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Racconti del mistero

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La casa fantastica (parte sesta)

Non capisco chi possa essere, la mano sulla mia spalla esercita una pressione delicata, quasi controllata, come per dire non aver paura.
Fisso con insistenza il casco con la visiera oscurata, quella “persona” mi accarezza il viso e mi prende per mano, senza dire una parola mi accompagna al portatile, lo accende e comincia a mostrarmi una serie di foto che ritraevano mio nonno, mio padre e tante altre persone che io non conoscevo.
Apre un programma dove la matematica, la fisica e l’astronomia si fondono,
mi fissa intensamente con lo sguardo, prende subito una decisione.
Con la mano fa leva da sotto il mento e solleva il casco!
Papa?... Sei tu?
Ma  non dovevi essere al lavoro?
Salvo! è venuto il momento di doverti delle spiegazioni, tu sai della mia grande passione per l’informatica e l’elettronica, ebbene io da oltre venti anni che do ragione ad una mia teoria e cioè che il presente, il futuro ed il passato, sta nello spazio, l’uomo è la testimonianza di questo, in quanto registra ed evoca nella sua mente tutti i passi della sua vita.
Noi abbiamo all’interno del cervello una sorta di videoregistratore con la facoltà di aumentare la velocità del pensiero ed allo stesso modo riprendere velocemente il passato con lo stesso meccanismo del riavvolgimento, praticamente è attraverso lo spazio-temporale che si sposta la materia, basta aumentare i processi mentali ed è attraverso questo che avviene la migrazione, ma! forse ti sto confondendo le idee.
Fisso negli occhi mio padre: papà! avrei mille domande da farti, tutto questo mi affascina e mi preoccupa, vedo che avevi indossato il casco! cosa stavi per fare? dove stavi andando?
Un sorriso si stampa nel volto di mio padre che, rimettendomi la mano sulla spalla mi dice: non sei pronto per adesso! devi sapere figlio mio che questa mia scoperta mi ha aiutato molto anche nel mio lavoro.
Il mio lavoro prettamente amministrativo, fino a qualche anno fa era tutt’altra cosa:  andavo di person

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   2 commenti     di: Carmelo Rannisi


Il profumo dell'arcobaleno

"Non sapevo che tu fumassi il sigaro!"
"Ed io non sapevo che tu suonassi il violoncello"
"Ma io non lo suono affatto!"
"E allora chi è che suonava l'altra sera? Ero sicuro che quella musica provenisse da casa tua"
"No... ti assicuro. Io non lo suono. Che giorno era scusa?"
"Era martedì scorso"
"Io non ero a casa martedì scorso"
"Strano. Chi c'era?"
"Nessuno"
"Sarà stato un altro vicino di casa allora"
"Mmm... forse si. Però mi pare strano. Io li conosco un po' tutti. Non mi pare ci sia nessun musicista. E poi di sera? Verso che ora? I nostri vicini sono tutti un po' anziani, mi pare strano. Poi il suono di un contrabasso dal vivo si riconosce! Mi pare strano"
"Era un violoncello"
"Si? È uguale"
"No"
"Ok"
"Va bene. Allora buona giornata Gabriele"
"Buona giornata a te Simon"
Prese la via per il lavoro. Sulla grigia strada della sua bagnata citta.
In lontananza il profumo dell'arcobaleno suonava le sue odi di amore, di morte, di poesia e di malinconia. La pioggia cadeva sul grano e sugli alberi e tutto si profumava di terra bagnata. La vita scorreva sincera. Lontano dagli uomini il suono dell'universo si sincerava di non essere percepito e si diffondeva solo tra il vuoto reale. Nella notte si respirava di tanto un certo odore di alambicco provenire dal lontano e vecchio monastero. Forse abbandonato.
* * *
Si... stava morendo. La signora Cortese era ormai quasi morta. Suonavano per lei le campane ed i violini. Ella respirava la propria morte ad ogni ora di vita. Gabriele andava a trovarla quasi ogni giorno. Aspettava con lei che arrivasse l'arcobaleno. La signora Cortese da giovane era stata una musicista. Suonava il violoncello, ed era incantevole. Gabriele le voleva bene perché era sua zia. Una zia meravigliosa.
Gabriele Cortese non era andato a trovarla solo quel martedì, quel giorno, dopo lavoro, era stato a casa della sua amica Amanda, con la quale si abbandonava ultimamente a giochi profumati, nonostante il suo cuore fosse ormai lan

