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Tu, tu... tu

Il telefono è caldo sull'orecchio. "Non so, Marina. Mi chiedo se sia un bene essere impulsivi, lasciare da parte la ragione... sai com'è. Quando si ama qualcuno". Già. "Non mi sembra un difetto X. Insomma, la testa non si può mica tenerla sempre acces..." tu, tu... tu. Finiti i soldi. Storia ricorrente. Rimango lì, non lo sposto nemmeno dall'orecchio. Non subito. Come quando vedi un film che ti piace. Devo lasciar finire la sigla prima di ritirare la cassetta dal videoregistratore. Le ultime parole impregnano ancora l'aria, la testa non si può mica tenerla sempre "acces". Che stronzata. La verità è che devo andare per frasi fatte perchè sono le uniche che conosco. Please, sorry, the book is on the table. Perchè non sono mai riuscita a chiedermi cosa fosse meglio. Non sono mai riuscita a ragionarti, ragazzo mio. Ti ho amato e ti ho odiato e spero che questo ti basti perchè non posso fare altro. Non ho mai voluto trattenerti sul serio. Se te l'ho per caso detto bè, era una palla. Scusami. Mi piace troppo il momento dell'addio per volerti per sempre, mi piace troppo guardare nei tuoi occhi e piangerti. Mi piace quel treno che se ne torna con me sopra, sdraiata fra i sedili e l'anima giù, a te, te l'affido, perchè io non riesco a tenermela. Mi piace che non sai come cambia la mia faccia. Che tu sei lì a pensarmi ragazzina e hai ottant'anni. Mi piace che tu invecchi e io no. Scusami. Mi piace che non so che fai. E se te lo chiedo è solo perchè non voglio fartelo capire. Non voglio farti sapere che ti tengo imbalsamato dentro e che mi va bene così. Io, io... io. E ora non fare quella faccia da vittima, perchè non lo sei. Ho passato anni a strafogarmi con i tuoi panini a forma di cuore. Tu e i tuoi maledetti occhi di bambino. Tu e la tua voglia di farmi stare bene. E io che ti amo non potevo far altro che subire il bruciore della tua spugna insaponata che grattava, grattava sulla pelle come carta vetrata. "Lasciami andare". Sono qui e non so nemmeno se il telefono l'ho tirato giù o sto ancora ascoltando tu, tu... tu. Dio solo sa quanto ti amo. Anche dopo quel giorno, a Venezia. Anche dopo quel giorno maledetto. Quando ho preso l'ennesimo treno e ti ho raggiunto. Perchè è sempre stato così, vero? Borse invase da biglietti del treno, bus, funicolari, finchè la borsa scoppia e allora cambi nome. Allora mi avvicini ridendo sotto i baffi con una scusa qualunque, e lasci che io pian piano ti riconosca. Di nuovo. Ti ho amato sempre. Questo ci tengo che tu lo capisca. Ti ho amato quando avevi quel nasone e quei tre peli lunghi in testa a soli diciotto anni. Ti ricordi? Come ridevamo per quel fatto lì. Oddio, forse più io di te. Ma è uguale. Ti ho amato quando avevi quella massa di capelli neri e ricci, che mi dispiaceva non poterli pettinare. Ho amato anche ogni nome che hai avuto. Nonostante Venezia. Nonostante quel giorno lì. Il telefono l'ho lasciato sul pavimento. Fuori l'aria della sera è fresca, mi fa bene. Mi fa pensare che il tempo non passa più. Mi siedo sul gradino di un negozio lungo la strada e faccio ciò che so fare. Guardo l'orologio fermarsi assieme al cuore mio e sanguino. Mi piace anche il sapore del mio sangue, è come il sapore di ferro del cucchiaino quando finisci lo yogurt. Quel giorno a Venezia. Quando ho scoperto quanto sai essere crudele. Che bello è stato quel giorno. Quando ci siamo salutati in stazione. Quei tuoi occhi. Così puri da uccidere. Quella giornata ridendo e correndo sotto l'acquazzone. Proprio come nei film. Quelli che guardavamo insieme mentre appoggiavo la schiena sul tuo fianco e -sì- per un momento riuscivo a illudermi che ce l'avrei fatta a voler essere felice. Ma un giorno ce la farò. Te lo prometto. Un giorno mi fermerò, lascerò che tu prenda l'alcool e mi disinfetti le ferite. Ora brucia troppo. Brucia ancora troppo. Quella sera, a Venezia. Riparati in una casa che non conoscevamo, su un materasso senza coperte. Dirsi "buonanotte". Che bisogno avevi, che bisogno avevi di parlare ancora, che bisogno avevi di farlo. Dopo tutto quel silenzio facendo finta di dormire. "Marì, comunque ho capito. Non c'è bisogno che trovi la maniera di dirmelo. Ho capito che non riesci più a stare con me". Le lacrime che mi sono cadute su quel materasso. Se la luce fosse stata eccesa le avremmo viste che erano rosse. Che non riuscivo a fermarmi e dentro sentivo solo un martello che spaccava tutte le pareti. Perchè lo sapevamo entrambi che era vero. E allora l'hai fatto. Bastardo... bastardo. L'hai fatto e non ti perdonerò mai bastardo. Quando mi hai abbracciata. Forte. Dicendomi che andava tutto bene. E di non aver paura.

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2 commenti:

  • Marina Rizzato il 11/08/2011 21:04
    Grazie Giacomo... mi fa molto piacere quello che hai scritto, vuol dire che bene o male riesco a passare un po' di quello che ho. Ahah! due, principalmente.
  • Anonimo il 11/08/2011 20:02
    L'ho letto e ne sono uscito con le ossa rotte. C'è tensione, ansia, confusione esistenziale... ed il lettore assimila e sente irrigidirsi i muscoli. Un bel modo di scrivere, molto originale, introspettivo. La paginetta web va bene, se scrivi cose più lunghe devi mettere qualche dialogo sennò rischi che il lettore perda la concentrazione necessaria.
    P. S. ma quanti erano?... non poi così tanti, mi pare. ciaociao

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