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Racconti sulla natura

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BIANCO

Nanuk era nato e cresciuto nelle infinite gradazioni del bianco.
Il misterioso Polo Nord a meno di cinquanta tratti di slitta dal luogo del villaggio.
I suoi occhi a fessura distinguevano infinitesime variazoni nelle ombre grigie dell’Artico,
questo faceva di lui un gran cacciatore.
Venne un giorno dove il bianco si fece più forte, il gelo più gelo, il vento gravido di neve furioso e accecante.
Il giorno, come accade ai poli, divenne eterno.
Era estate ma il clima sembrava non ricordarsene, e la caccia chiedeva dedizione.
I cacciatori si videro costretti ad affrontare i turbini impietosi, pena la fame in inverno.
E Nanuk il migliore di tutti partì per primo sparendo preso nel bianco con i suoi cani e la slitta.
Ma l’Artico non fece concessioni.
Bastò un’istante di distrazione per smarrire nella tempesta i suoi cani.
Nanuk il cacciatore non era tipo da arrendersi e decise di procurare carne ad ogni costo.
Ed ecco che il vento si fece più forte tanto che anche lui non potè far altro che accasciarsi e subire l’impeto della natura.
Un tempo breve o lungo, non poteva saperlo, e la tempesta si spense all’improvviso.
I fiocchi di neve andavano a diradarsi, lui esmerse dalla neve fresca col volto intirizzito.
Davanti ai suoi occhi “Bianco”.
Improvvisamente, a due palmi dal suo viso, si materializzarono tre grossi tondi neri, e poi il rosso di una gola e il giallo delle zanne dell’ orso.
Per un’istante i due sguardi si incrociarono, e Nanuk capì l’orso e l’orso capì Nanuk.
Poi l’ordine delle cose prese il sopravvento.
Nanuk si scagliò con la sua lancia verso l’orso già lanciato nel balzo motrale.
Il bianco si infiammò di due rossi di gradazione diversa.
Il silenziò tornò nell’Artico e il vento riprese a mulinare neve li a pochi tratti di slitta dal misterioso Polo Nord.



Il freddo

.. fa freddo. e il freddo è una di quelle cose che ti s'infila dappertutto. esci, e credi di stare caldo, invece.. è come se fossi nudo. e il naso è umido. gli occhi piangono senza sapere.. le mani scordano di fare le mani. e pure i piedi.
a me, mi si ubriaca il cervello. sì, io non è che ho pensieri assai elevati, però anche quei pochi abituali mi si sparpagliano.. spariscono.
.. non è per la perdita dei pensieri abituali, è che io, penso che il freddo è come il letto di chiodi dei fachiri.. uguale. peggio.



DUSKA, IL MIO MONDO AL MINIMO

Ok, confesso il mio peccato, mi piacciono i film con cani come attori, mentre schivo abilmente quelli con attori cani, se mi riesce: tra i miei preferiti c’è “Quattro bassotti per un danese”, ma mai avrei immaginato di diventarne spettatore in prima linea.
Dopo la morte del vecchio Boby era mancata la figura, in casa, di un cane di peso.
Quattro anni fa il pastore tedesco della mia mica Monica partorisce la seconda cucciolata. E si sa che l’occasione fa l’uomo ladro.
Ignorando con sfacciata indifferenza le iniziali proteste di mio padre, si decide di allargare la famiglia.
Agosto 2003 Duska varca il cancello e calpesta l’erba del giardino per la prima volta.
Il contrasto è subito evidente: a poco più di due mesi già supera la stazza delle altre tre miniature di casa.
Come l’arrivo di un bimbo sa ringiovanire anche il nonno più acciaccato, così l’allegra indole della cucciola ringalluzzisce la truppa.
Sorvolando sulle piccole inevitabili incomprensioni, la crescita prosegue armoniosa e abbondante.
Ma c’è un piccolo neo: Duska si immedesima così tanto nel gruppo, che i suoi circa 38 kg diventano insignificante dettaglio.  Evidentemente anche negli animali non è importante come si è, ma come ci si senta!
Da buon toro, profilo astrologico ovviamente, non c’è impresa che non voglia portare a termine, non ammette i suoi limiti fisici.
Quant’è piacevole giocare a nascondino sotto al letto, purtroppo viene subito scoperta, perché non riesce a infilarvisi oltre le spalle.
E la fatica di sedersi sulle sedie della cucina? Si impegna testardamente a dismisura, fino a quando riesce ad arrampicarsi e con la coda a penzoloni deborda soddisfatta.
I piccoli si appoggiano alle tue gambe per festeggiarti, lei pure,  ma è bene assicurarsi di avere il sostegno di una parete dietro, non il vuoto di una rampa di scale!
Alle volte forse per rincuorarsi di un brutto sogno, cerca di dormirti vicino la notte, sul letto, il mio, singolo.. e

