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Racconti del mistero

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Silentium

Esistono storie che per la loro intrinseca natura possono essere narrate soltanto con parole che assumono significati misteriosi e terribili.
Tale qualità delle parole non è pertanto riconducibile al puro significato delle stesse, al loro suono o alla combinazione delle loro concatenazioni, ma risulta appunto una caratteristica secondaria, derivata dalla essenza profonda della storia che raccontano, indipendentemente dal loro numero, dalla loro foggia o nobiltà. Indissolubilmente legate alla storia le parole vivono tuttavia autonomamente, ricevendo da questa il soffio vitale di mille storie in una sola.
Tale è la vicenda che vado a narrare, pura cronaca della sventura di un animo che solo il caso ha voluto spezzare prima della sua completa realizzazione. Già, perchè se mai esistette uno spirito più vicino alla felicità nella storia del genere umano, quello fu il mio. Unico rampollo di una famiglia non meno nobile che ricca, fin dalla più tenera età educato al disprezzo delle cose divine e alla cinica e spietata cura di quelle umane e quanto mai terrene, vissi libero e spensierato e soprattutto, immune dal germe del rimorso. Utilizzai il titolo e il denaro per salire i gradini sociali senza concedere nulla alla pietà o alla compassione. Distrussi i miei nemici e soggiogai gli amici, senza dare o aspettarmi riconoscenza. Blandendo se necessario, disprezzando sempre, travolsi come un uragano gli ostacoli morali che al più abietto pure talvolta si pongono, elevandomi così al di sopra degli uomini nella ricerca del grado più basso di degenerazione morale e assurgendo pertanto a loro modello.
Non ricorsi mai all'omicidio se non strettamente necessario, troppo volgare e in verità pericoloso mi appariva tale metodo, più vaste e sicure erano le innumerevoli strategie che il semplice ricorso a cavilli burocratici e sapienti corruzioni consentiva di adottare, con risultati spesso di gran lunga superiori. Tuttavia, nel caso dei miei anziani zii, superstiti o

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   0 commenti     di: sandro batzella


Pensieri e sogni affettivi

la mamma ci ha lasciati più di vent'anni fa, ci ha lasciati perché aveva un impegno importante con il nostro amato padre celeste. Da allora periodicamente viene a trovarmi, ultimamente con mio sommo piacere viene sempre più spesso. la rivedo da giovane, indaffarate sempre, ma, mai stanca, sorridente con un sorriso velatamente triste, odo il suo amoroso dire muto, che rimbomba come un accurata richiesta, sento che vuole comunicarmi ma non capisco cosa, allora prego. Anche Filippo (seppur defunto) si è fatto vivo nei miei sogni, proprio l'altra notte, l'ho visto e parlato con lui per brevissimo tempo, intendevo acquistare una partita di frutta e piante, (pochissima cosa) e gli chiedevo di aprire la macchina per caricare la merce, cosa che lui faceva con un sorriso e asserendo di volermi assecondare. prossimamente spero di sognare anche Alfonsa e Maria, mi piacerebbe rivedere anche il babbo, chisà . i sogni miei con chi mi manca.

   4 commenti     di: AGOSTINO


Il Piccolo Becero

Il trenta dicembre del 1948, un nuovo bambino vide la luce del Creato.
La madre aveva sperato, fino all'ultimo, che nascesse una femminuccia.
Delusa, decise di non allattare quel bambino.
Il neonato non meritava affetto, la creaturina doveva morire.
In che modo? Niente cassonetti, poiché erano antigienici.
Niente cigli della strada, visto che erano pericolosi.
Bastava non dargli il nutrimento.
Così fu pensato e così venne deciso.
Dicono che il latte materno sia più saporito nei primi giorni di vita.
Noi non sappiamo quale fu il ruolo di Giovanni in questa vicenda.
Sappiamo solamente che a Capodanno, dopo il rito del baciamano,
impose alla moglie di allattare quell'essere innocente.
A malincuore e piangendo la donna disbrigò la faccenda.
Il bambino poppò senza alcun risentimento.
 
