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Racconti del mistero

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La casa fantastica (parte settima)

La casa fantastica (parte Settima)

Il rapporto con mio padre, aveva assunto degli aspetti di complicità: avevamo abbattuto quella barriera che si crea tra un genitore ed un figlio.
Infatti si ripetè per più volte di andare insieme al cinema, macchè! quale cinema!.
Facevamo finta di andare al cinema, in realtà andavamo nel nostro rifugio segreto.
A Mamma e mia sorella Sara, sarebbe venuto un colpo se avessero saputo dell’esistenza di tale struttura sotterranea, tanto, chi gli avrebbe detto qualcosa?
Anche io sono rimasto allo scuro per tanto tempo… se non fosse stato per quella circostanza fortuita della cassapanca.
Ma! ritorniamo al racconto: mio padre mi centellinava poco per volta delle sue ricerche e delle sue scoperte.
Aveva incentrato tutto il suo sapere sul teletrasporto, creando dei software adatti a questo tipo di viaggio.
Un giorno, mi ricordo una domenica primaverile, ma di stagione autunno! Mio padre portò tutta la famiglia, ad una gita fuori porta, visto che noi abitiamo in un posto così ameno, non abbiamo fatto tanta strada per arrivarci.
Mia madre era felicissima nel vedere la famiglia riunita “ cosa rara per uno che ha gli impegni di lavoro come mio padre”.
Mia sorella Sara scorazzava tra gli alberi inseguendo le farfalle, mia madre inseguiva lei per non perderla di vista.
Mio padre facendomi segno con la testa mi dice: Salvo! vieni, ti faccio vedere dove nascono i funghi! là in fondo ci sono gli alberi secchi bruciati dalla lava, guardandomi in faccia ammicca!
Ci incamminiamo per una leggera salita, tutto attorno è sublime, alberi di castagni e betulle che fanno insieme una cornice al canto degli uccellini di bosco, un odore acre si alza dal terreno al calpestio dell’erba fresca, mi distraggo da tanta bellezza: Salvo, là!
Mio padre indica con il dito puntato come una pistola, una radura.
Da lontano, intravedo al centro di quella piccola zona priva di alberi un traliccio, arrivammo fin sotto la struttura metalli

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   1 commenti     di: Carmelo Rannisi


Il presagio

Decenni orsono viveva nell'isola di Malta un ragazzo quindicenne di nome Jonathan, di padre inglese e madre maltese. Il padre Herbert Leroy Norton era stato il capitano di un peschereccio e aveva lavorato per una compagnia ittica britannica. Era scomparso prima che lui nascesse perché una notte, mentre pescava lontano dalla costa, una violenta tempesta lo sorprese, capovolse la sua nave e lo fece annegare nel Mediterraneo insieme a tre dei suoi compagni. La madre Sarah Schifani dottoressa in medicina generale era molto dispiaciuta per il marito che non aveva neanche visto nascere il figlio, ma allevava al meglio il ragazzo insieme a sua madre, cercando per quanto possibile, di non fargli sentire la mancanza del genitore perduto. Dal canto suo Jonathan era sereno anche se si domandava come sarebbe stato poter conoscere il padre e che genere di rapporto avrebbe avuto con lui, sapeva dalla madre che era alto, aveva capelli biondi e occhi blu come si vedeva nelle foto; era un tipo ottimista, era contento della paternità ed aveva molti progetti, ma questo non chiariva tutto di lui. Durante l'inverno Jonathan andava in Inghilterra dai facoltosi nonni paterni chiamati Norman e Dorothy, per studiare nelle prestigiose scuole britanniche, anche se il ragazzo non si trovava molto bene con loro. Erano i nonni e naturalmente volevano il meglio per lui, per questo curavano la sua istruzione e volevano che si ambientasse nella ricca patria paterna. Ma erano anche duri e intransigenti e dicevano cose cattive sul conto della madre(a volte la chiamavano di nascosto pescivendola laureata). Oltretutto non parlavano bene neanche del figlio defunto con il quale avevano interrotto i rapporti prima della sua scomparsa, per divergenze relative al suo matrimonio. Loro avrebbero preferito che sposasse una certa Mary Perrodon, figlia di un generale di nobili origini della Royal Navy, perché questa unione avrebbe dato prestigio alla famiglia e avrebbe consentito a Norman secondo ufficiale

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Lungo la strada per Fortrose

Elise osservava il lago mutare colore, mentre il sole calava lentamente, inghiottito dalla linea infuocata dell’orizzonte. Un venticello lieve le metteva in disordine la corta capigliatura corvina, portandole alle narici l’odore dolce dello specchio d’acqua che si trovava a pochi metri di distanza da lei. Era seduta su una sedia a straio, sulla veranda del suo casale, sorseggiando un aperitivo, prima di cenare.
Il lago di Loch Ness, in quella sera d’ottobre, sembrava possedere un fascino particolare, intrappolato in uno scenario da fiaba, nel quale lei stentava ancora a credere di fare parte.
Era trascorso appena un anno da quando aveva sposato suo marito Cristian ed insieme erano andati a vivere nella città d’Inverness, dove lui possedeva quel casale, circondato dalla campagna e un’antica distilleria di whisky, ereditata dai suoi genitori. la quale si trovava a Tomintoul, sui monti Grampani.
Elise si portò il bicchiere alle labbra, sorseggiando lentamente il rosso contenuto, attendendo che il retrogusto amaro del suo bitter, prendesse il sopravento sulla dolcezza che le solleticava il palato.
Si sorprese a ragionare che la sua vita aveva qualcosa in comune con quella bevanda colorata. All’apparenza era piacevole, ma se si andava al di là di quella soavità rivelava la sua amarezza.