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   5 commenti     di: Marta Niero


GLI OCCHI NERI

La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno che intonavano un assurdo peana, ed era impossibile distinguerli l’uno dall’altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Era vivo, adesso lo sapeva. Sentiva fluire il sangue, caldo nelle vene, e fu come una liberazione, o una condanna, ancora non poteva capirlo; aveva un persistente ticchettio che gli martellava la scatola cranica dall’interno e ancora non aveva aperto gli occhi, forse avrebbe potuto farlo, ma ancora non l’aveva fatto. Si teneva rannicchiato a se stesso, quasi in posizione fetale, timoroso di rompere quell’equilibrio stentato ma sicuro in cui si era trovato: avvertiva, sul lato della schiena su cui era appoggiato, l’umido della terra, e una strana miscela di dolore e forza che gli sgorgava dalla ferita sulla testa. Ma era sangue, ne era quasi certo, un fiotto denso e abbondante che fluiva delicato dalla sua fronte all’erba, gli sembrava quasi di poterlo sentire che sgocciolava un poco per volta. Non era la prima volta che sentiva il sangue sulla propria pelle, era già successo, ma ancora aveva troppa confusione in testa per ricordare dove e quando. Percepiva il sangue sulla pelle eppure aveva quasi la sensazione di poterne indovinare anche il gusto, era incredibile, ma il tatto aveva richiamato il gusto, e senza un filtro della ragione, solo così, perché era la cosa più naturale di questo mondo. Poi riacquistò la coscienza un passo alla volta, con una calma estenuante, anche se dire quanto tempo fosse trascorso da quando si era trovato a terra, schienato era impossibile.
La notte aveva disegnato un cielo simile anche il giorno della Pentecoste di due anni prima, quando con sua madre si era spostato alla fiera del paese, c’erano gli zingari e gente che vendeva i calendari e tutti parevano divertirsi. Manola stava appoggiata allo steccato vicino alla chiesa, e facev

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Dimostrazione dell'evidenzia di una Causa Prima Incausata, Efficiente e Sussistente del Cosmo

Ogni consequenza, aristotelicamente parlando, è determinata da una causa. Rodi, Spallanzani e Pasteur, scienziati dei secoli scorsi, hanno infatti dimostrato che nulla, in natura, nasce dal niente, dal vuoto assoluto, dall'assenza di cause efficienti. Basta pensare alla bistecca di carne che Pasteur è riuscito a conservare dal 1800 fino ad oggi, posta in esposizione in un contenitore sterilizzato e senza aria. Infatti la bistecca, che lasciata indifesa alle insidie della natura, diviene prontamente substrato di nuova vita, isolata in un vuoto incausato ed incausante, è rimasta sterile ed intatta, non putrefatta e, soprattutto, senza vita. Cosi anche nel Cosmo. Deve esistere dunque necessariamente una fonte di "energheia" primaria, che si rende causa efficiente, ovvero creativa, e sussistente, cioè che tiene in atto, in vita, il Cosmo con le sue leggi. Dubitare dell'esistenza di questa causa primaria incausata, ovvero di questa fonte di "energheia" innata, artefice dell'atto creativo, è come dubitare dell'esistenza di ciò che passa sotto i nostri cinque sensi. Lo stesso Carnot, fisico del 1800, ha dimostrato che un sistema di energia tende col tempo ad affievolirsi. Infatti, possiamo notare che l'uomo è soggetto iniziale della legge dell'evoluzione, ma comunque inevitabilmente, anche a quello della disevoluzione. La mente umana pesa poco, ma consuma quasi un quinto dell'energia che serve all'intero organismo. Per questo, sostiene uno studio di Cambridge, ha smesso di crescere. Anzi, rischia perfino di regredire, in quanto le reti neuronali hanno esaurito le potenzialità mnemoniche ed elaborative.. Ci vorrebbero corpi più forti, e crani più larghi, per poter continuare ad evolversi, almeno per un altro po. Carnot e Cambridge testimoniano quanto detto... La causa prima incausata, efficiente e sussistente del creato, imprime in esso una certa energia. E gioco forza, questa energia, non avendo un accesso diretto alla fonte di energia primaria incaus

