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Racconti del mistero

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Il baule

Ero ormai affondato da anni, giacevo nel fondale marino senza pensieri, anche perché in realtà, per quanto mi riguarda, non ero nessuno. O forse si. So solo che sono in grado di ragionare, di pensare, capire, sentire, ma non di farlo nella mia ''persona'' o ''essere'' che sia. Non sono in grado di identificarmi da qualche tempo, da qualche tempo fa o da sempre! Sono rinchiuso qui, in un luogo che è qualcosa di più di un oceano, in un luogo mai superato, mai compreso, rinchiuso insieme ad un baule ad elevatissime profondità, incastrato da una "barriera invisibile ed indistruttibile''.

Ora avverto degli strani rumori, di cui non riesco nemmeno minimamente ad immaginarmi l'origine. Sento come come una pressione, un fischio. Che anomalia!
In questo preciso istante vedo un uomo dirigersi verso di me, non credo mi veda, credo piuttosto sia altamente interessato al baule, e penso che pure lui, come me, non sia in grado di superare la barriera. Ecco, ora si avvicina con molta cautela, e noto che non è solo. Insieme a lui un suo simile, più delicato, con dei lunghi capelli ed un viso angelico. Non saprei come chiamarlo, forse non ricordo più, forse non l'ho mai saputo, ma son certo di aver visto questa figura da qualche altra parte, ne sono sicuro!
Magari mi tireranno fuori da qui, ma sicuramente per ciò provo indifferenza, non mi importa, è come se qualcuno avesse voluto strapparmi via le emozioni con tanta violenza, e devo proprio ammettere che colui che ci provo, completò la sua opera con successo. Ma ora è meglio lasciar perdere le mie riflessioni, continuando a stare attento ad ogni minimo dettaglio di tutto ciò che mi sta accadendo ora. Ecco, i due tentano di raggiungere il baule, ma improvvisamente : >. L'uomo si fermò di scatto impedendo, con la forza, al suo simile di avanzare. Questo poiché egli provava paura, timore, ma anche tanta curiosità. Solo per questo forse, si e` soffermato a pensare. Ora pero` credo si sia veramente deciso, me lo sen

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   1 commenti     di: Giulia


Gary Buckley

La pioggia incessante batteva gradevolmente ai vetri della finestra della sala da tè, nella stanza ancora piroettavano in utopistica armonia le note dell’ineffabile musica di Dvorak. Gary Buckley, violinista di formidabile bravura, posò il suo strumento ancora caldo nella custodia, erano le ventitre e qualche minuto; aveva appena salutato e accompagnato alla porta il suo amico Jack Lucas, uomo mediamente colto, dal carattere irascibile quasi insopportabile, campione nazionale di biliardo. Uno di quelli che per far scena, manda la palla in buca con otto sponde; i due avevano trascorso la serata a parlare e a sorseggiare dell’ottimo rosso toscano. Jack Lucas aveva anche confidato a Gary tutto il suo dolore che ancora, a distanza di mesi gli logorava lo stomaco.
Il giovane aveva perso la fidanzata per un male incurabile che nel giro di poche settimane, da quel fiore lucente e sfavillante che era, l’aveva trasformata in uno stelo passito e funereo fino a condurla, con urla strazianti di dolore alla tomba.
Jack Lucas era distrutto.
Gary Buckley per tutta la sera aveva guardato negli occhi il suo ospite, arrivando ben oltre, lo sguardo aveva attraversato l’uomo, andando a sbattere contro la parete di ricordi immobili che ornavano in maniera aristocratica la stanza.
Da mesi Gary Buckley era in cura per una forte forma di depressione, causata da diversi eventi che gli avevano segnato la vita. Aveva sofferto le pene dell’inferno, la sua corazza era ormai solcata da graffi irreparabili. Era solo…solo come il vento che va ad urtare le parole della gente nell’aria in cerca di una misera ma vitale compagnia.
La sua visione del mondo era a dir poco catastrofica, aldilà di quelle mura per lui non esisteva più niente, udiva solo il rumore di pianeti in attività nell’universo buio. Un ronzio basso, cupo e sordo.
Continuava ancora a far comprare alla domestica, una settantenne vedova e umilmente servile, il cibo per il cagnolino Molly deceduto due anni prim

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   4 commenti     di: Gary Buckley