Il dieci di Gennaio la questione sembrava aver trovato una soluzione.
Una broncopolmonite acuta capillare aveva aggredito il piccolo,
cercando di dare una mano alle aspettative della povera madre.
Non era un dramma, all'epoca i bambini morivano come le mosche.
La madrina designata cucì un po' di stoffa.
L'abitino per il moribondo era pronto.
Quella sera, il curato del paese venne a prendersi cura di lui.
Prima lo battezzò e poi lo assolse dai suoi peccati.
Chissà quali peccati aveva compiuto il birichino.
A voler sottilizzare qualche cosina la si troverebbe pure.
Intanto s'era dato la pena di nascere e nascendo, aveva, di diritto,
ereditato il peccato originale.
Ricordiamo a tutti che quel tipo di peccato non è cosa da poco.
Sorvoliamo, altrimenti a qualcuno verrà la tentazione di
far costruire un carcere nido.
Il Prete andò via, rinunciando alle tre uova che Teresa voleva regalargli.
Arrivarono, portate da un vecchio amico, le quattro assi inchiodate.
Sopra ci fu appiccicata una Croce.
La piccola bara era pronta.
La piccola salma era in ritardo.
Questo bambino non sarebbe stato sepolto nella cruda terra.
No, non sarebbe stat

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   7 commenti     di: oissela


LETTERA ULTIMA.

Forse non dovrei ma lo faccio lo stesso. E non per me e non per te ma per giustizia. Esiste, no, la giustizia? Lo chiedo a te che di ingiustizia hai campato alle mie spalle, fiera di tutto ciò che ti ho donato forse non sei più capace di comprendere le mie parole. Si, tanto ti ho donato che tu lo sai cosa. L’anima che adesso non ho più.
Hai rubato e lo sai. I mie sogni, il mio amore e quello che avevo da scoprire, tutto quanto io lo chiamo sciacallaggio. Inutile andare oltre, avresti sempre una scusa in tua difesa; come dire, sono io il pirla che di te “non ho ancora capito nulla”. Eh sì, perché c’è sempre da capire qualcosa soprattutto quando non si ha niente da dire ma si presenta, si entra, si ruba e se nessuno dice niente, non vede, si toglie il disturbo. Essere passivamente presenti non basta.
Hai notato che il cielo sopra noi è sempre più torbido, ma io credevo fosse smog invece persone inutili si moltiplicano e popolano e invadono senza coscienza così che sporcano quel bellissimo azzurro che mi sogno ormai di vedere perché devo tenere a bada loro che han sempre qualcosa da non dire offuscando i mie occhi.
E di tanto in tanto elargiscono news alla “TG4” come fossero verità indiscutibili “non cambiare mai e non lasciare che una stronza come me possa oscurare i tuoi splendidi occhi” oppure “non pensare che siano tutti o tutte come me” ma dai, non lo sapevo. E in mezzo balle a prova di giudizio “non riesco ad accettare l’idea di essere causa di sofferenza per qualcuno” e cosa aspettavi a dirlo?
Tutto quanto nel bel mezzo di un amore sfumato e troppo ingenuo ma non impossibile.
Tutto quel che non dicevi era in mala fede, lo capisci vero?
Non lo faccio per vendetta, credimi, ci sono problemi più grandi ma allo stesso tempo mi rode, come un fuoco arde dentro me il fatto che la fine tu la conoscevi fin dall’inizio dei tempi.
Ma per che cazzo non hai fatto in modo che io capissi di più, per quale fottuto motivo mi h

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   8 commenti     di: Edmondo F.


