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Racconti del mistero

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Villalobos

L’arrivo a l’aeroporto di Madrid fu in perfetto orario, in pochi minuti Marco era già allo sportello dell’agenzia di noleggio auto. Marco amava la Spagna, forse perché quando era ancora studente si era innamorato di una ragazza spagnola…aveva imparato la lingua… o forse solamente era affascinato da quella terra.
Il lavoro al “Mistero” gli dava la possibilità di viaggiare molto, la rivista, con filiali in tutto il mondo e un sito internet fra i più “cliccati” dagli amanti del brivido e dell’occulto, si era interessata ad un caso strano legato a leggende popolari… e Marco fu scelto e inviato, naturalmente, per la conoscenza del paese e della lingua e soprattutto per l’amicizia “complice” con Olga, la referente della rivista in Spagna, che aveva tanto insistito per la sua collaborazione.
- Lei è il signor?- Domandò l’addetta dell’agenzia di noleggio, ed in perfetto spagnolo Marco rispose- Locatanni, Marco Locatanni, dovrei avere un’ auto prenotata dalla rivista “Mistero” –
- Aspetti che controllo… si, mi dia la patente per registrarla, un attimo di pazienza-
Marco pensava… pensava ai pochi mesi vissuti proprio a Madrid…e a Olga, conosciuta al meeting della rivista tenutosi a Firenze (la città natale di Marco), e come avrebbe reagito rivedendola.
- Ecco la sua patente, può ritirare la sua auto al nostro parcheggio, un nostro incaricato le spiegherà tutto. Le interessa una mappa della città?-
- No, grazie… conosco la città- disse sorridendo. – Grazie mille, buona serata-
Era il primo pomeriggio di una giornata afosa di luglio, Marco sapeva solo l’indirizzo della sede Spagnola della rivista… nella centralissima Gran via.
Li avrebbe avuto i dettagli della storia di cui si doveva occupare. Sapeva che solo che era un paese in mezzo alla meseta, un po’ lo intrigava… avrebbe visto e vissuto nelle stesse terre che avevano ispirato Cervantes nel Don Chisciotte.
Ma quello che lo interessava veramente

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La cosa nel letto

Ci penso e ci medito, ma più lo faccio e più mi rendo conto che questa faccenda non solo ha dell’incredibile, ma che se riuscissi a percepire la realtà ultima di quello che ho visto, non solo diventerei pazzo, probabilmente la mia coscienza si aprirebbe in abissi finora sconosciuti. Ho paura per me stesso, se non scopro la verità morirò d’ansia. E non passa giorno che non torno a controllare quel punto del letto. Eppure potrebbe essere stata una visione e quindi me ne chiedo il motivo. E se invece fosse stata una cosa reale? Cos’era, cos’era quella cosa? Da quale mondo proveniva, perché io poi? Ma andiamo con calma e cerchiamo di spiegare per bene cos’è successo quella sera, cosicché qualcuno forse, saprà darmi una spiegazione reale. È anche vero comunque che più mi sforzo a ricordare e più rimango ammutolito. Come se qualcosa o qualcuno mi trattenesse dal raccontarlo. Sicuramente sarà utile informarvi che sono un grande lettore di Howard Philiph Lovecraft e anzi, sono sicuro che molti di voi lo conosceranno. È un autore di racconti onirici, creatore di quell’universo letterario che è il “Mito di Cthulhu”. Ma d’altronde uno scrittore è legato al fantastico solo per ciò che ne può scrivere, e mai avrei pensato... Ma andiamo con ordine. Premetto che non ho mai creduto a quel libro, “il Necronomicon”, che fosse stato un espediente letterario dello scrittore di Providence ne abbiamo, ormai tutti, le prove. Che qualcheduno poi si sia messo lì a scrivere uno pseudobiblio, rifacendosi alle idee di Lovecraft può sì far incuriosire, ma dopo un studio serio arriverebbe alla mia stessa conclusione, che cioè sono solo fantasie. Nonostante ciò, ho provato i rituali trascritti sul Necronomicon, più per scherzo che per curiosità vera e propria, ma chi non l’ ha fatto? Ebbene, sono proprio delle cialtronerie. Non posso invece negare il mio acceso stupore quando, rovesciando inavvertitamente una boccetta d’inchiostro su una

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   5 commenti     di: Emiliano Rizzo


Il condominio

Improvvisamente a Milano dove un tempo c’era il luna park delle Varesine, in viale della Liberazione, è cresciuto in pochissime settimane un nuovo condominio. Gli abitanti della zona se ne accorsero solo quando il nuovo grattacielo con la sua altezza nascondeva a loro la luce del sole.
Il palazzone era enorme, bello a vedersi e realizzato con materiali che sembravano molto costosi. Tre porte d’ingresso, cinque ascensori, quindici piani e dai cinque agli otto appartamenti per piano.

