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Racconti sulla nostalgia

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Treno del sud Cap. II (Le finestre di Mara)

Il treno era fermo nella stazioncina. Si percepiva il vociare confuso della gente come il sonoro di un film ascoltato in lontananza.
Mara in piedi nel corridoio affollato con il vetro del finestrino abbassato, sentiva sul viso l’aria calda ed umida e l’aspirò profondamente. Si soffermò, nell’attesa, a guardare in un angolo del vetro un moscone che aveva smesso di ronzare. Un uomo, il bavero del colletto sollevato, la salutò e salì sul vagone accanto. Due giovani sul marciapiede la stavano osservando e lei fece allora il gesto di chiudersi la giacca quasi a difesa, per timore che quelli le leggessero dentro l’emozione e la confusione.
Aveva gioia e paura di partire. Al primo fischio del capostazione, grossi vasi di oleandri dai colori accesi si imposero al suo sguardo, ricordandole che andando lontano in una città, stava perdendo quella rigogliosa natura. Le sembrò un tradimento alle sue origini ma rimase là, affacciata al finestrino.
Il fischio si ripeté ed il treno prese man mano velocità. L’aria le accarezzava il volto e tutto sembrava collaborare a risvegliare in lei il sentimento della nostalgia e della colpa. Stava appena partendo e provava già tanto dolore? Non era quello che aveva sempre sognato nelle lunghe calde giornate o nei lunghi inverni? Intanto un paesaggio familiare sembrava scorrere come un film sotto i suoi occhi. Alberi di ulivo dai tronchi grossi e contorti pareva le venissero incontro frettolosamente per poi abbandonarla con rapidità. Sembravano mostri pietrificati. In quella luce calda e accecante, le ombre scure dei buchi nei tronchi, erano come caverne e parevano mostrare una natura forte e tenace che sapeva sopravvivere anche nelle difficoltà.
Interminabili “muretti a secco” ricordo della fatica dell’uomo per dissodare la terra correvano lungo i fianchi delle rotaie. In lontananza si distinguevano le strisce bianche dei “trat

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   5 commenti     di: MD L.


La città di mare Cap. III (Le finestre di Mara)

Abitava ora in una città di mare.
La pensioncina era in una stretta via,“ nu vic", un vicolo.
Dalla finestra con le persiane socchiuse arrivava un odore aspro di vino e, di tanto in tanto, il profumo di cibi cucinati tipici del luogo.
Le voci che si percepivano chiaramente avevano una musicalità, una cadenza del tutto estranea alle sue orecchie e le parlavano di un'altra realtà.
Mara era distesa sul letto e quella stanza le sembrava una sorta di isola tutta sua nel rumore della città, mentre si abbandonava alle riflessioni e ai ricordi.
Decise di scendere e si ritrovò, ben presto, quasi inghiottita dallo stretto vicolo in ombra. Alti palazzi e biancheria stesa la sovrastavano.
La pavimentazione di grandi lastroni grigi era bagnata. . Sentì un forte odore di lisciva.
Qualche donna dei "bassi" aveva gettato dell’acqua saponata dopo il bucato.
Passò davanti alla cantina, alla latteria, a gruppetti di bambini che giocavano e si diresse poi sulla strada principale che brulicava di gente ed automobili. Un' atmosfera vivace e confusa l’assalì quasi stordendola. Attraversò la”Piazzetta del Gesù” costeggiò le mura di “Santa Chiara” e presto giunse all’Università. Una piacevole sensazione d' indipendenza la fece fremere dentro e rabbrividire, mentre sentiva sulla pelle quell' odore di brezza marina e di nuova vita.

Il palazzo dell’Università, sorgeva in una piazzetta e arrivandoci Mara provò una certa emozione e agitazione. L’edificio era alto e maestoso con una architettura del 700, epoca in cui era sorto.
Prima di scegliere il ciclo di studi Mara aveva valutato diverse possibilità ma aveva deciso di iscriversi in quell’Istituto universitario per un doppio motivo. Era la più antica scuola di orientalistica del continente europeo e oltre ad insegnare le lingue era specializzata nell’ insegnamento delle letterature, della civiltà ed istituzioni dell’Europa.
L’altro motivo era affettivo, infatti vi

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   1 commenti     di: MD L.