“Come sta la mia bella Elise, questa sera?” . La voce di Cristian le giunse alle spalle, ma ancor prima di udirla, avvertì il buon profumo dell’acquavite che si portava addosso dopo aver passato diverse ore nella distilleria di whisky.
Si sedette di fronte a lei in silenzio, accarezzandole una guancia. Elise rimase immobile per un istante, fissando il suo volto dai tratti delicati e i suoi occhi talmente verdi, da superare in bellezza il colore del lago, poi gli prese la mano, venendo a contatto con la ruvidità e il tepore del suo palmo.
“Mi sei mancato”, gli disse infine, “ho atteso per tutto il tempo il tuo ritorno”.
“Ti do la mia parola

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


Shokunin

Aveva terminato la tela con paziente maestria.
Affidato al vento il primo sottilissimo capo, che grazie ad un po’ di fortuna si era appoggiato su un ramoscello di Rubus, aveva tessuto l’altra estremità rafforzando i fili affinché risultassero abbastanza forti e partendo da metà dell’ archifilo si era calato fino alla base della ragnatela, dove aveva attaccato un secondo filamento perpendicolare al primo costruendo con abilità i primi tre raggi.
Congiunse infine gli ultimi fili della spirale per completare la sfera.
La trappola invisibile era pronta, non restava che nascondersi e aspettare che qualche ignara preda vi rimanesse invischiata.

La conversazione era stata piacevole, mai banale. Le aveva raccontato dei suoi viaggi conducendola nelle spiagge tropicali del Mozambico, nella splendida laguna di Bilene, nel deserto rosso australiano e nei souk di Tetouan. Una vita ricca di esperienze, riconoscimenti, avventura dietro cui si celava un alone di mistero.
Era rimasta infatuata, stregata da quell’uomo così abile nel raccontare, nel suscitare forti emozioni, nell’incuriosire non svelandosi.
Ignorava persino il suo nome, si faceva chiamare Shokunin, l’artigiano, colui che eccelle in un’arte. All’inizio si era avvicinata con distacco e cautela cedendo poi alla curiosità ed ora le era entrato con prepotenza nella mente. Un filo invisibile, una totale dipendenza e sottomissione psicologica la legavano allo sconosciuto, sentiva di appartenergli pur non sapendo nulla di lui.
Shokunin attese la sua preda. Esperto e paziente, immobile nel suo nascondiglio, era riuscito ad attirarla, a conquistarla col suo fascino verbale, a catturarla con sapiente ingegnosità.
Fulmineo nella presa l’aveva immobilizzata in un istante e avviluppata nel bozzolo le aveva instillato il suo dolce e fatale veleno.
Non si era accorta quasi di nulla.
Non si dibatteva, sentiva il suo corpo incapace di qualsiasi movimento, i pensieri confusi, si abbandonava ad

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   5 commenti     di: Lampidibuio


Il Falco Pellegrino

Il Falco Pellegrino

Il bastone, il suo fedele amico, lo accompagna tutte le mattine. Adolfo si inerpica per quel viottolo, una stradina di campagna, immersa nel bosco, ne conosce ogni angolo, ogni pietra. Con cammino lento ma sicuro di piedi rodati, man mano che sale, con gesti lenti sembra salutare ogni albero, sembra riconoscere perfino i cespugli, di tanto in tanto si ferma, toglie dalla tasca il fazzoletto e si terge la fronte, sorridendo dentro di se, pensando quando quel viottolo da ragazzo lo faceva correndo, fino in cima. Poi, riprende il cammino col suo fido bastone, un bastone ricavato da un ramo d’olivo, da lui stesso intagliato. Quando la stradina finisce arriva in cima ad un promontorio, Adolfo tira fuori il solito fazzoletto, lo pone con cura sul vecchio masso, poi vi si adagia, ponendo lo sguardo verso la valle, “che panorama!”, sono tanti anni che lo vede ma ogni volta, lo rilassa come le prime volte. A questo punto dalla sua bisaccia, con fare quasi furtivo, tira fuori un mozzicone di sigaro toscano, si guarda intorno, come se qualcuno potesse scoprirlo, e con gli occhi soddisfatti accende il mozzicone, dopo la prima aspirata gli scappa una risata, immagina le tante persone, il Medico, il Prete, il Farmacista che gli ripetono “ Ado il fumo ti porterà alla tomba”, ma lui fiero dei suoi ottantanni, al suo mozzicone non rinuncia. Poi alza lo sguardo e con fare riverente saluta il sole, che già ha superato la montagna, dietro la collina, sono vecchi amici e si rispettano. Anche le nuvole, per Ado, hanno un significato importante, quante fantasie hanno sprigionato nella sua mente, ed ogni tanto qualcuna assume una forma, che lo fa ricordare gli riporta alla mente come una fitta al cuore, i suoi 5 figli, sparsi nel mondo, ognuno con la propria famiglia, li ricorda bene uno ad uno se li figura nel volto e nella voce, come ode, di tanto in tanto la voce canterina di Adalgisa, la sua fedele compagna, che lo aveva lasciato tre an