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   0 commenti     di: Antonio Zullo


La Natura

Nella nostra vita la natura con i suoi spazi verdi, la sua abbondanza di tutti
i suoi fiori e colori é la cosa più bella che Dio ha creato. È importante la Natura, almeno il rispettarla come ammirarla. Nei suoi paesaggi ergono al sole, si elevano con i loro arbusti e le foglie, gli alberi che sopravvalgono su tutto
ciò che li circonda. I fiumi scorrono; veloci, che sembrano creare piccole onde del mare. Gli uccellini che cantano sui rami, echeggiando, e sbattendo le ali con i loro colori ed allegria creano un'atmosfera bellissima. Questa é la natura, così meravigliosa quanto anche pericolosa. Ma io l'amo tanto così com'é, mi piacerebbe essere un pittore e dipingerla in un quadro, ma credo che sarebbe uno spreco, perché é talmente Bella da poterla solo ammirare dal vivo.



Pulcio è un gatto con la zeta

PULCIO È UN GATTO CON LA ZETA


Pulcio è un gatto con la zeta. È bianco e nero, rimasto nella crescita un micio di piccola corporatura, esile e dal musino minuto. Un po’ strabico da un occhio, e tale piccolo handicap gli conferisce uno sguardo un po’ sognante, un po’ stupito (o stupidino?) ed anche il merito di avere sul suo libretto di salute addirittura un cognome, pure doppio: Strabichini Ronfoni, di cui il secondo è facile capire a quale delle caratteristiche gattesche si riferisca. Giunto a casa anni fa, trasportato in una scatola, salvato dai cortili sporchi e unti di un antico ospedale della Torino barocca, fu sistemato nella camera più grande e ambita dall’altro gatto di casa, già da due anni ospite della stessa dimora. Pulcio dovette stare in quarantena, proprio perché era appunto un sacco di pulci e di funghi: parassiti vegetali e animali infestavano la sua pelliccia e diventavano un pericolo per tutti gli abitanti della casa. Pericolo non scongiurato poiché tutti dovettero sottoporsi a frequenti lavaggi di Pevaril a causa di un diffuso contagio.
Così trascorse queste prime settimane un po’ isolato e col privilegio di soggiornare e intanto crescere nella stanza più elegante. Guarito e inserito trionfalmente e ufficialmente in famiglia (consapevole l’altro gatto che non sarebbe più stato l’Unico, il Solo, il Meraviglioso, ma ben deciso a non cedere tutti questi titoli nobiliari), non ci mise molto a farsi ben volere, anche appunto dal sovrano assoluto, sua Maestà Mirtillo, un bel trovatello tigrato dagli occhi verdi, di maggiori dimensioni e senz’altro più astuto o per lo meno maggiormente conscio del fatto che un gatto deve agire sempre a proprio vantaggio, contrariamente all’indole più bonacciona e sprovveduta di Pulcio.
Pulcino, affettuosamente detto (ma in questo caso il piccolo della gallina non è un riferimento), si pose fin dai primi tempi in una posizione di pseudo-subordine al gatto più anziano, più che

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