Il venditore di grappa

Mi ricordo una sera al bar, parlando con alcuni amici, eravamo andati sul discorso di lavori che oramai non esistevano più e ne abbiamo elencati alcuni.
Più tardi nel ritornare verso casa, mi ricordai di quando ero bambino e trascorrevo le vacanze dai miei nonni.
Ed è stato proprio durante una di quelle vacanze estive che vidi per la prima volta un anziano signore dalla apparente età di circa cinquant'anni con una vecchia bicicletta entrare nel cortile del nonno.
Con un sorriso lo salutò, poi iniziarono a parlare.
Io anche se piccolo ero abbastanza curioso e mi avvicinai per capire di cosa stessero parlando ed è stato in quel momento che il signore con la bicicletta mi guardò per poi chiedermi:
“Anche tu piccolo vuoi assaggiare questo liquore speciale?”
Io lo guardai esterrefatto, 'chissà cosa mai vorrà farmi assaggiare, pensai tra mè.
Il nonno, nell'udire quelle parole mi guardò poi mi fece un piccolo sorrisetto, io avevo un certo timore del nonno, una persona molto alta per quei tempi, con un paio i baffetti da sparviero, come direbbe un comico che vidi un giorno in televisione.
“Vai a prendere un bicchiere Bepe,” Disse in quel momento il signore arrivato con la bicicletta e nel dire questo lo vidi rimuovere una coperta la quale nascondeva un cesto al cui interno mi sembrò ci fosse una ruota di un automobile.
Io rimasi sbalordito a guardare, mentre il nonno si allontanò per ritornare subito dopo con un piccolo bicchiere.
“Dai fam tastà se lè bunò.” Disse il nonno.
Quel signore piegò la ruota che aveva nel cestello e aprì una valvola, rimasi sorpreso nel vedere che non ne usciva dell'aria, come pensai, ma una specie di liquido bianco.
Dopo averne versato solo alcune gocce nel bicchiere, quel signore chiese nuovamente al nonno:
Dai Bepe, bef e dim se lè bunò?”
Il nonno dopo averla assaggiata esclamò:” Bunò!” E subito dopo ritornò in casa dove poco dopo uscì con una bottiglia che quel signore si affr

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   0 commenti     di: Giuseppe Loda


La neve al mare

"Hai mai visto la neve al mare?"
"No al mare ci vado d'estate, come faccio a vedere la neve?"
"Non importa. Immaginati una spiaggia, lunga, e larga. Non te la immaginare come la vedi d'estate, con la gente, gli ombrelloni e tutto il casino che ne consegue. Immaginatela vuota, completamente vuota."
"Difficile ma ci provo".

"Ora su quella stessa spiaggia, copri la sabbia con la neve, non tantissima, quanto basta per coprirti i piedi. Ora immagina un cane che corre sulla spiaggia e quindi sulla neve. Un cane bello grosso. Il padrone, un ragazzo come te, poco lontano, con il guinzaglio in mano. Il cane corre libero, tanto la spiaggia è vuota. Ci sei?"
"Sì, ce l'ho in testa".
"Il cane gironzola attorna al padrone, poi corre più lontano, poi torna, poi si avvicina all'acqua. Scava nella neve.
Ora a questa immagine che hai in testa aggiungi una ragazza. Con una macchina fotografica. Scatta foto al ragazzo, al cane, al mare.
Il sole è alto, ma freddo. La luce è bellissima con il riflesso della neve e del mare."
"Sembra quasi di essere lì".
"Il ragazzo segue il cane, la ragazza rimane più dietro. Lui si gira a guardarla, lei è presa a fare foto e non se ne accorge. Lui la aspetta, lei lo raggiunge. Si abbracciano. Si baciano. Il cane abbiaia. E scodinzola. Ora prova a dare un nome a questa scena".
"Felicità".
"Già".

   2 commenti     di: sauro


Guadalavez

Non piove ormai da chissà quanto a Guadalavez. Si potrebbe andare al mare, oppure... oppure stare a casa col ventilatore ad un centimetro dal viso. Devo scrivere il racconto per El Diario de Guadalavez ma fa veramente troppo caldo. "Buon giorno maestro, anche oggi caldo da morire; eh beato lei che si gode la vita; ha visto che partita ieri? Se continua così le suoniamo anche a quei spocchiosi di brasiliani. Ecco il solito caffè maestro, ora le porto anche l'acqua". Ogni giorno così a Guadalavez, sempre uguale, sempre la stessa sedia, lo stesso tavolino e lo stesso caffè, che oltretutto non è neanche buono. “ Macchisenefrega del calcio, del brasile, a me non piace neanche il calcio, e così che vi tengono buoni. Panem et circenses. Ma io non ci casco, ahh no. Che si impicchino." Questi pensieri gli strisciavano tra le labbra mentre arrotolava del tabacco dentro una cartina, rituale giornaliero del dopo caffè; le sue labbra socchiuse davano il ritmo ai movimenti delle mani. "Che... si... impi... cchi... no...". Così silenziosamente borbottando completò la sua sigaretta. Ma quei gesti erano figli di un automatismo ricorrente. Quello che attraeva veramente la sua attenzione erano dei pantaloncini, guarda caso da calciatore, gialli bordati di verde con un numero dieci rosso stampato sul lato destro; sul lato sinistro un rombo verde con dentro un globo azzurro. Ma si, insomma, i colori del Brasile. Chi non conosce i colori del Brasile? Pantaloncini da calciatore attillati e molto corti, quelli dei tempi di Pelè, per intenderci. Don Fernando seguiva con una meticolosa panoramica quell'incedere lento. Dal suo tavolino aveva il pieno dominio visivo di Plaça de Libertadores e solo un idiota non si sarebbe potuto accorgere di quella camminata che tagliava lentamente la piazza. Del resto l'espressione dello scrittore era molto simile a quella di un idiota. Felicia era comunque accaldata anche se indossava solo quei pantaloncini e una canotta arancione. La sua

