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Racconti sulla nostalgia

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Sere del Sud : Inverni ( 3 )

D’inverno, verso le sei di sera, era già buio. Nella strada estramurale passavano lunghe file di carri, con grandi ruote, tirati da muli. Sotto al carro, seguito da un piccolo, cane pendeva traballante una lampada ad olio ad illuminare la via. I contadini tornavano a casa nei “Sassi” uomini e donne, quasi addormentati, stanchi e rassegnati. E così in quelle strade con un forte odore di fieno calava la sera.
Nella parte nuova della città passavano invece le macchine. A volte quando pioveva occorreva scansarsi per non essere investiti da schizzi di fango. Le luci rosse posteriori nel buio e i riflessi allungati sul selciato bagnato dalla pioggia, suggerivano a Mara immagini fantastiche notturne di città lontane, piene di luci al neon, che la facevano sognare.
D’inverno in genere si restava al chiuso. Pochi passeggiavano per il Corso ma se casualmente si attraversava frettolosamente la piazza principale, si potevano notare solo alcuni professionisti che scaldati dai loro discorsi di arte o politica si intrattenevano in giro. Ben presto però anche loro sparivano e si rifugiavano nel caldo del Circolo. Restavano negli angoli della grande piazza solo gruppetti di vecchi contadini, abituati alle intemperie, che fumando le pipe si scaldavano le dita e raccontavano esperienze di vita o di lavoro.
. Il “Circolo Unione” specie d’inverno era perciò molto affollato. Il locale aveva tre grandi saloni.
Nel primo, sulla destra, vi era un piccolo bar con delle poltroncine marrone in pelle. Il secondo era la sala biliardo. Il terzo, misterioso, con. la porta sempre chiusa, vietato ai minori, era pensato come luogo di perdizione. In realtà si giocava solo a carte. Ritornando indietro all’entrata sulla sinistra c’era un grosso appendiabiti in legno scuro, ben intarsiato, che di sera diventava sempre stracolmo. In alto c’erano i cappelli, al centro i cappotti e in basso bastoni ed ombrelli. Il ragioniere frequentava poco quel locale perchè ave

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   2 commenti     di: MD L.


Una margherita

Una tavola apparecchiata, cosa si festeggia? non lo so, un compleanno, un Natale, una festa rivedervi tutti.
E a me non mi saluti? Mia nonna, la spilla sul vestito con le perle bianche, quella delle grandi occasioni, ciao quanto tempo... mio padre affetta il pane, mia mamma non ha tempo deve sempre far qualcosa, la vedo correre come sempre.
Ed io che ritorno bambina a farmi coccolare, parlaci di te, ho lo stesso sguardo basso che sembra imbronciato, ma non lo è e il cuore che scoppia nella gola, fingo indifferenza eppure sono davvero felice, scrivo pagine di gioia, scrivo di sapori che non ho più sentito, scrivo, anche a tavola, scrivo sempre. Eppure non sembra passato, vi vedo tutti ringiovaniti, con la forza degli anni migliori, il cielo adesso è fuori, non lo sto cercando, mi bastano quattro pareti e un tavolo, metti via quel foglio e quella penna e stai composta, mio padre severo quanto basta, per fare rispettare le regole che anche se mi stanno strette sono un bel vestito da portare, quel paio di scarpe di vernice nera che mi ostinavo a portare anche se mi facevano un po' male, ma erano troppo belle per potere rinunciare, mi facevano sentire importante.
Una bicicletta, un regalo, non capisco se è il mio compleanno e voi che mi augurate di andare lontano, ma io non voglio, vorrei tanto restare qui e fermare il tempo, non mi interessa quella strada la fuori è troppo in salita ed è ripida la discesa, per chi si sveglia all'improvviso.
Il giorno sta quasi spuntando dietro la tenda lavata di fresco, abbiamo fatto quasi l'alba e il tempo è lui che vince sempre è già arrivato, vi vedo allontanare dietro il finestrino di un sogno...
Vi prego... tornatemi a trovare, ho ripreso a scrivere, adesso scrivo di voi, il mio letto è diventato un prato in cui cercare una margherita, questa che ora vi dono.
La festa è finita.

   2 commenti     di: laura marchetti


Compagni di classe

Alcuni racconti senza molta importanza di un gruppo di amici che, dopo avere frequentato insieme le scuole elementari, per vari motivi si erano persi di vista.
Dopo molti anni si ritrovano al vecchio paese per l'inaugurazione della nuova scuola.

