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Requiem autunnale

Era un gelido ottobre moscovita. La pioggia scrosciava fredda e intensa sulle strade dove quasi un secolo prima lo zar, agli albori di quei moti rivoluzionari che avrebbero cambiato per sempre la faccia di questo enorme paese, aveva fatto fucilare 52 sovversivi. Serghej aspettava. Lui era sempre in attesa di qualcosa. Aveva trovato riparo sotto una tettoia, ma sentiva ugualmente, o almeno aveva questa impressione, gelide goccie piovane che scorrevano lungo la nodosa schiena. Mancavano ancora molti minuti prima che l'obiettivo uscisse dal Palazzo dei Congressi. Per ingannare almeno un po' la noiosa attesa prese una sigaretta dal paccheto sgualcito da una permanenza eccessiva in una tasca dei neri pantaloni e l'accese. Cadde un po' di cenere sul lungo impermeabile, ma Serghej, capelli biondi da russo ma anima nera e cupa come i suoi vestiti, non se ne rese conto. Serghej era un killer: veniva pagato per uccidere le persone, ed era il migliore in circolazione. La sua carriera nella mala era cominciata dal grado più basso. Nel 1991, in una nazione ormai allo sfascio, distrutta economicamente e politicamente, il giovane Serghej, orfano e solo al mondo, andò a finire sotto l'ala protettiva di un piccolo boss della famigerata Mafjia. Si guadagnava il suo sporchissimo tozzo di pane quotidiano come corriere della droga. Con il suo motorino che cadeva a pezzi, la felpa col cappuccio e diversi grammi di cocaina infilati nel culo, per 10 anni andò avanti e indietro, a destra e a manca per le strade della capitale della Madre Russia. Un giorno il boss, che di nome faceva Boris, un nanetto tarchiato, tatuato e sfregiato in più punti del viso, decise che un suo capozona doveva crepare. Il vicario di Boris stava sul chi vive: sapeva che il suo ormai ex capo lo voleva morto: aveva assoldato diversi scagnozzi e non solo era pronto a difendersi, ma avrebbe portato la guerra contro il suo nemico. Un pericolo mortale. Doveva morire. Mandando uno dei suoi abituali killer sarebbe però stato scoperto immediatamente e l'agguato sarebbe fallito miseramente. Doveva farlo qualcuno non conosciuto nell'ambiente, o comunque qualcuno reputato una schiappa, che mai avrebbe osato sparare contro un vicario del crudele Boris, vicario temutissimo e molto rispettato nelle fogne di Mosca. Mentre faceva queste considerazioni si trovava da quelle parti anche Serghej. Boris, nel fare le sue considerazioni, notò un lampo negli occhi del giovane corriere, come un compiacimento nel pensare di avere il potere di decidere della vita e della morte delle persone. E decise che Serghej avrebbe ammazzato l'infame. Serghej non fallì, così come non fallì quando fu mandato a far fuori Kopat l'usuraio, il ladro di pellicce Vialov e Ulianov "il porco". In breve divenne uno dei killer più infallibili di Mosca: freddo e preciso, non solo non sbagliava mai un colpo, ma era talmente professionale che non voleva mai sapere nè nome della vittima nè motivo della "condanna a morte". Da qualche anno si era staccato dalla gang di Boris: lavorava per conto suo e non aveva da temere una vendetta del suo ex boss: aveva stretto legami con i vertici dei servizi segreti e con grossi industriali, e lavorarava più che altro per loro. E infatti negli ultimi anni aveva steso politici, giornalisti, sovversivi, agenti di borsa e altra gente che infastidiva i corrotti detentori del potere politico e finanziario del paese. Si accese un'altra sigaretta. Perchè uccideva? Non era solo per i soldi. I rubli con cui i suoi datori di lavoro lo seppellivano dopo ogni tiro al bersaglio riuscito lo interessavano poco o niente. Aveva visto bene Boris quel giorno in cui iniziò il giovane Serghej al suo destino: il biondo angelo della morte era entusiasmato dal potere di disporre della vita e della morte delle persone: subiva il fascino estremo e violento della cieca azione, premere il grilletto causava un'esplosione cromatica di sanguinario godimento. Il suo unico Dio era la Morte, verso cui lui stesso si avvicinava giorno dopo giorno: un moderno ninja dispensatore di morte e votato alla morte. Questo nuovo lavoro era però diverso. Sentiva