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Racconti sulla natura

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Incontro a sorpresa nel bosco

Rapito dalla curiosità presi a camminare lungo quel sentiero buio ed accidentato: soltanto qualche debole raggio di luce riusciva a trapelare fra la fitta macchia di lecci e corbezzoli. Avanzavo a passi lenti, immergendomi sempre più in una natura fiabesca e ancora vergine. Un piccolo mondo dove ogni cosa pareva disposta secondo l'ordine di un abile creatore: di là un grosso ragno tesseva pazientemente la sua tela fra gli arbusti, dall'alto di un tronco contorto una ghiandaia infrangeva il silenzio con dei rauchi richiami mentre una leggera brezza accarezzava le foglie sprigionando il profumo soave dell'autunno. Talvolta il bosco mi infonde un senso di libertà tale da farmi desiderare di trascorrere il resto della vita a contemplarlo in tutta la sua poetica bellezza...
Superata per un tratto la folta vegetazione mi ritrovai improvvisamente ai piedi di un enorme lastra granitica: la caratteristica roccia perfettamente squadrata si elevava a circa dieci metri dal suolo assumendo un aspetto davvero splendido! Rasentando la parete scorsi l'angusta imboccatura di una grotta. Penetrai all'interno senza esitare, il passaggio era stretto e dovetti subito avanzare carponi per raggiungere l'uscita ma, una volta fuori, un brivido di stupore e meraviglia mi travolse!
Stavo in piedi sul ciglio di una sorta di terrazza naturale decisamente alta: inspirai il più profondamente possibile lasciando che l'aria fresca e pura inondasse i miei polmoni. La selva si estendeva per chilometri sotto di me: realizzai con soddisfazione di trovarmi quasi sulla sommità dello strano monolite. Ovviamente non potei fare a meno di sostare là sopra per un po', chiudere gli occhi e lasciare che le armoniose melodie della natura mi trasportassero in un sogno fantastico. Purtroppo al mio ''risveglio'' le case del paese in lontananza mi ricordarono che la strada del rientro era lunga e faticosa perciò decisi di tornare indietro. Riattraversando il bosco mi fu chiaro di aver percorso mol

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   5 commenti     di: Sergio Manconi


Fuggevole visione di un altrove incantato, eppur reale

In un paesino di poche anime e tante vacche, circondato da paesaggi da favola, la mattina le valli erano immerse nella nebbia.
All'improvviso, come d'incanto, ora a destra ora a sinistra, spuntavano fuori dal nulla alberi giganteschi che poi scomparivano nella foschia, rituffati in un altrove sconosciuto e perduto per sempre.
Il cielo assumeva dei colori pastello, si confondeva con la terra e tutto sfumava.
Era difficile definire i contorni della vegetazione.
Il sole cominciava ad illuminare e ad irrompere nell'ambiente circostante e i primi raggi dorati già colpivano e penetravano la bruma che agiva come un prisma, scomponendo la luce in tanti fasci dai diversi colori, creando qua e là improvvisi ed effimeri arcobaleni, in un balletto di continui scintillii luminosi.
Ed era proprio allora, con quell'aumento di luminosità, che gli elementi cambiavano di posto: gli alberi, le colline e il cielo sembravano in continuo movimento a causa del vento che con discreti e leggeri refoli spostava la nebbia.
Folletti che saltavano da un fiore all'altro, seguendo il movimento ripetitivo del cerchio e dell'infinito, nel complesso realizzavano una danza ordinata e circoscritta.
Gli spiritelli, sdraiati ai margini del ruscello, tra i rivoli calmi e melodiosi, in silenzio osservavano sfilare i passanti ignari del loro destino.
Non ho avuto l'onore, il privilegio e il piacere, in questa avventura, di approfondire la conoscenza della fata, mentre l'incontro del cervo è rimasto solo un sogno sospeso e non appagato, rinviato in un altro "dove".



Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta

Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta. Il vento è in guerra. Sento il suo canto muto, nudo di parole. O forse è un vento che viene da lontano e parla una lingua a me straniera, incomprensibile. Ed i rami degli alberi rispondono quasi impacciati all'eleganza del suo attacco: sferrano colpi casuali, senza un bersaglio. Arrivano persino nel tentativo innaturale e disperato di vincere questa forza invisibile, come fanno gli uomini con il destino, a colpirsi tra loro con violenza. E sbattono contro la luna piena, così che a tratti una parte di lei scompare alla mia vista. Perdo per un istante la sua lucentezza, il suo colore fulgido, senza sfumatura: è ormai l'alba è lei è un sole in tramonto che mostra la parte migliore di sè!.
Perdo una percentuale del nostro affezionato satellite, ma non è realtà: è un gioco di prospettiva. Se mi trovassi in un altro luogo forse la parte di lei che mi sfugge ora apparterebbe al mio campo di vista mentre, forse, sarei privata da qualcos'altro alla vista di un'altra porzione di lei. Spesso la scelta del luogo in cui ci troviamo è semplicemente una mediazione tra ciò che vogliamo avere e ciò che siamo disposti a perdere per esso...