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(N 1)

Seduti al tavolo del bar, dove da ragazzi si sfidavano a giocare con un vecchio flipper, ricordavano i giorni trascorsi insieme. D’un tratto Luca, che era sempre stato il più estroverso del gruppo, chiese ai suoi ex compagni di scuola, per trascorrere in allegria il resto della serata di raccontare da buoni amici la loro prima esperienza con una ragazza.
Tutti furono d'accordo. Sarebbe stato come ritornare ai vecchi tempi, quando da ragazzi si divertivano a parlare delle ragazzine che frequentavano.
Chiesero al barista un mazzo di carte per scegliere chi sarebbe stato il primo a raccontare e la sorte scelse Giorgio, forse il più timido del gruppo.
“Dai Giorgio, raccontaci come si è svolto il tuo primo contatto con una ragazza” chiesero curiosi i suoi amici.
“E va bene, anche se io sono restio a raccontare certe cose.
Questa di cui vi dirò è la mia prima ragazza, la prima che ho conquistato. A dire la verità dovrei dire la prima che mi ha conquistato...
Avevo sedici anni, ma a dire dei miei genitori per la mia altezza dimostravo qualche anno in più.” “Questo non ci interessa dai. Dai, racconta la tua prima avventura. “lo sollecitarono gli amici.
Giorgio ricominciò: “Tutto accadde un giorno mentre passeggiavo in bicicletta con un mio amico lungo una strada di campagna. Chiacchieravamo tra noi senza pensare a ciò che ci sarebbe capitato di lì a poco. Durante il percorso incontrammo un gruppetto di ragazze ferme su un ponte, certamente in attesa che qualcuno si fermasse per scambiare due parole. Io non mi sarei voluto fermare perché all'epoca ero il tipo che appena incontrava una ragazza diventava subito rosso

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   2 commenti     di: Giuseppe Loda


Su di un letto di foglie secche

Si portò vicino al sofà, fece per sistemare il copri divano che si era un poco scostato, poi, con un pesante respiro, si lasciò cadere su una pila di cuscini. Sollevò le gambe e si adagiò mollemente, assumendo una posa che ricordava tanto quella di un triclinio. Occhiaie profonde segnavano lo sguardo di Rita. Si aggiustò istintivamente una ciocca ribelle dietro l’orecchio e incrociò le gambe.
“Non so nemmeno bene come dirtelo Massimo…” aveva gli occhi persi nella plafoniera della lampada appesa al muro.
“Lo so già.” Massimo stette fermo sull’ingresso, le mani in tasca e lo sguardo puntato sul pavimento. Era la confessione di un tradimento
“Sai bene come vanno queste cose… io sono distrutta…” pianse qualche lacrima, reggendosi con la mano la frangia di capelli ricci e neri che le pendeva sulla fronte. “So che anche tu stai soffrendo, Massimo, tesoro…” si portò il fazzoletto sulla bocca e riprese a singhiozzare.
“Ma non è niente, davvero, non è come tu puoi pensare… cioè, forse nemmeno me ne rendo conto, ma va bene così, sei andata a letto con un altro, pace, che vuoi che faccia…” si appoggiò con una spalla allo stipite della porta e rimase a fissare la donna, che nel frattempo si era asciugata le gote.
“Ma… Giorgio è il tuo migliore amico… e….” era incredula. Non voleva pensare che tutto si potesse risolvere così, come un cerino che si affievolisce, senza nemmeno una scenata, una scarica di botte da mettere in conto. Niente.
Il migliore amico. La classifica degli amici. Tu sei il secondo mio migliore amico. Massimo desistette dal ripeterle ancora una volta lo stesso discorso: “Non fa nessuna differenza. È sintomo di qualcosa che tra noi non funzionava da tempo, questo è quanto. Se ti aspetti che mi arrampichi sui vetri o che spacchi qualcosa o che minacci di morte qualcuno resterai delusa.”
Il solito Massimo pensò Rita. Il solito mezzo uomo che si tira indietro al primo accenno di lotta. Il

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La veranda dell'estate

La veranda, piena di rose e gelsomini era in ombra. Sedie di legno e paglia, vecchie poltroncine di vimini, con grossi cuscini a fiori usurati dal tempo, erano là, in attesa di essere occupate.

Noi arrivavamo tutti verso le cinque del pomeriggio, accaldati e sudati in quel fresco spazio in casa di mia suocera, per ritrovarci e raccontarci dopo un inverno di lavoro al nord.

I primi tempi si giungeva a coppie, poi, col passare degli anni, accompagnati da bambini strepitanti. Si cercava di quietarli in mille modi con giochi o con la presenza della vecchia tartaruga Gertrude. I piccoli, affascinati, finalmente tacevano sperando sempre di afferrarla finché lei, prudente, si rifugiava veloce nel suo grosso carapace.

