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Racconti sulla natura

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Sogno

Camminavo, la strada era irregolare e pericolosa, una pozza, una buca e orme d'asino o forse mulo. Sul ciglio destro finocchietto selvatico e quella pianta con le spine di cui non conosco il nome; a sinistra invece terrazzamenti per gli ulivi a perdita d'occhio che si protraevano verso il cielo come a voler spiccare il volo. Camminavo e la mia mente già s'interrogava sul perché mi trovassi in quel luogo pacifico, ma non tanto da giustificare la mia presenza; calmo ma non capivo e non vedevo. Avevo addosso vestiti che non conoscevo e avevo in mano un pezzo di pane raffermo avvolto con della carta e una fiaschetta di vino. A un tratto mi sentii chiamare, la voce era di donna, quasi un canto, non capivo da dove venisse, e allora cominciai a camminare su e giù per la vallata per delle ore. Girai in lungo e in largo tra ulivi e vigne, niente! Ancora la voce mi chiamava, adesso si stava affievolendo ma la voglia di trovarla mi faceva perdere il senno. Il sudore mi grondava dalle ciglia e mi bruciava gli occhi, tolsi giacca e camicia, il sole era caldo, bevvi un po' di vino. La voce continuava a chiamarmi, rimase sempre la stessa il tono non cambiò, sempre quello stesso suono rassicurante. A un tratto tra i filari vidi un ulivo immenso, non ci avevo fatto caso prima ma era lì. La sua ombra era come acqua per me, mi dissetò, lo ammirai, lo scrutai, lo accarezzai. Le sue foglie oscillavano cullate dallo scirocco, eppure sotto di esse persino il caldo afoso si arrese, persino i miei pensieri lasciarono posto al suo abbraccio. Mi sedetti e spezzai il pane, ogni boccone un sorso di vino come fosse un rito. Finito il pane e il vino presi la giacca e la camicia e ne feci un cuscino, che adagiai sulle grosse e nodose radici, chiusi gli occhi e la sentii di nuovo. La voce mi chiamava ancora, ma non dovevo più cercarla perché mi avvolse, mi cullò e mi accompagnò dolcemente al risveglio. Mi accompagnò lontano dal sogno e mi lasciò alla mia vita con ancora il gusto

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   2 commenti     di: Davide Picone


Trappola

(trad. Eliude Santana )
Un mare sereno. Scarse onde. Quello che basta per la pratica di nuoto e allenamento agli amanti del surf.
Una moltitudine di bagnanti. Improvvisamente, un maremoto. Una catastrofe. Gigantesche onde nascono del nulla e si dirigono verso la spiaggia, trascinando tutto. Gran parte dei presenti è stata strascicata via all'arrivo della prima onda. Nessuno, comunque, riesce a scappare, tranne pochi fortunati nelle rarefatte superfici bordeggianti.
Quelli rimasti indietro sono stati trasportati dalle altre onde che non smettevano di crescere. Ci sono voluti pochi secondi per essere sbattuti nella spiaggia come fossero conchiglie. E qui non si tratta di una spiaggia qualunque: è inospitale, accidentata, acida, a volte inquinata e incompatibile con la vita. Devono scappare in fretta o moriranno.
La maggior parte in ogni caso morirà. Per fortuna, la violenza delle acque spinge alcuni ad entrare nel tunnel presente all'entrata della riva e con l'uscita molto lontana dal mare. Dovranno fare un viaggio molto lungo, soltanto di andata, in un percorso sinuoso da cui non sono mai passati prima.
Non si può affermare che sia stato un vero maremoto. Sembrava, invece, che il mare invadesse bruscamente la terra, come se varie dighe si fossero sbarrate allo stesso tempo nei Paesi Bassi. O ancora peggio, come se il livello dell'oceano fosse salito repentinamente a causa di uno scongelamento improvviso delle calotte polari.
Adesso ognuno se ne va per conto suo. Pervaso dalla disperazione, ciascuno cerca di trovare una via d'uscita. Si salva chi può. Impossibile ritornare. Molti soccombono calpestati durante il percorso, altri deviano della corrente e si perdono nei labirinti dei canali e pure questi saranno eliminati. I pochi superstiti che trovano la strada libera si muovono come disperati alla ricerca della fine del tunnel. Nessuna luce.
Chi sono quei bagnanti? Da dove vengono? Da una grossa città sopra il mare. Sono

