a noi!- rispose controllando se sua madre l'avesse chiamata sul cellulare. La strada si faceva sempre più stretta e gli alberi ai lati di essa sempre più fitti. La Luna splendeva alta nel cielo sereno delle due di notte illuminando tratti dell'asfalto ghiacciati.
-Che cosa sai a proposito di questa strada?-, chiese Lucas lanciando un'occhiata alla sua ragazza.
- Cosa dovrei sapere?
Sembrava che la domanda l'avesse infastidita. Lui sogghignò tenendo le mani ben strette al volante.
-Alcuni anni fa su questa strada sono accadute cose inspiegabili, tra cui l'omicidio di due liceali, proprio come noi due- spiegò.
- Lo so. Tutti gli abitanti di Ketchum sanno dei fatti accaduti su questa st

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   1 commenti     di: cesare massaini


Notturno

1.
L'odore dominante di quel locale sotterraneo era quello di muffa, ma piacevolmente lieve e per nulla stantio, quasi a ricordare l'originale funzione per cui le cantine erano state inventate. In quella, però, non vi erano rastrelliere piene di polverose bottiglie di vino o salumi allegramente appesi a profumare l'aria di intensi effluvi alimentari. I pochi oggetti presenti nell'ambiente erano un paio di sedie, un tavolino di formica e una strana cassa la cui oscura mole svettava in un angolo quasi completamente buio nella parte opposta del locale.
Sulla seconda sedia, quella non occupata da me, vi era una figura umana, polsi e caviglie strettamente assicurati da una corda e con la testa reclinata sul petto, inerte come fosse narcotizzata o priva di sensi. Ancora non dava segno di volersi svegliare, quindi mi assestai meglio sulla traballante e vecchia seggiola impagliata che occupavo e attesi.
Girai la testa verso l'unica feritoia che collegava quel locale ipogeo con il resto del mondo. In realtà la feritoia non dava direttamente verso l'esterno, ma su di un pozzetto in cemento che sbucava all'aria aperta un paio di metri più in alto. Un altro piccolo accorgimento, pensai, per rendere la sua tana ancora più sicura e inaccessibile al mondo esterno. Un lieve chiarore filtrava ancora da quell'angusto pertugio, ma stava velocemente scemando. Eravamo già oltre l'ora del tramonto e gli ultimi baluginii di luce solare stavano cedendo il campo all'oscurità della notte.
«C'è ancora tempo. » pensai e mi alzai per assicurarmi che i legacci fossero ben stretti e lo trattenessero alla sedia metallica senza che potesse avere alcuna possibilità di liberarsene. Se fosse successo, non sapevo cosa sarebbe stato di me, ma in quel momento ero convinto che non sarei sopravvissuto per scrivere questo resoconto.
In quegli ultimi attimi prima che il confronto iniziasse, ebbi un moto di dubbio per ciò che mi apprestavo a fare. Dall'inizio dell'impresa sapevo c

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   1 commenti     di: Fabrizio Piazza


Incubo

C'è freddo. Freddo e buio.
È la prima cosa che Alyce nota non appena apre gli occhi.
Freddo, buio, e un odore selvatico, come di corteccia e foglie bagnate.
Muove qualche passo e sente uno scricchiolio sotto i piedi nudi: un ramo. Si guarda intorno, aguzza gli occhi, che iniziano ad abituarsi alla semi-oscurità che la circonda, e capisce di trovarsi in un bosco.
Gli alberi sono alti e fitti, dai i tronchi sinuosi e puntati al cielo come le spade di un esercito. Il terreno ai suoi piedi è ricoperto di foglie screziate di marrone e di giallo. Una strana foschia avvolge l'ambiente all'altezza delle sue ginocchia.
Si guarda: indossa un abito bianco, lungo e scollato, tenuto su da due sottili spalline che quasi le scivolano dalle spalle. Ha i capelli sudati e appiccicati sul collo e sulle guance, il petto ansante e il cuore in gola, come se avesse corso - ma lei non ricorda di averlo fatto.
Tutto ciò che Alyce ricorda è di aver dato la buonanotte a sua madre, aver indossato il pigiama ed essere andata a letto, come ogni sera. Perché si trova in quel posto? E dove si trova, di preciso?
D'un tratto, una serie di fruscii e scricchiolii di rami spezzati le rivelano che non è sola. Inizia a correre all'impazzata, travolta da un terrore primordiale e assoluto, che le azzera la mente e le contorce le budella fin quasi a farla star male. Quella che prova mentre scappa non è la classica fifa che un essere umano sperimenta abitualmente nel corso della sua vita quotidiana; non è la paura che precede un esame, o un prelievo del sangue, o che accompagna la visione di un film dell'orrore. È la Paura che una preda prova poco prima di essere brutalmente divorata, la Paura che ti spinge a vomitare i tuoi polmoni pur di scappare il più lontano possibile; un sentimento antico e selvaggio come la morte.
Continua a correre, poi si ferma, perché non è mai stata una grande atleta e adesso si sente come se ogni parte del suo corpo stesse per esplodere. Crolla al suolo,