Seduti in gruppo si parlava di cose nostre, di viaggi fatti o che si sognava fare mentre dalla strada arrivavano profumi e suoni familiari.
"Costa molto Gino prendere l'Orient- Express? Se ci accompagnate, un giorno partiamo insieme".
Un vento caldo, di tanto in tanto sfiorava la pelle mentre eravamo intenti a ridere e a fantasticare insieme.
"Gilda me lo passi quel ventaglio…. sono sudata"
“Rosa sono ottimi questi tuoi dolcetti, devi darmi la ricetta”.
“ Rosaria, la sai una nuova barzelletta.?. Se non è molto sporca raccontala.."

Intanto si presentava Lei, capelli d’ argento, il grembiule bianco a volants, felice di averci tutti, finalmente riuniti, a casa sua.
"Volete il caffé freddo, un succo di frutta, una granita?"
Accettavamo ciò che arrivava, con gioia, tanto bastava un niente a rinfrescarci, perché l'essenziale era stare insieme
per condividere momenti, esperienze, ricordi di famiglia.

Di fronte a noi, mentre volavamo via con la mente, imperturbabile ci guardava la montagna bruna e arida, dalle piccole torri, vecchie fortezze longobarde, ricordandoci, in quei caldi pomeriggi estivi, che eravamo là nel sud.

Ora la veranda è sempre in ombra.
Poche rose ma niente gelsomini.

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   4 commenti     di: MD L.


Giorno di solitudine

Lei.

Vorrebbe solo riuscire a non sentirsi così, sola.
Anche se sola lo è stata, sempre.
Fino a che è arrivato lui, con la sua presenza capace di riempirle quel vuoto d'anima che sentiva.
Quel vuoto che nessuno coglieva in lei, solo lui, che avendone la parte mancante la sentiva, come un richiamo a distanza.
Quella metà di lei, quella lontana, quella che con poco riusciva a riempirle il vuoto, il silenzio.

Gli occhi da bambina non sorridono, bagnati ad oltranza da lacrime amare e solitarie, le labbra serrate in un muto richiamo, curvano tristi in quella smorfia passata.
Gambe stanche non riescono a tenere il passo di quel suo cuore innamorato, chiedono riposo, lo impongono rimanendo immobili e aspettando che gli occhi, sempre fissi a scrutare il Loro orizzonte, riescano finalmente a vedere il suo passo, quello tanto atteso, quello che riporterà gioia negli occhi, calore nel cuore.
Quello che rimetterà la parole in quella smorfia triste che è diventata il suo sorriso.

   3 commenti     di: Giada..


Le mie colline

Le colline del Monferrato sono la mia patria. Sono nato, a metà del ‘900, in una casetta in mezzo ai vigneti, in cima ad una ripida collina, con stradine polverose in estate, fangose d'inverno.
La strada che la fiancheggiava, per noi bambini del borgo, era l'attrazione, il divertimento: si giocava al pallone, nella polvere si costruivano piste per le biglie... Si facevano epiche battaglie con pistole di legno, le nostre armi segrete erano le fionde… Talvolta i giochi venivano interrotti dal rombo di un'automobile, che lentamente arrancava su per la salita, ci si buttava nel fossato e si guardava stupefatti il modello, il guidatore, quasi sempre era un commesso viaggiatore fornitore dell'unico negozio del paese.
Il paese stava, anzi sta ancora, appoggiato su una collina. Dalla sommità di questa la veduta è veramente spettacolare: una successione di colli, sui quali si arrampicano i vigneti, lavorati con amore, rubati ai boschi meno redditizi, che di tanto in tanto lasciano affiorare gruppi di casupole che paiono spuntare dal suolo come funghi. La piazza dominata dalla chiesa con l'oratorio, la scuola incorporata nell’ edificio municipale, in fondo c’era la bottega, con il pavimento in legno, il banco di vendita fatto a U per i vari scomparti: frutta, pane, cartoleria, tabacchi... insomma entrando si sentivano gli odori più disparati, dalla fragranza del pane fresco, all’aroma del tabacco misto al profumo di frutta matura…Un centinaio di case, che stanno in piedi perché da secoli si appoggiano l’una all’altra, costruite quando ancora i mattoni non erano cotti nelle fornaci.
In ogni casa c’era la cantina, ove si custodiva gelosamente il vino prodotto.
Prima di Pasqua, i mediatori vinai, iniziavano il giro delle “Crote”, così
venivano chiamate le cantine. Ricordo, con rabbia, la cerimonia dell’assaggio: spillavano il vino dalla botte in un bicchiere, ne verificavano la trasparenza in controluce, si sciacquavano a lungo la bocca

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   3 commenti     di: Gian AR



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