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GIORNATA DI CACCIA

C'è tutta un'agitazione di prima mattina, si legano i cani che scodinzolano felici, si sale in macchina per raggiungere il luogo di caccia prescelto. Arrivati sul posto si incomincia a salire lungo il viottolo che porta su in cima alla montagna. I cani, legati all'accoppio, nell'ansia di essere sciolti, tirano come dannati; di tanto in tanto emettono sommessi guaiti, tentano di svincolarsi dalla catena, anelano alla libertà.
Saliamo lentamente verso la cima, guazziamo nelle rade pozzanghere, calpestiamo foglie morte, qualche ramo caduto si spezza sotto il nostro peso. Saliamo sempre più in alto, respiriamo, con voluttà, la fresca aria profumata di resina e di mille altri odori, andiamo incontro alla rosata aurora; si annuncia una splendida giornata. Man mano che si sale il terreno diventa sempre più gelato, la brina crocchia sotto i pesanti scarponi. Incomincia  ad albeggiare; si distinguono le prime sagome di alberi e di cavalli allo stato semibrado. La notte trascolora e la vita comincia a risvegliarsi; si odono, dal folto del bosco, i primi richiami.
Una cornacchia, dall'alto di un ramo, lancia il suo stridulo grido, un merlo emette il suo  e vola da un ramo all'altro, felice del nuovo giorno. In breve tutto il bosco è un susseguirsi di voci diverse, di fluttuar d'ali, di voli appena accennati. Intanto siamo giunti in cima, c'è un'aria gelida ma inebriante; il sole comincia a tingere di rosa il cielo.  Dalla vetta si gode un panorama splendido, siamo circondati dalla natura, da cime alte coperte da faggi secolari; qui è ancora tutto intatto; l'uomo raramente arriva fin qua sù.
Ci godiamo, estasiati, questo spettacolo di natura incontaminata. È un momento, l'abbaiare di Ringo ci riporta alla realtà: Ha inizio la battuta di caccia. Si scioglie  il capomuta. Il cane, dopo qualche salto di gioia, scende lungo il fianco della montagna, cerca il luogo della pastura della lepre. Improvvisamente si sente un abbaio, è il segnale dell'avvenu

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Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta

Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta. Il vento è in guerra. Sento il suo canto muto, nudo di parole. O forse è un vento che viene da lontano e parla una lingua a me straniera, incomprensibile. Ed i rami degli alberi rispondono quasi impacciati all'eleganza del suo attacco: sferrano colpi casuali, senza un bersaglio. Arrivano persino nel tentativo innaturale e disperato di vincere questa forza invisibile, come fanno gli uomini con il destino, a colpirsi tra loro con violenza. E sbattono contro la luna piena, così che a tratti una parte di lei scompare alla mia vista. Perdo per un istante la sua lucentezza, il suo colore fulgido, senza sfumatura: è ormai l'alba è lei è un sole in tramonto che mostra la parte migliore di sè!.
Perdo una percentuale del nostro affezionato satellite, ma non è realtà: è un gioco di prospettiva. Se mi trovassi in un altro luogo forse la parte di lei che mi sfugge ora apparterebbe al mio campo di vista mentre, forse, sarei privata da qualcos'altro alla vista di un'altra porzione di lei. Spesso la scelta del luogo in cui ci troviamo è semplicemente una mediazione tra ciò che vogliamo avere e ciò che siamo disposti a perdere per esso...

Vorrei essere come questa luna stanotte. Che testimone di una lotta cruenta del vento osserva ed ignora. Così distante, intangibile, esprime tutta la sua bellezza, la sua pace interiore. È , che sia ben chiaro, non è indifferenza o crudeltà d'animo. È che obiettivamente lei è lontana anniluce da tutti i nostri guai sulla terra. Vorrei possedere la sua distanza. Non lasciarmi sfregiare il volto dall'affilato vento e accecare dai goffi rami che lui muove. Vorrei contemplare senza partecipare emotivamente come questo disco tondo giallo dal volto quasi femmineo, plastico, senza espressione. Guardare in lontananza, grossolonamente perdendendo i dettagli. Senza risoluzione per evitare poi di trovare una soluzione, il pezzo mancante al puzzle della vita che

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Oggi non è un buon giorno

Oggi non è un buon giorno.
Mio fratello mi ha svegliato, ha iniziato a piangere appena uno spiraglio di luce è entrato dalla voragine vicina al soffitto. Ha paura, lo sento dall'odore.
Lui è appena arrivato, e come suo solito ha bussato sulle grate che ci dividono. Si è fermato su 7824 e compiaciuto è rimasto a guardarlo e a fare dei versi strani. Cerchiamo di stargli più lontani possibile, ma lui riesce sempre a prenderci. Ha quelle mostruose zampe con artigli morbidi, che quando ti afferrano ti si infilano nella carne. E lui stringe, stringe e poi ci risbatte nelle gabbie, se va male.

