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Racconti sulla nostalgia

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IL FIGLIO DELLA TIGRE.

Lentamente i granelli di sabbia si disponevano sul fondo della clessidra. Per infinite volte si girava su se stessa per sottolineare quell’incedere costante del tempo. In altri posti, lontano da Guadalavez, l’alternarsi delle stagioni scandisce il ritmo della vita, a Guadalavez neanche quello. Il clima è costante, immune ai cambiamenti di questo mondo. Come se la città fosse vaccinata contro tutto e contro tutti. Indenne, nella sua perenne decadenza. Quando i padri fondatori posero le prime pietre il destino della città era già segnato. Si narra che la tribù india che generò la città fece un incantesimo per renderla immortale. I più anziani raccontano che tanto tempo prima, nessuno sa quando, un uccello dalle piume di fuoco guidò una tribù di indios attraverso la foresta; e si posò su una roccia, pietrificandosi. Fu lì, ai piedi della roccia, che al calar del sole lo sciamano incominciò la sua danza rituale. Fu accesa una pira alle pendici del masso sacro; e alte fiamme si levarono fino alla sommità, quasi a lambire l’uccello pietrificato; le punte delle fiamme sembravano voler riaccendere le sue piume; e intorno al fuoco gli indios cantavano antiche nenie, bevendo distillati d’erbe fino allo stordimento. Le figure si confondevano con il tremolio delle fiamme e le donne danzavano sopra i corpi degli uomini trascinandoli in un’orgia confusa di sensi. Al primo raggio di sole lo sciamano mise fine alla danza tribale, prese con sé l’ultimogenito della tribù, un maschio di giovane età, e lo condusse in cima alla roccia, al cospetto dell’uccello di pietra. Lo mise in ginocchio e lo uccise, pronunciando frasi in una lingua conosciuta solo dagli dei. Il sangue del ragazzo colava sulle fiamme mentre tutti sotto stavano a guardare, in un silenzio irreale, rotto solo dal crepitare del fuoco. Le fiamme, invece di assottigliarsi, sembravano nutrirsi di quella sacra linfa; l’uccello di pietra colorò le sue piume col rosso di quel sangue, si riani

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L'amore ai tempi dei roghi tossici

c'erano tracce di fango ovunque e non hai mai voluto lavarle vie, anche se stavano infestando i nostri pensieri, la nostra pelle. c'era fango anche sui miei libri, quando scorrevano i capitoli scorrevano anche rivoli sporchi di passato. c'era fango sulla tua bocca e io avrei solo voluto passarti le dita sulle labbra, per farti sentire meglio. non me lo hai mai permesso, dichiarando che le labbra erano tue e avresti deciso tu. c'era fango sui miei occhi, ma non sentivo bruciore. ne percepivo la sensazione solo quando mi facevi piangere, tre volte al giorno durante i pasti. c'era fango sulle nostre gambe intrecciate e tu rivendicavi il diritto di sentirti offeso, perché qualunque cosa facessi per me, io non apprezzavo abbastanza.
hai lasciato che ti dicessi che mi sarei pulita da sola, sei stato d'accordo fin dall'inizio. mai una domanda, mai un rifiuto. il fango l'avevi già in gola, quando ho provato a respirarti dentro.



sguardo perduto

Ti è successo mai di vedere gli occhi del tuo amore perduti nello spazio. Dimmi la verità , hai provato una fitta di gelosia. Pensavi, forse stava pensando di un’altra. Non ti preoccupare L’altra non esiste, almeno no come la pensavi tu. Cerca di capirlo e ricordi che qualche volta succede anche a te. E se qualcuno ti chiedesse cosa pensavi in quel instante, di sicuro non ricorderesti nulla. I pensieri spariscono al instante lasciando posto ad un vuoto dolce e un senso di malinconia. Per chi, se non ti ricordi neanche di chi stavi pensando. Di qualcuno che non ti rendi conto se l’hai conosciuto o no, ma che è cosi vicino al tuo cuore e alla tua anima. Sorridi e pensi che era un gioco della tua mente, che sei rimbambita…I minuti tornano alla realtà e tu pensi di organizzarti la giornata. Io ho un’altra idea, non è un gioco della mente, è quel che la tua anima ha rinchiuso nel tuo corpo e in questa vita, sta cercando. Che cosa? Troppi nomi gli hanno dato, ego, subconscio etc etc.. Io credo che cerca il più grande amore che hai mai vissuto, quel primo, vecchio come il tempo, come l’universo. Quel amore per il quale anche i dei sono diventati gelosi e ci hanno divisi…Crearono l’uomo con cuore e anima, l’hanno accoppiato e poi…si sono arrabbiati. Adamo amava più Eva di loro. Non era il frutto proibito che ci ha tolto il paradiso, era l’amore, quello umano. L’amore è costato il paradiso alla gente. Gli dei si sono vendicati. Dissero :provate a vivere solo con amore. Ma anche questo non ha funzionato. Si sono amati, e tanto. Stanchi, affamati, ma si sonno amati finche la morte gli ha separati. E con la morte gli hanno divisi anche le loro anime. I dei…
E le anime tornano e ritornano sulla terra. Preferiscono l’inferno qua giù che il paradiso lassù. Che cosa gli può costringere a tornare, e tornare di nuovo se non l’amore. E quante sonno le probabilità che possono incontrare l’antico amore nel corso della loro vita? Qu