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Sapori

PANI CA MEUSA

È un panino con milza e ricotta, si gusta caldo.
Ricordo che da bambino mio padre me lo comprava in una stretta viuzza del centro.
Da schizzinoso qual'ero, stranamente lo amavo. Era di un sapore dolce, rotondo, privo di fronzoli ma conturbante. Sempre bagnato e caldissimo, mi fece compagnia per gran parte della mia infanzia.

CERVELLO DI BUE IMPANATO

Era delizioso, la delicatezza del suo gusto non aveva eguali se messo a confronto con altre "prelibatezze".
Aspettavo con ansia il momento di gustarmelo in santa pace: aveva un leggero sentore di mandorle e la compattezza di un budino. Peccato che da adolescente lo vidi sotto una luce completamente diversa e non ne volli più sapere.

FRAPPÈ DI CAFFE'

Nei primi anni del liceo, a volte andavo a studiare a casa di un compagno che era rimasto orfano di padre.
A un certo punto sua madre se ne usciva con questo "frappè di caffè". Non ho più gustato niente di altrettanto delizioso e aromatico di quell'intruglio. Ricordo che aspettavo il momento in cui la donna si presentava come una messaggera di pace col suo vassoio.
La sua freschezza era ineguagliabile!

L'UVA DEL SIGNOR GENOVA

Mio padre aveva un cugino di secondo o terzo grado che a volte ci invitava in campagna per mangiare l'uva bianca: un vero tesoro della natura! Credo che mangiare un grappolo di quell'uva equivalesse ad allungarsi la vita di almeno un mese. I chicchi enormi come susine, il gusto incredibilmente completo.
Ricordo quelle mangiate di uva come un momento speciale della mia adolescenza, un tempo diverso, qualcosa di prezioso al quale aggrapparsi quando il mondo sembra crollare addosso.

   6 commenti     di: vincent corbo


Nonna Maria

La casa di Elena non distava molto da quella dei nonni materni: bastava percorrere qualche viuzza del paese, attraversare la piazza grande, una corsa in un prato ed infine il gioco era fatto.
Sua madre lasciava che la bimba si recasse a far loro visita tutte le volte che ne avesse voglia, da sola, con la sua bicicletta, cosa che la rendeva felice perché era abbastanza raro che la lasciassero girare senza qualcuno che la sorvegliasse.
Le strade dei paesi alle due del pomeriggio sono deserte, non vi passa anima viva perché è l’ora consacrata alla siesta pomeridiana, per cui anche una bimba di quell’ età poteva benissimo passeggiare senza timore.
Quel pomeriggio il cielo era terso; non una nuvola ad offuscarlo, era perciò l’occasione migliore per provare la nuova Graziella arancione che le era stata regalata da poco.
Si sentiva alta su quella sella e le sembrava di dominare la strada.
La mamma la salutò dalla finestra dopo le ultime raccomandazioni.
Elena promise che non avrebbe dato retta al suo istinto di sfrecciare veloce, che sarebbe stata cauta, ma soprattutto promise che si sarebbe recata solo da nonna Maria che l’aspettava sempre in quell’ora del pomeriggio.
Abitava in una grande casa insieme al marito e ad un figlio Orlando allora scapolo e si dilettava a fare delle ottime torte e montagne di polenta.
La stanza più frequentata della villa, era una grande stanza nell’interrato che faceva da cucina, arredata con mobili rustici, vissuti, carichi di ricordi.
La solita pentola d’acqua bollente borbottava sulla piastra della stufa a legna e c’era odore di pesce, forse di gamberetti al sugo che in quella famiglia amavano molto gustare insieme ad una bella fetta di polenta e ad un buon bicchiere di vino.
Il caffè era stato appena fatto e ce n’era sempre un cucchiaio, solo un cucchiaio per la più piccola.
Amava molto il sapore amaro di quella bevanda, purtroppo prerogativa dei soli adulti e si chiedeva quando sarebbe arrivato

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