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Racconti del mistero

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E'... troppo tardi.

E’…. troppo tardi
Ad un tratto il tempo si desta, torna ad essere una dimensione reale, esistente, come se fino ad un momento prima e non so per quanto fossi stato rinchiuso in una dimensione eterea, impalpabile senza prima né dopo, senza tempo. Non mi è dato capire dove sono e…chi sono. Sento affiorare i sensi come da un sonno eterno. In lontananza un rumore giunge al mio udito, sordo! Poi si munisce di un rimbombo, un suono al cui seguito sembra esserci una scia che assomiglia ad un’eco, un suono che si ripete sempre con lo stesso ritmo quasi a voler scandire i secondi che passano. Dove sono? Non so dove, intorno a me c’è solo buio, terribile buio e quel suono che mi giunge all’infinito senza tregua, all’unisono si fondono creando una realtà che probabilmente è solo mia. Mia, mia di chi? Chi sono? Non so, ma so di esistere, so solo di avere una dimensione tattile, sento qualcuno o qualcosa prendere contatto con il mio corpo. Non ne conosco neppure il motivo. Intorno a me solo buio, qualcosa la cui discesa provoca un movimento d’aria che mi giunge fino al viso e poi cade provocando quel rumore cui segue una scia di suono e poi di nuovo e di nuovo e …di nuovo ancora. Continuano ad armeggiare con il mio corpo. Prendo coscienza del primo bagliore di luce, allora esiste qualcosa oltre questo tunnel buio in cui mi trovo. Distinguo delle ombre senza senso, senza forma alcuna, che si muovono intorno a me. Riesco ad aprire gli occhi, solo ombre e…quel suono. In lontananza sento le risate, di noi tutti, di tutte le persone che mi circondano, sono tanti e sono…amici. Si, non sono solo ci sono anche loro con me e si divertono, ci divertiamo.
- Un altro, mi dicono, prendiamone un altro.
Finalmente associo quel suono a quel qualcosa che lo provoca. Posso ora distinguere davanti a me una fontana, lucida dalla cui cavità fuoriesce con ritmo cadenzale una goccia d’acqua che trapassa l’aria provocando quasi un soffio che giunge fino al mio viso,

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   2 commenti     di: sonny sastri


BRUTTO E DANNATO

Dicembre di un qualsiasi anno.

Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p

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   3 commenti     di: Ettore


Grandi Copulazioni Dorate

Chaos determina di partorire dal suo Abisso un'altra creatura dopo Gaia, Eros, l'energia primordiale dell'Universo.
Il suo compito, sotto forma di pioggia generatrice è di far scaturire dalla profondità della Terra tutto ciò che essa contiene nelle sue profondità.
Tutto ciò che è in lei, oscuro come Abisso, indistinto come Chaos, Eros lo libera e lo palesa alla superficie.
Eros è lo slancio giocondo ed esuberante che feconda le viscere di Gaia.

La Terra partorisce per primo Urano, il Cielo.
Poi mette al mondo Ponto, cioè l'acqua, tutte le acque dolci e salate.
Gaia li concepisce senza accoppiarsi con nessuno materialmente.
Solo attraverso l'energia di Eros che porta in sé, la Terra sviluppa quello che potenzialmente era già in lei e che, nel momento in cui lo libera, diventa il suo doppio e il suo contrario.
Perché?
Perché Chaos gode della gioia dei contrari che s'accoppiano e sviluppano vitalità cosmica.

Urano, immediatamente si stende su Gaia e la possiede carnalmente.
Diventano un sopra e un sotto che si amano a vicenda per l'estasi loro e di Chaos.
Così Ponto, appena dopo esser stato partorito, penetra la Madre insinuandosi al suo interno e la delimita e la completa sotto forma di vaste distese liquide.
Ponto e Urano sono opposti alla Terra.
Se Gaia è solida e compatta, Ponto invece è liquidità, fluidità informe e inafferrabile e Urano è aeriforme, gassoso, ventoso.
Entrambi la copulano, mescolandosi a lei per una durata inconoscibile agli aedi.