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   2 commenti     di: suzana Kuqi


Quaglia Roberto Vigile urbano: La morte di Iris

Sguardo fisso, occhi rossi, divisa stropicciata. Non riesce a distogliere lo sguardo da quel corpo inanimato coperto dal lenzuolo bianco. La signora Iris.
"È sbucata all'improvviso, non ho potuto fare niente." Mario racconta l'accaduto con voce monotona, inespressiva. Loris, con lui sullo scooter, resta in silenzio e ogni tanto accenna un segno di assenso con la testa. Il brigadiere rilegge il verbale e chiede conferma. Sembra perplesso, forse é solo scosso. Pinuccio, questo il nome del carabiniere, guarda il vigile urbano quasi a chiedergli soccorso, ma Roberto Quaglia sembra assente nonostante la mente appannata dal dolore. Sta macinando pensieri. Nessun testimone. Com'è possibile? Un incidente sulla via principale del paese alle sette di sera in giugno e nessuno vede nulla, nessuno sa nulla.

È sbucata all'improvviso... Perché quelle parole gli suonano false? Certo è difficile essere obiettivo. Era legatissimo a Iris. Sempre gentile, una sorta di nonna per tutti, sua in particolare. Una presenza discreta, sempre sorridente, sempre disponibile. Non riesce a stare concentrato, troppi ricordi, troppo dolore.

Sbucata all'improvviso? Sbucata da dove? Stava uscendo dal cortile di casa. A volte le persone fanno cose strane, ma proprio non riusciva a vedere quell'anziana signora piombare sulla strada dal sentiero cortissimo che collegava il cortile alla strada principale. Un tratto ripido e disagevole, perfino lui avrebbe avuto difficoltà a effettuare quella manovra. La rivedeva in bicicletta, prudente, sempre attenta, spesso camminava a piedi con le borse della spesa infilate nel manubrio. Come poteva sbucare all'improvviso? È anche vero che Mario e Loris sono due bravi ragazzi, magari non particolarmente svegli, ma nulla motiva la sua riluttanza a credere nella loro versione. Perché dovrebbero mentire? Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Strada completamente dritta, deserta, visibilità perfetta. Eppure non si rassegnava ad accettare

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   10 commenti     di: Ivan Bui


Tormentati

Era invisibile il suono, la sua pelle era avorio nella notte. Restava poco tempo per l'alba, ma a cosa serviva continuare ad aspettare. Il sole sarebbe tornato comunque, senza lui, senza nessuno che potesse fermarlo. Nelle vene bruciavano le lacrime che aveva pianto sulle sue braccia, tra i capelli sostavano urla. Disumane. Le mani sulla bocca a soffocare quei gemiti. Troppo umani. Abbassò le palpebre, pupille diradate in quelle ombre così fredde. Sul polso un bracciale. Tra le dita una matita, le piaceva giocare all'artista. Strusciò il piede sull'asfalto, contatto con la terra urbanizzata. Città, luce di neon in movimento, morire. Gusci di anime che camminano, che ora è? Una panchina bagnata, le gocce che sembrano improgionare piccoli globi di luce dorata. Cadono, l'erba le accoglie, tu puoi fermarle? Dieci e trenta. Rumore di rumori. Fermati, ascolta, respira. Occhi che vogliono aprirsi. Il vento non vuole fermarsi, ha paura di cosa possa succedere quando sarà tutto finito. Non lo vuole calmare, non lo vuole fermare. Gli angeli saranno li a guardarli come nei film, le ali alzate e ferme al dolce nido. Ma cosa ne sia delle tua grida. Disumane? Appartieni alla razza dei fragili. Puoi spezzarti. Cadere. Morire. Come tutti. Ma il suono può rendersi invisibile, si accalca tra le pieghe dei pantaloni, puoi camminare ancora. Ruote che sgommano, portiere che si aprono, una vena che continua a palpitare piano, come un canto che sta per finire. E ho paura mentre te lo dico. Città, fuori dalla finestra. Luci che voglio spegnere, morire? Ormai è tardi.