Il caseggiato era di forma quasi circolare, sembrava un grande cilindro non chiuso, l’unico anello completo era quello del tetto che ricopriva tutto il palazzo e faceva da grande e altissimo arco nella parte dove l’edificio rimaneva aperto. Dentro c’era un piccolo giardino ben curato, alcuni giochi per i bambini, lo scivolo, l’altalena, delle panchine per le mamme e qualche pianta.
All’esterno la facciata, di ferro e grandi finestre di vetro brunito, era perfettamente liscia. Gli unici balconi si aprivano sull’interno, mentre il tetto dalla morbida forma ricurva era un enorme terrazzo verde di piante e colorato di fiori diviso in più parti a seconda del numero degli appartamenti sottostanti. C’era qualcuno che aveva fatto mettere anche una piccola piscina privata.

Dall’alto dei quindici piani si godeva una vista spettacolare e unica in tutta Milano. Nelle giornate limpide le montagne di Lecco sembravano talmente vicine da poterle quasi toccare. Si vedeva il grattacielo Pirelli, la Madonnina del Duomo, e la stazione di Porta Garibaldi così piccola da sembrare quasi un modellino. Insomma era un condominio di grande prestigio. Fuori sul portone c’era ancora un cartello che diceva: “vendesi appartamenti signorili di diverse metrature”.

23 maggio. Il signor Umberto Pirola era lì fuori seduto su una panchina che aspettava l’agente immobiliare per andare a vedere una proposta di vendita. Era un uomo di circa sessant’anni, preciso e abitudinario. Guard

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Serata al lago con buzzati

e così un giorno di punto in bianco decisi:è il momento di rubare una macchina e partire. Rubai la macchina, era una vecchia station vagon probabilmente degli anni 90 o giù di lì; inforcai la prima strada che dava verso le montagne, le alpi, e proseguii finchè non dovetti fermarmi a pisciare. sfruttai la breve pausa anche per ragionare sul da farsi, ero indeciso se dirigermi verso i pascoli e probabilmente farmi fucilare da qualche pastore zoofilo incazzato oppure accamparmi presso il lago montano. optai per la seconda, mi sembrò più facile e sicuro che sfidare i signori delle capre. ecco bhe dunque arrivai. tentai all'inizio di costruire una simil-capanna cercando con molta calma rami e foglie secche:come avrei fatto ad assemblare il tutto dovevo ancora pensarci. avevo portato con me nella mia fuga dalla civiltà solo un machete per la legna, una canna da pesca, un fornello da campeggio, due litri di grappa, un paio di stivali, 5 litri di vino per la notte e una coperta, il tutto raggomitolato alla bell e meglio in un borsone lanciato a terra nella macchina. cominciai allora a picchettare dei rami a terra battendo con il machete tenuto orizzontale;l'operazione ebbe scarsi risultati, sotto 2 centimentri di terra c'era uno strato di pietra. ci rinunciai, mi stesi a terra e ammucchiati i rami che avevo raccolto per la capanna gli diedi fuoco usando della grappa. ero lì sdraiato accanto al lago montano, un posto abbastanza selvaggio per essere comunque vicino alla civiltà. mi misi la coperta e mi avvicinai al fuoco(comunque si avvertiva già un certo freddo per essere le 22 del 4 aprile) versandomi del vino. l'indomani mi sevgliai con la coperta a 2 metri di distanza e con ustioni di terzo grando ai piedi per la vicinanza al fuoco. ripartii subito dirigendomi verso il mare. mi aveva sempre affascinato il mare e adoravo la pesca quindi mi sarei di sicuro rilassato e avrei potuto dimenticarmi un po della pazzia e della freneticità del mondo e ritrovare i miei r

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Non ficcate il naso in quei silenzi

Non dite mai
che il silenzio è d'oro
a chi fa naufragio
su un'isola deserta.





" Saepe tacens vocem verbaque vultus habet" Un volto che tace spesso ha voce e parole. Con questa massima di Ovidio, scolpita con maestria su un'imponente architrave di granito egizio da uno scalpellino disceso per direttissima da Francesco Borromini, si accedeva al Silence Analysis and Decoding Center di Saragozza. Il Centro accoglieva oltre trecento esperti provenienti da vari paesi e assegnati a tre diversi dipartimenti. Quello degli Studi Storici, quello degli Studi Contemporanei, per finire con quello di Consulenza Dinamica. Il primo, come si può facilmente immaginare, era quello più vasto e articolato. Era suddiviso in sezioni. Ognuna si occupava di un secolo. A partire dagli albori della civiltà. Per ciò che veniva prima, l'epoca pre-istorica, esisteva una sezione speciale. Il secondo era il più slim. Anche se destinato ad espandersi man mano che il ventunesimo secolo prendeva corpo. Mentre il terzo comprendeva una trentina di team mobili che svolgevano attività di affiancamento ad eserciti, polizie dei vari paesi, gruppi industriali, ed altri grandi organismi statali e privati.