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   1 commenti     di: David Di Meo


Gary Buckley

La pioggia incessante batteva gradevolmente ai vetri della finestra della sala da tè, nella stanza ancora piroettavano in utopistica armonia le note dell’ineffabile musica di Dvorak. Gary Buckley, violinista di formidabile bravura, posò il suo strumento ancora caldo nella custodia, erano le ventitre e qualche minuto; aveva appena salutato e accompagnato alla porta il suo amico Jack Lucas, uomo mediamente colto, dal carattere irascibile quasi insopportabile, campione nazionale di biliardo. Uno di quelli che per far scena, manda la palla in buca con otto sponde; i due avevano trascorso la serata a parlare e a sorseggiare dell’ottimo rosso toscano. Jack Lucas aveva anche confidato a Gary tutto il suo dolore che ancora, a distanza di mesi gli logorava lo stomaco.
Il giovane aveva perso la fidanzata per un male incurabile che nel giro di poche settimane, da quel fiore lucente e sfavillante che era, l’aveva trasformata in uno stelo passito e funereo fino a condurla, con urla strazianti di dolore alla tomba.
Jack Lucas era distrutto.
Gary Buckley per tutta la sera aveva guardato negli occhi il suo ospite, arrivando ben oltre, lo sguardo aveva attraversato l’uomo, andando a sbattere contro la parete di ricordi immobili che ornavano in maniera aristocratica la stanza.
Da mesi Gary Buckley era in cura per una forte forma di depressione, causata da diversi eventi che gli avevano segnato la vita. Aveva sofferto le pene dell’inferno, la sua corazza era ormai solcata da graffi irreparabili. Era solo…solo come il vento che va ad urtare le parole della gente nell’aria in cerca di una misera ma vitale compagnia.
La sua visione del mondo era a dir poco catastrofica, aldilà di quelle mura per lui non esisteva più niente, udiva solo il rumore di pianeti in attività nell’universo buio. Un ronzio basso, cupo e sordo.
Continuava ancora a far comprare alla domestica, una settantenne vedova e umilmente servile, il cibo per il cagnolino Molly deceduto due anni prim

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   4 commenti     di: Gary Buckley


L'Ultima Onda

Tre Luglio.

Il mare era molto mosso quel giorno. Nuvoloni neri si addensavano bassi all'orizzonte. La spiaggia spazzata dal vento. Nonostante questo una moltitudine di persone sdraiate sulla sabbia.

Passeggiavo osservando le decine di famiglie sotto gli ombrelloni. Camminavo piano, i piedi bagnati dalle onde. Ad un certo punto dovetti rientrare sulla sabbia. Un ostacolo improvviso.

Avevano fatto accomodare una signora molto anziana, almeno novant'anni a giudicare dall'aspetto decadente, su una sedia in plastica, proprio in riva al mare. Una sedia verde scuro, di quelle che si trovano ai tavoli delle gelaterie. L'acqua le arrivava alle caviglie. Il vestito e i suoi capelli bianchi si muovevano, scompigliati dal vento.
"L'hanno messa lì a prendere l'arietta!" pensai sorridendo e mi allontanai.

Quattro Luglio.

Il giorno dopo stesso clima: nuvole e vento.
E stessa arietta per la vecchia! Infatti mi trovai davanti la medesima scena, con un particolare più curioso. L'anziana signora era stata fatta sedere un po' più avanti, e le onde le lambivano le ginocchia, andando a bagnare il vestito. Lei aveva lo sguardo fisso verso l'orizzonte, incurante del vento e delle onde. In mano teneva un bastone, la cui estremità affondava nella sabbia bagnata.
Pareva mormorare qualcosa, frasi incomprensibili.

"... onda".

Cinque Luglio.

Passò un altro giorno ancora. E quando vidi di nuovo la stessa scena immaginai che i parenti della vecchia avessero un piano per ucciderla. E che avessero deciso di attuarlo poco a poco. Ogni giorno, un centimetro in più verso il mare. E nel mare si affonda.
Era ancora nella stessa posizione, ma le gambe posteriori della sedia erano ormai affondate per metà nella sabbia bagnata. La sedia pericolosamente inclinata all'indietro, quasi sul punto di cadere.
E lei, con il vestito ormai fradicio di acqua scura, che mormorava.