Viaggio del non ritorno

Erano appena le due del pomeriggio e due biciclette da corsa filavano veloci in mezzo al sentiero che conduceva nelle sperdute campagne del North Dakota.
Una donna è alla guida della prima, Taylor Made era avanti più di un chilomentro e pedalava a tutta velocità senza sosta. Alla guida della seconda, un apparente giovanotto dai capelli rossi, John Backer, suo cugino. Era rimasto indietro e nonostante gli sforzi non riusciva a raggiungerla. Erano in ritardo per un piccolo incidente avuto quella stessa mattina sulle montagne dopo che un animale aveva li aveva tagliato la strada ed erano caduti a terra. Non si erano fatti molto male, ma si potevano notare le ginocchia scorticate.
“Taylor” si udì in lontananza pronunciare un nome e fu anche l’unica parola che si riuscì a captare dalla distanza a cui era la ragazza. Lei si fermò ad attenderlo silente. Ecco che finalmente lui riuscì a raggiungerla. "Possiamo fai una pausa Taylor? È tutto il giorno che pedaliamo. Non ci siamo mai fermati." ma nonostante fossero in viaggio dalle prime ore della mattina ed aver oltrepassato le montagne la stanchezza non si era ancora fatta sentire.
Taylor annuì distrattamente “Solo cinque minuti però. Voglio arrivare alla campagna prima di sera.”
“Ma Taylor” John fu bloccato dal diniego della ragazza prima che potesse concludere la frase, aveva sempre mantenuto la sua parola. Infatti cinque minuti più tardi erano di nuovo in marcia su quello stesso sentiero. Ancora per un paio d’ore.
Esattamente alle cinque in punto giunsero alla fine del loro faticoso percorso, un’immensa campagna si stendeva davanti ai loro occhi. Lo si poteva intuire dalle pecore che pascolavano nei prati poco distanti. Ma erano le uniche “anime” che parevano popolare quel loco che ad un primo istante poteva apparire inquietante. Almeno in quel preciso momento.
Taylor fece cenno al cugino di raggiungerla in più fretta possibile “Troviamo rifugio John. Per questa notte.” Ta

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   4 commenti     di: Vale B


COME IN UN SOGNO

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Non ficcate il naso in quei silenzi

Non dite mai
che il silenzio è d'oro
a chi fa naufragio
su un'isola deserta.





" Saepe tacens vocem verbaque vultus habet" Un volto che tace spesso ha voce e parole. Con questa massima di Ovidio, scolpita con maestria su un'imponente architrave di granito egizio da uno scalpellino disceso per direttissima da Francesco Borromini, si accedeva al Silence Analysis and Decoding Center di Saragozza. Il Centro accoglieva oltre trecento esperti provenienti da vari paesi e assegnati a tre diversi dipartimenti. Quello degli Studi Storici, quello degli Studi Contemporanei, per finire con quello di Consulenza Dinamica. Il primo, come si può facilmente immaginare, era quello più vasto e articolato. Era suddiviso in sezioni. Ognuna si occupava di un secolo. A partire dagli albori della civiltà. Per ciò che veniva prima, l'epoca pre-istorica, esisteva una sezione speciale. Il secondo era il più slim. Anche se destinato ad espandersi man mano che il ventunesimo secolo prendeva corpo. Mentre il terzo comprendeva una trentina di team mobili che svolgevano attività di affiancamento ad eserciti, polizie dei vari paesi, gruppi industriali, ed altri grandi organismi statali e privati.

Quella mattina Carlos Avila, piuttosto che andare al lavoro, avrebbe mangiato un piatto di "escrementos de perro que abe tomado el desgrasado", come usava dire lui nei momenti difficili. Quando era costretto a fare qualcosa contrario alla sua religione: il Vivir Lento. Che contava innumerevoli fedeli fra i pigri ma saggi latinos. Carlos era uno dei venti coordinatori del Centro. Compito abbastanza complesso, che non staremo a spiegare ora, ma che capirete strada facendo se avrete la pazienza di seguire con un po' di attenzione. Quella mattina Carlos aveva una riunione con The Sound of Silence, il capo di tutta la baracca. Il grazioso nickname gli era stato affibbiato do

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