Urano comincia a possedere carnalmente Gaia in ogni momento, instancabilmente.
Lui stesso è animato da una mania, da una furia sessuale inestinguibile suscitata da Eros.
Ponto, con lo stesso ritmo dei suoi flutti e delle sue onde, fa l'amore con la Madre lasciandole del tempo per riposare.
Urano non cessa mai di schizzare il suo seme nel seno di Gaia.
Questo Cielo maniaco non conosce altra attività se non quella sessuale.
Copre e abbraccia Gaia senza soste, alluppato c

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   0 commenti     di: Mauro Moscone


Il bene e il male:

una teoria mia dice che il bene e la parte tutta da dio e il male e del diavolo



qualsiasi cosa che ci sia che ci sentiamo profondamente bene che il bene lo si conosce subito e la parte di dio.


Invece quando ci sentiamo nervosi, quando si soffre, quando facciamo guerre, quando commettiamo
errori quando litighiamo, quando si sta male e quando si ha paura e la parte del diavolo.


Ma dicono che anche il diavolo fa il bene cioè manda bene che secondo mè è un bene falso e che lo
porta solo per i suoi scopi ad esempio credere quel bene che lui ha creato per noi soltanto per credere che quel bene sia stato dio a crearlo invece in verità non lo è



ma è il diavolo. Qui e difficile a capire quale bene sia quando noi riceviamo bene o quello di dio o quello del diavolo perchè il daivolo fa la magia sia quella buona che quella cattiva.



Quindi la nostra guarigione può essere quella di dio miracolosa e quella del diavolo magica però dovete sapere che dio lo fa per amore invece il diavolo lo fa per scopi


ad esempio lo fa per credere che lui sia dio ad esempio cioè credere che il bene del diavolo sia quel bene che fa dio qui cadiamo nella trappola perchè il diavolo è molto astuto si fa credere che sia dio invece non lo è proprio. quel bene che lo fa soltanto per tanti suoi scopi





il diavolo può fare di tutto ma non contro dio il fuoco e potente però l'acqua spegne il fuoco.

   3 commenti     di: mower rell


Il figlio della paura (seconda parte)

A questo punto del racconto il vecchio s'interruppe, si asciugò l'angolo della bocca e rimase con la te-sta bassa e lo sguardo fisso per terra. Aveva parlato ininterrottamente con esasperante lentezza, se lo avesse fatto in fretta avrei avuto l'impressione che stesse farneticando così invece dava l'impressione di uno che stesse, anche se disordinatamente, pensando ad alta voce. Rimase silenzioso per lunghi se-condi. Il suo silenzio non era dovuto al fatto che stesse riordinando le idee perché inconsciamente sa-pevo che non aveva alcuna perplessità su quanto volesse dirmi. Né aspettava un mio invito a continuare perché per lo stesso motivo intuivo la sua determinazione. Piuttosto mi sembrava stesse in attesa di un mio segno per non continuare il suo racconto. In effetti fino a quel momento non mi aveva detto assolu-tamente nulla. È vero che la descrizione del suo passato appariva romantica ma apparteneva ad un pas-sato ormai lontanissimo ed anche la sua analisi sul presente era sì lucida e nostalgica ma niente di più. Eppure sapevo che c'era dell'altro, lo si poteva immaginare facilmente, non aveva fatto tanta strada per nulla. Quel senso di disagio che avevo dentro mi suggeriva di congedarlo, avrei fatto certamente in tempo, era quanto volesse concedermi, perciò aveva smesso di parlare. Ciononostante la curiosità ali-mentava il desiderio di ascoltare cos'altro avesse da dirmi a dispetto dell'apprensione che mi pervadeva, dovuta sempre a quella iniziale e greve espressione dialettale: la paèur.
Il vecchio, quindi, dopo aver emesso un profondo sospiro riprese lentamente a parlare mentre io, in-tuendo che stava per arrivare al punto, trattenevo il respiro e mi calavo sempre più in uno stato d'ansia.
"Stando nascosto nel bosco ad ascoltare i racconti dei mulattieri venivo a conoscenza di ciò che suc-cedeva nel mondo e spesso quello che sentivo non mi piaceva affatto anche se, poco dopo, con una scrol-lata di spalle me ne ritornavo noncurante alla mia vi