Vorrei essere come questa luna stanotte. Che testimone di una lotta cruenta del vento osserva ed ignora. Così distante, intangibile, esprime tutta la sua bellezza, la sua pace interiore. È , che sia ben chiaro, non è indifferenza o crudeltà d'animo. È che obiettivamente lei è lontana anniluce da tutti i nostri guai sulla terra. Vorrei possedere la sua distanza. Non lasciarmi sfregiare il volto dall'affilato vento e accecare dai goffi rami che lui muove. Vorrei contemplare senza partecipare emotivamente come questo disco tondo giallo dal volto quasi femmineo, plastico, senza espressione. Guardare in lontananza, grossolonamente perdendendo i dettagli. Senza risoluzione per evitare poi di trovare una soluzione, il pezzo mancante al puzzle della vita che

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Un Viaggio Senza Ritorno

(Trad. Eliude Santana)
Calda prigione. Misterioso carcere. Tenebre, isolamento, oppressione. Lo spazio che occupo è esiguo e limita i movimenti. Avevo tutto per essere disperato. Indubbiamente, sono un carcerato anche se qualcosa fuori i miei sensi mi dice di no. Nessuno sconforto, quindi, non ho paura. Non ho la consapevolezza di quasi niente, a parte quella di sapere di trovarmi tra le quattro mura che sembrano volermi schiacciare. Eppure, sono elastiche.
Non so chi sono, né come sono finito qui. E non ho la più pallida idea di come ne uscirò, neppure se ci riuscirò, poiché non vedo un'uscita.
Un'altra sensazione molto strana: nonostante il fatto di narrare questa storia, è la prima volta che provo un qualche tipo di percezione. Mi sento comodo, eppure, una premonizione mi avverte: qui non ci rimarrò per sempre.
Avverto la sensazione di vicinanza del tempo in cui ci sono. Se dipendesse da me, resterei. Il mio futuro è ora.
Curiosamente, anche se non ci vedo riesco a sentire. Dormo bene e ho persino dei sogni. Sono capace di inghiottire i cibi anche se non ho fame, posso pure respirare nonostante l'aria sia pressoché nulla. E infatti, l'aria non mi manca.
Non mi preoccupa per niente il fatto di essere da solo. Trovarsi con un'altra persona, qui, porterebbe sconforto. È pericoloso. La solitudine non mi da tristezza, anzi, è la mia compagna e alleata.
Si avvicina il mio giorno. Cos'è il mio giorno? Sarà quello in cui tutto cambierà. Quando perderò quest'identità e ne guadagnerò un'altra: strana, confusa, imprevedibile. Il giorno in cui ci sarò anziché ci starò. Amo questo posto, dove nulla mi disturba, e siccome non ne conosco un altro mi ci attacco avidamente. Invano.
Sento le pareti che mi schiacciano sempre di più. Mi meraviglio nel constatare che loro sono più elastiche di quanto non potessi immaginare. Nonostante la pressione che percepisco ho la certezza che non sarò schiacciato. Anche se non avessi la

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Paesaggio etereo

Il suono di un nordico vento e il suo vociare tra gelide onde e candidi ciottoli... un brivido lungo la schiena a suggellare l’incontro con l’eterea natura che mi circonda. Chiudo gli occhi pensando al domani imminente, invadente, inevitabile sinonimo di buio e silenzio.
Il candore della spiaggia si perde nel setoso mare argenteo, l’atmosfera crepuscolare ne esalta lo splendore non riflesso: è luce propria, cristallina... spirituale. Tristi pensieri abbandonano i miei occhi, racchiusi nella lacrima che lentamente va perdendosi anch’essa nell’aria di dicembre.
Pura armonia, sulla via dell’estinzione. Si dissolve inosservata tra l’indifferenza della gente... la gente, nota stonata che imperterrita continua a stonare, noncurante, distruggendo l’armonia.
Etereo paesaggio, riflesso nei miei occhi... dimmi, per quanto ancora il nordico vento potrà accarezzarti e farti dono della sua purezza? Tu muori silenziosamente... verrai però un giorno a riprenderti la perfezione che dall’uomo ti fu tolta... nessuna nota stonata intaccherà allora la tua perfezione.