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   0 commenti     di: Tony Fontana


Nahtaivel

Il vento di ponente aveva soffiato per tutta la settimana, rinforzando quella notte. Incuneandosi tra le colline trovava sbocco sui crinali divergenti che confluivano a valle, piegando le cime degli alti cipressi e spazzando i tetti delle case, penetrando nei comignoli fino a giungere sotto forma di flebile soffio dentro le abitazioni. Una leggenda ricordata malvolentieri dalla gente del posto collegava il Garbino, vento sud-occidentale che più volte in passato aveva disseccato il raccolto, con le piaghe bibliche.
Mary si svegliò all'alba come suo solito, e rimase sotto le coperte indugiando un poco prima di alzarsi dal letto. La gamba che stava pian piano spostando alla sua destra avanzava senza trovare ostacoli, segnalandole che l'altra metà del letto era vuota. "Strano" pensò, conoscendo la refrattarietà del marito alle levatacce. Una variazione dell'intensità della luce attirò il suo sguardo verso la finestra. Vide Sandro muoversi dietro la tenda.
- Buongiorno, amore! Che fai? -
Sandro continuava a scrutare il panorama in silenzio.
- C'è qualcuno? -
- S'è alzato il vento. -
Mary scostò la tenda con una mano e gli mise una coperta sulle spalle, abbracciandolo. Guardò anche lei fuori. L'inverno si era impossessato dei colori, lasciando solo il grigio che univa il cielo alla terra. Raffiche di vento percorrevano veloci l'orizzonte, trasportando con sé foglie, fili d'erba e rami spezzati che andavano ad impigliarsi sulla rete del recinto. Sentì che rabbrividiva.
- Senti ancora freddo? -
Sandro continuava a guardare fuori, senza rispondere. Lei lo guardò fisso negli occhi, cercando quel blu profondo in cui amava perdersi. Trovò solo il grigio della cenere di un fuoco ormai spento.
- Vieni, andiamo di sotto. Accendiamo il caminetto.-
- Guarda. -
- Lascia perdere ti dico. Fuori non c'è niente da vedere. Su, andiamo.-
- Guarda, ti dico! -
Capì che era inutile insistere e rivolse lo sguardo nella direzione indicata dal marito.
- Non ved

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Krestos I

PRIMA LUNA.
Il mio nome è Krestos.
Nell'ombra sono cresciuta e nell'ombra vivo.
Mai nacqui, perché chi mi mise al mondo mi uccise.
Io sono morte. E come la morte non ho ricordi. Né preferenze.
Delle mille piccole persone che brulicano in questo piccolo mondo, io conosco il tumultuare del piccolo cuore.
Lo spengo. E osservo i lineamenti di quei volti pietrificarsi.

Nell'Anno Domini 1543, in una tetra mattinata di gennaio, nella via principale del paesino di Greys, il trambusto s'arrestò.
- Pentitevi!! - urlò una voce sovrastando il frastuono. E quell'appello sembrava celare un non so che di così terribile e apocalittico, che le massaie rimasero con le gonnelle a mezz'aria e l'espressione affaccendata stampata in volto, i mocciosetti con gli occhioni spalancati e le palle di fango a sciogliersi fra le mani.
- Pentiiiteviiiiii!!- tuonò ancora.
I bottegai si affacciarono sorpresi dalla imposte.
- Pentiitevi, perché presto sarà troppo tardii!!
Gli abitanti di Greys ci misero qualche secondo a realizzare che era alquanto impossibile che l'anatema fosse scaturito dal nulla.
- Presto accadranno cose terribiliiii!!
Basiti, guardarono un vecchio avvolto in un saio bisunto e incrostato della melma fresca arrancare nella piazza, prendere posizione al suo centro e, volti gli occhi al cielo, ricominciare il vaticinio.
- Presto, molto presto!!
Agli strilloni del genere, avevano fatto il callo. Centinaia di frati d'ogni risma, col cordone degli inquisitori o la spada dei monaci guerrieri, li visitavano portando l'annuncio dell'imminente fine dei tempi e, Di conseguenza, l'importanza di giungere mondi alle porte del Signore. Attraverso il logorante digiuno o lo straziante cilicio, messe e oboli indistintamente.
Quando quegli uomini si presentavano a Greys, con i loro sguardi demoniaci rivolti alla pel di carota moglie del fabbro, e i sinistri borbottii mentre in disparte osservavano i fedeli alla funzione, per giorni la vita lì sembrava affie

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   1 commenti     di: myatyc myatyc



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