Villalobos

L’arrivo a l’aeroporto di Madrid fu in perfetto orario, in pochi minuti Marco era già allo sportello dell’agenzia di noleggio auto. Marco amava la Spagna, forse perché quando era ancora studente si era innamorato di una ragazza spagnola…aveva imparato la lingua… o forse solamente era affascinato da quella terra.
Il lavoro al “Mistero” gli dava la possibilità di viaggiare molto, la rivista, con filiali in tutto il mondo e un sito internet fra i più “cliccati” dagli amanti del brivido e dell’occulto, si era interessata ad un caso strano legato a leggende popolari… e Marco fu scelto e inviato, naturalmente, per la conoscenza del paese e della lingua e soprattutto per l’amicizia “complice” con Olga, la referente della rivista in Spagna, che aveva tanto insistito per la sua collaborazione.
- Lei è il signor?- Domandò l’addetta dell’agenzia di noleggio, ed in perfetto spagnolo Marco rispose- Locatanni, Marco Locatanni, dovrei avere un’ auto prenotata dalla rivista “Mistero” –
- Aspetti che controllo… si, mi dia la patente per registrarla, un attimo di pazienza-
Marco pensava… pensava ai pochi mesi vissuti proprio a Madrid…e a Olga, conosciuta al meeting della rivista tenutosi a Firenze (la città natale di Marco), e come avrebbe reagito rivedendola.
- Ecco la sua patente, può ritirare la sua auto al nostro parcheggio, un nostro incaricato le spiegherà tutto. Le interessa una mappa della città?-
- No, grazie… conosco la città- disse sorridendo. – Grazie mille, buona serata-
Era il primo pomeriggio di una giornata afosa di luglio, Marco sapeva solo l’indirizzo della sede Spagnola della rivista… nella centralissima Gran via.
Li avrebbe avuto i dettagli della storia di cui si doveva occupare. Sapeva che solo che era un paese in mezzo alla meseta, un po’ lo intrigava… avrebbe visto e vissuto nelle stesse terre che avevano ispirato Cervantes nel Don Chisciotte.
Ma quello che lo interessava veramente

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L'incoerenza del genio

Questo breve testo non è un racconto, ma è un monologo.
breve ma che mi rispecchia...

Ascolto musica e scrivo nell’intento di cadere in una sorta di trance …
Oggi pensavo alla definizione di ‘precursore dei tempi ’ e ho concluso che questa definizione non è esatta, almeno secondo me.
Credo che il ‘precursore dei tempi’ sia colui che inventa le epoche future, non quello che le precede.
Mi trema il braccio sinistro, e non riesco a muovermi bene, forse per natura o per nervosismo. Non lo so …
Stanotte ho sognato le mie cugine ma non so in che modo.
Strani giorni, viviamo in strani giorni: ha ragione Battiato.
Come mi fa paura la vita. Ieri pensavo una cosa, oggi ne penso un’altra. Come mai? Che il disegnatore del Fato abbia assunto stupefacenti e non sa più orientarsi? Può darsi … nulla è prevedibile …
In una delle mie trance ho visto il numero 136 che moltiplicato per sè stesso fa 18496 che tradotto in lettere dell’alfabeto numerate da il nome AHDIF, il musulmano.
Strano nella trance continuavo ad essere accecato da una luce … la prima l’ho vista in un bacio tra me e una ragazza che si chiama …
Era come un faro costiero che continuava a ruotare e ad alternare le luce all’oscurità …
L’ho rivista ma nel bagliore mi sono sempre distaccato dal lobo destro della mente.

Il lato oscuro di ognuno di noi non è per niente nascosto. Il mio è quasi sempre in vista anche se nessuno se ne accorge.
Queste quattro mura che mi circondano la maggior parte della giornata amplificano questo stato di oscurità. La luce mi infastidisce gli occhi …

Ondeggio nella notte, che lei sia artificiale o naturale …. Continuo ad ondeggiare nella mia camera: sono una candela, a volte spenta altre accesa, ma ciò che conta è che in tutte e due i modi creo ombre.

Le ombre del mio passato mi tormentano, questi maledettissimi rimpianti che continuano a danzarmi davanti facendosi beffa di me, come quel tempo disonesto che mi colpi

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Grandi Copulazioni Dorate

Chaos determina di partorire dal suo Abisso un'altra creatura dopo Gaia, Eros, l'energia primordiale dell'Universo.
Il suo compito, sotto forma di pioggia generatrice è di far scaturire dalla profondità della Terra tutto ciò che essa contiene nelle sue profondità.
Tutto ciò che è in lei, oscuro come Abisso, indistinto come Chaos, Eros lo libera e lo palesa alla superficie.
Eros è lo slancio giocondo ed esuberante che feconda le viscere di Gaia.

La Terra partorisce per primo Urano, il Cielo.
Poi mette al mondo Ponto, cioè l'acqua, tutte le acque dolci e salate.
Gaia li concepisce senza accoppiarsi con nessuno materialmente.
Solo attraverso l'energia di Eros che porta in sé, la Terra sviluppa quello che potenzialmente era già in lei e che, nel momento in cui lo libera, diventa il suo doppio e il suo contrario.
Perché?
Perché Chaos gode della gioia dei contrari che s'accoppiano e sviluppano vitalità cosmica.

Urano, immediatamente si stende su Gaia e la possiede carnalmente.
Diventano un sopra e un sotto che si amano a vicenda per l'estasi loro e di Chaos.
Così Ponto, appena dopo esser stato partorito, penetra la Madre insinuandosi al suo interno e la delimita e la completa sotto forma di vaste distese liquide.
Ponto e Urano sono opposti alla Terra.
Se Gaia è solida e compatta, Ponto invece è liquidità, fluidità informe e inafferrabile e Urano è aeriforme, gassoso, ventoso.
Entrambi la copulano, mescolandosi a lei per una durata inconoscibile agli aedi.