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


L’OPERA D’ARTE

Randy si sedette comodamente sulla poltrona. Si sfilò dalla tasca il suo pacchetto di Marlboro rosse, prese l’accendino riposto sul tavolino, estrasse dal pacchetto una sigaretta. Dopo averla accesa, prese il telefono e cominciò a digitare quel numero che aveva in testa da tutta la giornata. Stava per fare una chiamata molto importante.
-Ehi. Come è andato il lavoro?-
Dall’altra parte della cornetta rispose una voce rauca, sembrava quella di un uomo che trascorreva le sue giornate al bar bevendo birra e fumando. Randy sapeva che quell’ubriacone sapeva fare bene il suo mestiere.
-Tutto è andato a meraviglia. L’opera l’ho completata. Dopo averla finita me la sono gustata. Sono compiaciuto di me stesso. Sono proprio un’artista!-
-Lo so che lavori molto bene. Proprio per questo ti ho abbondantemente pagato. Con la barca di soldi che ti fai per ogni lavoro dovresti essere l’uomo più ricco del mondo-
-Purtroppo i vizi si pagano. Ma mi aiutano ad arrivare all’ispirazione. Sai com’è…-
-Già. Voi artisti siete molto strani. Siete geni ribelli-
-Sì, Se non lo fossimo sarebbe difficile fare questo mestiere-
-Hai ancora ragione. Ma piuttosto raccontami i particolari-
-Bè, ammetto che è stata un’opera molto difficile da realizzare. Stavolta il tessuto su cui dovevo lavorare era particolare. Non mi era mai capitato una cosa del genere. Ammetto di essere un po’matto, altrimenti non avrei accettato. Comunque ne dovresti rimanere soddisfatto, mi sono attenuto ai tuoi ordini, anche se qualche tocco in più c’è l’ho aggiunto-
- È giusto. In una grande opera il tocco del maestro si deve notare, altrimenti avrei potuto farlo benissimo anch’io…-
-Ti sbagli! Tu sarai pazzo, ma mai quanto me. Per proporre una cosa del genere bisognava avere una mente distorta, ma per realizzarla ci voleva proprio una bestia come me-
-Dai, ora dimmi come l’hai realizzata?-
-Cercherò di non entrare troppo nel dettaglio, comunque tu mi avevi chiesto di farla

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Dialogo con Michael

Mi ero soffermato a fissare un vecchio dalla folta barba, seduto lì su una panchina con quel che forse doveva essere il suo piccolo nipote.
Notai quei gesti, il sorriso, il modo delicato che aveva nel parlare, l'amore infinito che i suoi occhi trasmettevano.
Pensai allora che l'età non è la condizione della carne, ma l'evoluzione dello spirito..

Lo sguardo non invecchia mai, tutt'altro.. aumenta semplicemente d'intensità.

Io e Michael camminavamo in quel parco innevato di San Pietroburgo, ero trasandato come al solito, vestito di scuro, pieno d'anelli collane e orecchini.
Lui invece incarnava e trasmetteva quella perfezione che non m'apparteneva, la barba curata, un completo pulito ed elegante, gentile nell'incedere e nel fare.

"Perchè ti vesti così?".. Mi chiese, osservandomi appena.

"Credi che abbia importanza per noi?" Inarcai un sopracciglio, rispondendo senza fissarlo mentre un'altra sigaretta si fermava all'angolo delle mie labbra.

"Se incontri qualcuno che ti giudica per le vesti mio caro Michael, la colpa è solo tua, perché hai fatto in modo che i tuoi occhi e le tue parole valessero meno degli abiti che indossavi.."..

Sorrisi lieve, sbuffando verso l'alto il fumo, e notai il suo mormorare, quell'espressione che gli si dipingeva in volto ogni volta che era silenziosamente d'accordo...

"Tu appari spesso a loro.." era sottile il suo sguardo, fisso ora sulle persone, sugli uomini le donne e i bambini che vivevano senza accorgersi di noi, e lui li guardava, cercando di trarne una risposta dalla domanda che stava per pormi..

"Credi sia necessario?"..

Indicai una madre, poi alcuni ragazzi attorno alla fontana..

"Niente è realmente necessario, se noi non lo rendiamo tale Michael.."

Feci un altro tiro, poi ripresi.

"Io so soltanto, che alle volte gli uomini hanno bisogno.. bisogno di credere che il mondo non sia marcio, bisogno di credere che non sono soli quando tutto intorno a loro brucia e

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   2 commenti     di: Anthony Black



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