un senso di inquietudine nell'attesa dell'ennesima vittima di un sistema che lui stesso probabilmente aveva contribuito a creare. Un'ansia che lo dilaniava sin da quando, la settimana prima, il signor Popov, uno dei più grossi magnati dell'energia a livello mondiale, gli aveva commissionato questo omicidio. Ogni tanto Serghej pensava che quella del ninja votato alla morte era una cazzata inventata dalla sua mente per nascondere la vergognosa verità: e cioè che lui era lo sguattero dei potenti, lo spalamerda di politici, poliziotti e industriali corrotti. Allontanò subito questa idea bislacca dai suoi pensieri: l'autocommiserazione e l'autostima bassa o inesistente è per i perdenti. Lui invece era un vincitore perchè aveva tutto quello che poteva desiderare un uomo: soldi, donne, potere, una pistola facile e il rispetto della gente. Mancava qualcosa, ma pazienza: la vera felicità era quella, tutto il resto solo moralismi da 4 soldi di gente che della vita non aveva capito un fico secco. Il Cafè di fronte brillava di una luce rossiccia e artificiale, emanando un freddo calore. Aveva voglia di un dannato whisky:lo avrebbe preso dopo, per compensare l'adrenalina dell'azione ormai prossima. Diede un'altra occhiata alla foto del bersaglio. Aveva una brutta sensazione, sentiva che quello che stava per fare era sbagliato. Ma tutto ciò non aveva senso. Quanto mai lui si era fatto scrupoli? La sua vita non era forse quella? Ammazzare, incassare, e tanti saluti. Pensò che la rossiccia luce del Cafè di fronte ricordava il sangue che stava per spargere. Macchè, il sangue non ha un colore così artificiale. Il sangue è vita. Strano, si ritrovò ancora a pensare, che un elemento fondamentale per la vita di un uomo come il sangue venisse associato nell'immaginario collettivo alla morte. Vita... Morte... Vita... Morte... Queste due parole gli rimbombavano continuamente nella mente troppo abituata a pensare. Una snella figura uscì dal Palazzo dei Congressi. Era l'obiettivo. L'adrenalina dell'azione, mista all'inquietudine che già prima lo aveva colpito, lo invase tutto quanto. Si mise una mano nella tasca dove teneva la pistola col silenziatore. Era un revolver di piccolo calibro, ma preciso e infallibile. Cominciò ad avvicinarsi alla vittima camminando sull'asfalto bagnato, in una strada talmente desolata da sembrare quella di uno sperduto villaggio siberiano e non la via di una delle più grandi metropoli del mondo. Uniche forme di vita lui, quell'ammasso di carne che stava ormai per trasformarsi in cadavere e qualche ubriacone puzzolente di vodka all'interno del Cafè. Era ormai a due metri dall'obiettivo. "Scusi", disse Serghej. La vittima si voltò verso il suo carnefice. Serghej sparò un colpo secco al centro della fronte. L'obiettivo stramazzò a terra, ormai esanime. A quel punto il killer fece una cosa che non solo non aveva mai fatto, ma che andava completamente contro il suo personale codice di comportamento durante il lavoro, sia perchè era rischioso, sia perchè non faceva parte del suo essere freddo e imperturbabile:si chinò sulla vittima. E mentre lo faceva si pentì di aver accettato quel lavoro e di aver premuto quel dannato e freddo grilletto. Gli occhi verdi erano spalancati, con un'espressione di sorpresa, come se quel corpo ormai cadavere non si fosse nemmeno reso conto che quel proiettile che gli aveva perforato la testa aveva provveduto a staccarlo da questa vita infame e bastarda. I biondi capelli erano ormai pieni di sangue e cervello. Vista dal vivo, nonostante fosse ormai immortalata in eterno nell'attimo traditore della morte, era ancora più bella che in foto. Una giovane e bellissima donna di 23 anni era la vittima di un killer per cui la gente era solo carne da macello del valore di qualche migliaio di rubli:mentre il sangue della ragazza arrossava l'asfalto grigio come quel cielo autunnale, Serghej si rese conto che nella sua vita c'era molto di sbagliato. Due lacrime solcarono il pallido viso. Ma era giunto il momento di andare. Un bicchiere di whisky con ghiaccio avrebbe cancellato quelle lacrime e quegli stupidi pensieri che affollavano la sua mente.

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