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MYSKI 2 - La polizia

Mi alzo dal letto, sono nudo e tutto sudato, la puzza del Myski corpo è insopportabile. Sembra di sentire l’odore dei maiali che tutta la notte hanno urlato nel mio sogno. Sono stanco, le mani mi fanno male. Fatico a camminare come se avessi lavorato una notte intera. Mi guardo intorno, vedo il pigiama poggiato sulla sedia ancora piegato. Cerco di ricordarmi il motivo per cui non l’ho indossato, ma niente... non ricordo niente... sembra mancare dalla mia mente l’ultima settimana trascorsa. Vado nel bagno, mi guardo allo specchio. Il volto scuro… scavato, mettono in risalto gli occhi arrossati e lucidi. Mi passo una mano sulla faccia per asciugare il sudore… la guardo...è macchiata di sangue. Torno di colpo a guardarmi allo specchio, ma non ho ferite… mi controllo bene… ma niente… tutto ok.
Forse non riesco a vedere niente per la stanchezza.
M’infilo sotto la doccia ed apro l’acqua spostando la leva sul lato rosso. Mi punto il getto dritto in faccia. Sto fermo pochi istanti ad occhi chiusi ed abbasso il capo in modo da far correre l’acqua bollente sui capelli. Apro gli occhi e guardo il piatto della doccia, l’acqua scende colorata di rosso. Cerco di capirne il motivo, ma sul corpo non trovo tagli o altre cause che spieghino il sangue che ho addosso. Ricordare qualcosa di recente non mi riesce. Mentre l’acqua scende e il vapore ha ormai saturato il bagno, sento il cellulare sul tavolo in cucina squillare, ma non mi sfiora il pensiero di andare a rispondere nemmeno per un istante. Non mi viene neanche la curiosità di pensare a chi possa essere.
Chiudo il rubinetto e, ignorando completamente il suono del telefono, esco dalla doccia e prendo un paio di asciugamani dal cassetto, uno me lo avvolgo in vita e con l’altro inizio ad asciugarmi dirigendomi verso la camera da letto e lasciando al mio passaggio piccole pozzanghere d’acqua per ogni passo percorso nella casa.
Mi siedo sul letto e mentre passo l’asciugamano tra i capelli vedo

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La stanza di Ingrid

Ingrid adorava la sua stanza…l’aveva sempre considerata il suo nido, il suo regno.. un posto dove niente e nessuno poteva arrivare a sfiorare la sua intimità. Detestava il fatto che qualcuno entrasse mentre era raccolta nei suoi pensieri e nei suoi sogni da adolescente…adorava la sua stanza soprattutto quando era immersa in totale solitudine. Quella mattina la sveglia.. che ogni giorno in una maniera che si potrebbe definire implacabile la destava dal suo sonno profondissimo, decise di tacere. Fatto sta che dovette intervenire la mamma per strappare Ingrid dai suoi dolci sogni…”Hei.., dormigliona…. proprio non vuoi saperne di aprire i tuoi occhietti oggi?”.. e di conseguenza spalancò la finestra facendo irrompere prepotentemente nella stanza un raggio di sole che colpì Ingrid in pieno viso. “Cavolo mà…. non hai un po’ di umanità.. che ti costava lasciarmi cinque minuti altri..?” E con aria imbronciata tirò le coperte fin sopra la testa cercando disperatamente di recuperare qualche minuto altro di sonno. Ma la mamma con passo felpato gli si accostò e iniziò a solleticarla d’appertutto fino a rendere inutile il disperato tentativo di Ingrid di recuperare un altro po’ di sonno. Quindi decise che era il caso di alzarsi e di rivestirsi in tutta fretta considerando che fra una mezz’oretta circa doveva prendere l’autobus per andare a scuola. Scese in cucina e venne avvolta subito da un odore intenso…. sua madre aveva appena ultimato la cottura in forno di una strepitosa torta di mele e quindi quello era sia per le narici che per il palato di Ingrid un richiamo irresistibile. Addentò una bella fetta di torta associata ad un tazzone di latte, poi dopo aver sbrigato le sue ultime formalità diede un bacio alla mamma e uscita da casa si avviò verso la fermata dell’autobus.
Ingrid era una ragazza molto carina; aveva compiuto da poco 17 anni e quindi era ancora in fase adolescenziale ma questo non le impediva di essere una ragazza molto sagg

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   5 commenti     di: Roberto melcore



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