Urano comincia a possedere carnalmente Gaia in ogni momento, instancabilmente.
Lui stesso è animato da una mania, da una furia sessuale inestinguibile suscitata da Eros.
Ponto, con lo stesso ritmo dei suoi flutti e delle sue onde, fa l'amore con la Madre lasciandole del tempo per riposare.
Urano non cessa mai di schizzare il suo seme nel seno di Gaia.
Questo Cielo maniaco non conosce altra attività se non quella sessuale.
Copre e abbraccia Gaia senza soste, alluppato c

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   0 commenti     di: Mauro Moscone


L'Ultima Onda

Tre Luglio.

Il mare era molto mosso quel giorno. Nuvoloni neri si addensavano bassi all'orizzonte. La spiaggia spazzata dal vento. Nonostante questo una moltitudine di persone sdraiate sulla sabbia.

Passeggiavo osservando le decine di famiglie sotto gli ombrelloni. Camminavo piano, i piedi bagnati dalle onde. Ad un certo punto dovetti rientrare sulla sabbia. Un ostacolo improvviso.

Avevano fatto accomodare una signora molto anziana, almeno novant'anni a giudicare dall'aspetto decadente, su una sedia in plastica, proprio in riva al mare. Una sedia verde scuro, di quelle che si trovano ai tavoli delle gelaterie. L'acqua le arrivava alle caviglie. Il vestito e i suoi capelli bianchi si muovevano, scompigliati dal vento.
"L'hanno messa lì a prendere l'arietta!" pensai sorridendo e mi allontanai.

Quattro Luglio.

Il giorno dopo stesso clima: nuvole e vento.
E stessa arietta per la vecchia! Infatti mi trovai davanti la medesima scena, con un particolare più curioso. L'anziana signora era stata fatta sedere un po' più avanti, e le onde le lambivano le ginocchia, andando a bagnare il vestito. Lei aveva lo sguardo fisso verso l'orizzonte, incurante del vento e delle onde. In mano teneva un bastone, la cui estremità affondava nella sabbia bagnata.
Pareva mormorare qualcosa, frasi incomprensibili.

"... onda".

Cinque Luglio.

Passò un altro giorno ancora. E quando vidi di nuovo la stessa scena immaginai che i parenti della vecchia avessero un piano per ucciderla. E che avessero deciso di attuarlo poco a poco. Ogni giorno, un centimetro in più verso il mare. E nel mare si affonda.
Era ancora nella stessa posizione, ma le gambe posteriori della sedia erano ormai affondate per metà nella sabbia bagnata. La sedia pericolosamente inclinata all'indietro, quasi sul punto di cadere.
E lei, con il vestito ormai fradicio di acqua scura, che mormorava.

"... arriva...". Riuscii a capire solo questo

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   7 commenti     di: paolo molteni


MICHELA

Marco vide l’ora e premette l’acceleratore pensando che non fosse affatto carino far aspettare Irene stasera. Accanto al sedile, in un astuccio aperto brillava la pietra di un anello che lui si girava ad ammirare volta dopo volta. Le sarebbe piaciuto? Avrebbe detto di ‘’si’’?
All’improvviso un camion piombò alla sua destra e quando se ne accorse fu ormai troppo tardi. Spinse i pedali fino in fondo e il loro rumore sull’asfalto gli sembrò come l’urlo di una bestia spaventata quando fiuta il pericolo…
Ormai si era già fatto buio quando Marco parcheggiò la macchina nel parcheggio del ristorante dove aveva prenotato. Scese e si diresse verso l’entrata con l’anello in mano quando i fanali e il rumore di una macchina gli attirarono l’attenzione e riconobbe la macchina di Irene, corse verso di essa ma lei non lo vide e si allontanò con velocità. Marco vide l’ora ma l’orologio si era rotto, e lui pensò che fosse troppo tardi a causa dell’incidente e si vede che Irene l’aveva aspettato fino a quando non si era stancata e poi se ne era andata sicuramente offesa visto che non l’aveva neanche telefonata visto che il cellulare era rotto. Vide l’anello e gli dispiacque di non essere potuto arrivare in orario perché avrebbe voluto che fosse una serata importante che avrebbero festeggiato ogni anno. Ma lui non voleva arrendersi, adesso avrebbe preso la macchina e l’avrebbe seguita fino a casa. All’improvviso si sentì chiamare.
- Ehi Marco!
Si girò e vide una sagoma fragile e delicata che gli si avvicinava con passo leggero, e con la luce della luna sui capelli che dava un aria onirica.
-Non mi riconosci?
Lei si avvicinò.
- Michela?! Il dolce suono della sua voce saturò l’aria notturna, e lui ripensò dolorosamente che una volta quella risata apparteneva solo a lui.
- Michela!
Lei si avvicinò ancora di più, guardandolo negli occhi, sorridendo, lui sentì il suo cuore cominciare a battere rabbiosamente nel pe

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   2 commenti     di: suzana Kuqi



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