C'è freddo, e inizio a rimpiangere i giorni in cui la cella dava su quella di mia madre. Almeno ci si faceva caldo, stando vicini. Ma poi l'ha portata via, Lui. Così ha iniziato a darci da mangiare una poltiglia che a me, tutto sommato, piace.
Ma mio fratello non è dello stesso avviso. L'altra sera ha lasciato la metà del pasto, e Lui si è arrabbiato. Ha aperto la cella, e con le zampe gli ha spinto dentro tutto quello che aveva lasciato. Vuole che mangiamo, e più passa il tempo più penso che sia meglio fare tutto quello che vuole. Dopotutto lui è il Padrone.

È entrato nella stanza buia, infondo al corridoio, e poi è uscito e ha preso 7824. Ha fatto un verso strano, quasi amichevole, e poi l'ha portato con lui, chiudendo la porta. Si sentono rumori strani da là, dei rumori che ho paura di descrivere. Passiamo ogni giorno dentro le nostre stanzette, prima ci bruciano sul di dietro, ci danno un numero, poi ci versano la poltiglia. E ogni giorno che si ripete mangiamo e cachiamo.

Lui rientra dalla stanza, da solo. Fa un giro tra di noi, ci guarda. E mio fratello si nasconde in un angolo. Io non ho paura. Aspetto con ansia che mi prenda.
Io non ho paura. So che oltre quella porta c'è una grande stanza, e magari oltre quella stanza c'è un'altra calda stanza con la luce. Ma non la luce che c'è qui, quella che passa dal foro vicino al soffitto, quella che

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   2 commenti     di: Elena


Seduti insieme... a guardare

Non ci sono parole… Domenico...
eppure ho visto come guardavi un albero… ci vedevi l’oro!
Una chioma abbagliata dal sole d’autunno…
Ho visto come guardavi i raggi del sole mentre scaldavano il fiume e i piedi dell’albero…
Mille stelle solleticate dal vento che s’accendevano e si spegnevano senza mai scomparire.
Non ci sono parole…
Tu guardavi l’oro dell’autunno ed io pensavo al mare, alle calde giornate estive profumate dal sospiro dei fiori.
Vedevo quello stesso albero con le sue foglie vibrare… attente a non cadere…
Le vedevo col braccino esile attaccate al ramo, combattevano sfinite dal vento, contro il tempo.
Mi parevano farfalle dalle ali dorate pronte, ma indecise a spiccare l’ultimo volo. Così, come il vento si fermava… finiva il loro affanno. S’affacciavano tutte sull’acqua del fiume… specchiandosi, ma allora… non erano stelle?



Dal diario della Luna

1. 08. 2004 secondo giorno consecutivo di luna piena. Evento che accade solo ogni 7 anni..

Oggi è una nottata speciale, sono sette anni che aspetto, è la nottata della seconda possibilità, ed io sono ancora quassù più affascinante di ieri con il vestito più bello, appena collaudato la sera prima. Accattivanti riflessi amaranto sfumano il mio sguardo, perfino le stelle si sono tirate da parte, comincia l'inusuale replica di uno scontato successo. Esco di fuori e sono ancora io, di nuovo, per farmi guardare, per moltiplicare le stesse lusinghiere parole, per stupire ed ammagliare, per fare sognare, innamorare e sospirare. Mi guardo in giro nella mia superba bellezza e cerco gli sguardi ammirati di ieri che accompagneranno la mia oscurità e riempiranno la nuova attesa con inusuale abbondanza. Ed eccoli lì con il naso all'insù, mi aspettavano, occhi innamorati che risucchiano da me poesia, passione, sentimento, calore di cui si nutriranno e di cui nutriranno i loro baci, gli abbracci... ma io sento freddo, un gelo profondo, ghiaccio che scintilla sulla mia pelle ammirata da tutti.
Ed ecco la vedo, ha il respiro un po' affannato, un po' di sudore le imperla il corpo nudo. Apre le griglie, non cerca me, solo il fresco della notte, è al piano terra ma non le importa se qualcuno durante la notte potrebbe spiarla, si ridistende nel buio, sopra il lenzuolo stende le gambe, allarga le braccia offrendo all'aria nuova il suo corpo. Socchiude gli occhi per il caldo che non passa e tra le ciglia mi scorge. Si sente osservata. Io resto immobile nascosta tra i ventagli simmetrici di una palma, la osservo, l'attaccatura dei capelli sul cuscino è umida come la dolce curva che dal suo labbro superiore raggiunge il suo naso. Chiude gli occhi si lascia fare dal mio sguardo che ora le sta illuminando la pelle. La mia luce la sta accarezzando, mi ha davanti ed ha un brivido di stupido pudore scorgendo il luccichìo del suo seno, il piccolo avvallamento del suo ombelico,

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   6 commenti     di: Monica d



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