"... arriva...". Riuscii a capire solo questo

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   7 commenti     di: paolo molteni


L'Abbé Mauriac e il manoscritto perduto

Se c'è una morale in questo mondo
senza dubbio si nasconde molto bene.




Chi vuole uccidere il tempo? Con questa domanda surreale e inquietante iniziava il manoscritto dell'Abbé Mauriac. Un'opera destinata a disvelare, e forse a veder riconosciuta tutta la sua profetica forza, solo nella prima parte del terzo millenio. Ma che, nel frattempo, stava per procurare all'autore non pochi fastidi e sventure.

L'Abbé Mauriac era uomo di umili origini e media cultura, che però possedeva una dote invidiata da molti e posseduta da pochi. Questo lo rendeva inviso ai più. Specie a tutti coloro che nella gerarchia ecclesiastica si vantavano di avere cultura ben superiore alla sua. I cosiddetti luminari di Dio, i detentori di ogni conoscenza dei misteri della fede e del mondo e, come tali, i più titolati a discettare di qualsiasi argomento: divino o terreno che fosse. L'Abbé Mauriac aveva da poco compiuto ventinove anni ed era assegnato ad una piccola diocesi, sede dell'Abbazia benedettina di Cluny, con limitati compiti di routine. L'abbazia aveva ormai perso l'importanza da tutti riconosciuta durante il corso dell'Alto Medioevo, e sarebbe stata secolarizzata alla fine del secolo. In tempi molto andati, grazie alla fedele aderenza alla Regola benedettina, Cluny brillò come faro del monachesimo in tutto il mondo occidentale. Spesso soggiorno di religiosi assai dotti, stimati e apprezzati, produsse importanti opere di pensiero. E anche se adesso stava vivendo il suo momento di inesorabile declino, questo glorioso passato non aveva mai smesso di aleggiare fra le sue mura, ispirando i pochi fortunati che ebbero l'umiltà di stare ad ascoltare. Perché in certi luoghi anche le pietre parlano.

Correva l'anno 1759. Tempo in cui l'industria stava cominciando a diffondersi un po' ovunque. Anche se di vera e propria rivoluzione industriale si comincerà a parlare solo agli inizi dell'Ottocento.

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Il rospo Armando

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LIBERO ARBITRIO?

LIBERO ARBITRIO

MARZO 1990
"Sono solo ora, nella stanza dell'ufficio ove lavoro. Sono andati via tutti; no, che dico? È rimasta la segretaria.
La sua stanza e' lontana dalla mia. Meno male, nessuno mi disturbera'!
Il giornalino dei pronostici della corsa tris, come sempre, alle mie spalle, in uno scomparto dell'armadio. Lo prendo.
È il momento più bello questo, per un giocatore! E non solo nel gioco, come diceva il Leopardi nel suo sabato del villaggio. L'attesa, la speranza... uff... speriamo che stavolta...
... uff... che strana sensazione!
Ho i brividi! Che succede?
La mia mente viaggia a ritroso nel tempo.
Ed ora, perche' sto ripensando a quel matto di Christian? Che tipo, interrogava i morti, come lui diceva; con il pendolino!
Anche un bambino se ne accorgeva. Era lui che muoveva impercettibilmente la mano.
Perche' mai poi con me? Voleva convincermi, ah! ah!... Che strano... e se veramente poi fosse? Magari funziona!
Ah! Ah! Forse sara' che, come quasi tutti i giocatori, sto diventando superstizioso! Che strano poi questi giocatori! Tantissimi lo sono!
Credono che il risultato finale di una corsa puo' essere influenzata dall'aver precedentemente visto un gatto nero, o dalla richiesta inopportuna da parte di qualcuno di accendergli la sigaretta.
Credono, insomma ad una forza misteriosa, elusiva, invisibile, che si accanisce contro di loro e li "Fa Perdere"!
Che infatti poi perdono sempre.
Tutta la vita, continuano a perdere!..
Tutta la Vita!"

GENNAIO 2004
All' epoca, l'idea era quella di interrogare un defunto. Qualcuno che mi desse la possibilita' di Vincere. Sembrava uno scherzo... lo era... ma nonostante cio' ero pervaso da una particolare e strana sensazione, incredibile, che non valutavo essere una specie di autosuggestione; anche perche' non credevo a quello che stavo facendo!
Mi "armai" di chiave e spago e feci un "pendolino casereccio". Su di un foglio disegnai un cerchio diviso in ventiquattro sett

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   4 commenti     di: Phil Ethasimon



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