   7 commenti     di: Chiara S.


Il vino

Il banco era pieno zeppo di cibo e di vino, di grappe e di birra e qualsiasi cosa potesse cullare deliziare o far viaggiare la mente. Marco usava l’alcol per farsi infettare, era una specie di fecondazione dove lui era la donna che avrebbe dato alla luce qualcosa, brutto o bello non aveva così tanta importanza. L’arte per lui era qualcosa che lo avvicinava in maniera mostruosa a Dio, il poter creare come il perdurare nel tempo. Marco scriveva… e scriveva di tutto: racconti, storie, pezzi di sceneggiature e poesie ma il suo punto forte era il romanzo. Aveva pubblicato da poco, con una casa editrice minore il suo primo romanzo: “Se l’amore è una cosa inutile” in appena 500 copie e non senza doverne acquistare una settantina di copie che prontamente pensò di regale ad amici, e ad amici di amici e fidanzate di amici di amici.
Lentamente, con la sua nota camminata da poeta maledetto o malato mentale che si voglia, si avvicinò alla tavolata dove gli amici mezzi sopiti da un po’ ridevano e schiamazzavano. Senza dire nulla prese un bicchiere e lo riempì per tre quarti di morbido vino rosso, facendolo roteare con classe quasi fosse un intenditore. Guido s’alzò di scatto esclamando “eh no caro, tu non l’hai pagato” riferendosi a chi effettivamente aveva procurato e organizzato il banchetto. Ma Marco non se ne curò minimamente, bevve un sorso del vino plastico da supermercato e disse “il vino è dei pensatori o dei lavoratori”, qualcuno già sorrideva, continuò “io lavoro con il mio pensiero, dovrebbe pagarmelo lo Stato il vino” e i ragazzi allucinati scoppiarono in una risata liberatoria da tensione accumulata. Guido era a questo punto, più ubriaco di prima, si mise a sedere e diede una pacca sulla spalla all’amico e scoppiò anche lui a ridere.
Tutti ridevano e tutti bevevano la notte scura, ognuno cercava di eliminare ricordi che avevano fatto nidi in testa come maledetti ragni che non volevano andarsene più. Tutti ridevano e tut

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   9 commenti     di: Nicola Lotto


Una sceneggiata

Eppure ci trova sempre impreparati... l'avevano detto, l'avevano preannunciato che dopo un lungo inizio ci sarebbe stata una fine... e pure il cielo vestito di grigio sembrava arrabbiato... dopo l'azzurro indaco che aveva indossato al matrimonio di sua figlia estate... certo lei è volubile e cambia... anche se da sempre è sposata con il sole.
Un lampo sul mare e poi un boato... un tuono che rotola, che fugge lontano sembra aver svegliato il vento... sta spettinando i capelli agli alberi, spolvera le strade, rapisce le prime foglie gialle, rovescia quello che trova al suo passaggio... umani! Dove siete... abbiate coraggio! Certo oggi non al mare... dove si pensava di terminare la stagione e di mangiare magari un panino o un cannellone... siamo qui alla finestra a guardare le bizze del cielo... lo temiamo anche se non lo diciamo.
Odore di asfalto bagnato... comincia a piovere una, due tre... gocce che diventano giganti fanno mulinello, sferzano come frustate... il vento se la ride... il cielo piange... l'orizzonte rimbomba... i rumori si spengono... auto, biciclette e motori sembrano falene impazzite che cercano riparo... di corsa! Il campo è steso e beve a mani piene acqua dal cielo... ci voleva... scivola fra le rughe della terra assetata, accaldata rilascia il caldo come vapore che sale che sale...
Pedoni impauriti e cani che abbaiano... ed io sul terrazzo che rincorro i costumi e gli oggetti che il temporale vorrebbe rapire... sempre impreparati... rimandati a SETTEMBRE... non c'è altro da dire!
E invece no... ci sarebbe tanto basterebbe parlare di estate soltanto... penso agli ombrelloni soli e chiusi, alle onde che parleranno coi gabbiani ai ricordi che diventeranno sul mare punti lontani... ma lasciamoli lì per questo inverno... adesso mi fermo qui.
Diciamo che lo sapevamo che se ne sarebbe andata... ma ogni volta che parte... fa sempre una sceneggiata!

   1 commenti     di: laura marchetti



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