A Natale nasceva Gesù Bambino!

Meno di 25 anni fa ero solo una bambina.
Fa un certo senso dire “25 anni”. È un periodo così lungo eppure sembra proprio qui dietro l’angolo.
Nei giorni dell’Avvento, non appena faceva buio, dal campanile della chiesa si spandevano le note delle più classiche canzoni di Natale: “Tu scendi dalle stelle”, “Bianco Natale” …. Merry Christmas si cantava solo in TV.
Mi piaceva stare ad ascoltarle sul balcone di mia nonna, seduta su una piccola e vecchia sedia impagliata ed intanto annusare l’aria foriera di neve o forse solo di freddo.
A volte la neve arrivava davvero ed era uno spettacolo. Fuori in strada a giocare e poi dentro al caldo, gote rosse e mani gelate!
In classe si faceva il presepe con il muschio vero che si prendeva nel bosco e ognuno di noi portava una statuina. Chi voleva una pecora vicino alla capanna, chi la voleva ad abbeverarsi vicino al laghetto di carta stagnola, chi invece la voleva addirittura nella capanna insieme all’asinello ed al bue così il bambino si scaldava di più …… cosicché, prima ancora dell’inizio delle vacanze, pastori e pecorelle avevano già visitato tutto il presepio … Qualcuna, vagabonda, sconfinava anche nella zona desertica dedicata ai Re Magi che, da lontano, si accingevano ad attraversare il deserto per portargli oro, incenso e mirra e non i torroncini della Condorelli. Anche il deserto era preparato con cura, vera sabbia di mare conservata dalle ultime vacanze per l’occasione.
La recita scolastica, le canzoni cantate in coro, chi era bravissimo imparava anche una poesia e l’ultimo giorno di scuola si tornava con il lavoretto per i genitori preparato in classe.

La mattina di Natale sveglia in fretta per vedere i doni che aveva portato Gesù Bambino!
Già Gesù Bambino, proprio quello del presepe, quello della messa cantata di mezzanotte, quello che nasceva al freddo e al gelo in una capanna di Betlemme, con solo il bue e l’asino a riscaldarlo. Me lo immaginavo, poverino,

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   0 commenti     di: Silvia Frigerio


Compagni di classe

Alcuni racconti senza molta importanza di un gruppo di amici che, dopo avere frequentato insieme le scuole elementari, per vari motivi si erano persi di vista.
Dopo molti anni si ritrovano al vecchio paese per l'inaugurazione della nuova scuola.

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(N 1)

Seduti al tavolo del bar, dove da ragazzi si sfidavano a giocare con un vecchio flipper, ricordavano i giorni trascorsi insieme. D’un tratto Luca, che era sempre stato il più estroverso del gruppo, chiese ai suoi ex compagni di scuola, per trascorrere in allegria il resto della serata di raccontare da buoni amici la loro prima esperienza con una ragazza.
Tutti furono d'accordo. Sarebbe stato come ritornare ai vecchi tempi, quando da ragazzi si divertivano a parlare delle ragazzine che frequentavano.
Chiesero al barista un mazzo di carte per scegliere chi sarebbe stato il primo a raccontare e la sorte scelse Giorgio, forse il più timido del gruppo.
“Dai Giorgio, raccontaci come si è svolto il tuo primo contatto con una ragazza” chiesero curiosi i suoi amici.
“E va bene, anche se io sono restio a raccontare certe cose.
Questa di cui vi dirò è la mia prima ragazza, la prima che ho conquistato. A dire la verità dovrei dire la prima che mi ha conquistato...
Avevo sedici anni, ma a dire dei miei genitori per la mia altezza dimostravo qualche anno in più.” “Questo non ci interessa dai. Dai, racconta la tua prima avventura. “lo sollecitarono gli amici.
Giorgio ricominciò: “Tutto accadde un giorno mentre passeggiavo in bicicletta con un mio amico lungo una strada di campagna. Chiacchieravamo tra noi senza pensare a ciò che ci sarebbe capitato di lì a poco. Durante il percorso incontrammo un gruppetto di ragazze ferme su un ponte, certamente in attesa che qualcuno si fermasse per scambiare due parole. Io non mi sarei voluto fermare perché all'epoca ero il tipo che appena incontrava una ragazza diventava subito rosso

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   2 commenti     di: Giuseppe Loda



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