Quella mattina Carlos Avila, piuttosto che andare al lavoro, avrebbe mangiato un piatto di "escrementos de perro que abe tomado el desgrasado", come usava dire lui nei momenti difficili. Quando era costretto a fare qualcosa contrario alla sua religione: il Vivir Lento. Che contava innumerevoli fedeli fra i pigri ma saggi latinos. Carlos era uno dei venti coordinatori del Centro. Compito abbastanza complesso, che non staremo a spiegare ora, ma che capirete strada facendo se avrete la pazienza di seguire con un po' di attenzione. Quella mattina Carlos aveva una riunione con The Sound of Silence, il capo di tutta la baracca. Il grazioso nickname gli era stato affibbiato do

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La scelta

Un tempo fui un angelo..
Appartenente alle schiere di Dio.

Anche noi, proprio come i figli, avevamo un corpo e un anima, perchè la carne e l'aura si fondono indelebilmente per sempre, perchè la carne è la sua espressione, e gli occhi, proprio come tutti dicono, ne sono lo specchio.

Io ero un angelo della morte, forse per il mio modo d'essere, per l'inquietudine che dentro mi portavo, per il mio essere cupo..
Fatto stà che questo era il mio compito, annunciare la fine, seguirvi nel momento del trapasso.

Ma io non ero solo quello, ribelle, testardo, ho amato gli uomini più di me stesso, e a loro comparivo spesso, consigliando, aiutandoli anche quando il destino aveva in serbo altro per loro.
Fu per questo motivo che venni punito, disobbedendo per l'ennesima volta, quando rifiutai di portar via una madre alle sue bambine.

Persi ogni titolo, ogni potere, l'immortalità, e fui cacciato sulla terra, a vivere con la mia stessa carne che ora soffriva, si feriva, si sporcava. Ero umano.
Dimenticai ciò che ero, cancellarono ogni mio ricordo, ogni mio passato, cancellarono perfino lei dalla mia mente.. il mio amore per Isis, un angelo, proprio come me.
E ho vissuto i miei giorni percependo in me sempre qualcosa di strano, qualcosa che al resto degli altri non puoi spiegare, sentendo dentro di te che non appartieni a questo mondo, a niente.

Lei mi apparve un giorno come tanti, uno di quelli in cui rincasavo nel mio buco, in quel cesso che qualcuno per educazione chiamava addirittura casa. Ero ubriaco, al solito.. e vidi lei, vidi la cosa che più bella del mondo, di quelle figure che ti fermeresti a fissare per giorni senza dir nulla. I suoi occhi scuri mi squadravano, sorridevano, un sorriso di qualcuno che ti conosce da secoli, che ti entra dentro e sa cose di te che perfino tu ignori. Un triste sorriso..

"Anthony.."

Mormorò, mordendosi appena il labbro per l'emozione, per quella voglia trattenuta di correre e stringermi.

" ti cono

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   6 commenti     di: Anthony Black


I fantasmi del passato.

Mattina presto.
Malgrado non ne avesse più bisogno non riusciva a svegliarsi più tardi delle 7.
Mancanza di bisogno di sonno o indotto senso di responsabilità?
Se lo era chiesto tante volte; senza risposta, come tante altre domande.
Un’occhiata alla stanza, sempre la stessa.
Sorrise pensando al disordine che regnava nella sua casa.
Malgrado tutti i buoni propositi nessuno aveva come dono quello dell’ordine.
Una famiglia tutto genio e sregolatezza, pensò dirigendosi verso la cucina per prepararsi il primo caffè della giornata.
In una mattina simile di molti anni prima si era trovato davanti alla prima vera responsabilità della sua vita: comunicare la morte del fratello più piccolo al fratello superstite.
Lo aveva incaricato la zia da cui erano stati mandati la sera prima.
Una telefonata durante l’ora di cena.
I genitori che scappavano e gli lasciavano confuse istruzioni, l’arrivo dei nonni, una seconda telefonata che aveva fatto stare male il nonno, la corsa alla ricerca di una medicina per il cuore.
In quel momento aveva realizzato che il più piccolo della famiglia era morto.
Il trasferimento dalla zia e quella strana sensazione…… doveva sembrare tutto normale.
Passata la notte e arrivata la luce del giorno però il mistero doveva però essere svelato.
Era stato scelto lui. Non gli sembrava possibile. Ancora non aveva inteso cosa volesse dire MORIRE e doveva comunicarlo al fratello.
Lo aveva fatto. Aveva immaginato pianti, disperazione, recriminazioni. Invece nulla. Aveva continuato a giocare al piccolo flipper di plastica rispondendo un semplice “lo so’.
Come tante altre volte si trovò a pensare se e quanto questo lutto avesse modificato la sua vita.
Ma la caffettiera cominciava a borbottare.
Si versò un’abbondante dose nella grande tazza e prese a sorseggiare la bevanda bollente.
Una volta la prima tazza di caffè era necessaria per accendere la prima sigaretta della giornata.
Da tempo aveva smesso. Era una cosa

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