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Haridwar

Il sapore piccante nel cucchiaio, il mio braccio guarda il fiume e un uomo lo fissa, un pugnale, lui si sposta di lato, dimenticato. Gambe piegate e precise il pantalone lungo non stirato, quella polvere diventa un colore. movimenti nel corpo che lavora e prende tutto. aspetto. mi alzo e iniziano a vedersi persone che parlano con tante altre persone e trasportano vestiti e sacchi, le loro gambe deboli trasmettono ovunque debolezza e lo stomaco aumenta di temperatura, due secondi, mi affaccio su quell'altra stradina, spade tagliano la luce e il vapore del respiro smussa gli angoli e sfuma i bordi, socchiude gli occhi e non mi vede. Rituali fatti da centinaia di anni, sempre voi lì macchine pagate da qualcuno che forse una volta nella vita vi osserverà solo per cinque o dieci minuti. chi lancia volti nella mia direzione ora lo sa bene, non riesco a focalizzare, una donna sui 50 i bordi delle labbra appassiti un colore sciolto denti immobili e alle mie spalle diventate fango, il tempo passa e non ho fatto niente, nessuno mi ha insegnato come fare, mani e peli e vene inutili, solo adesso i muscoli si risvegliano e le gambe mi chiedono come continuare, codardo qualcuno gli dice di fare quello che hanno fatto sino ad ora e continua. e la porta chiusa rimane lì al centro della stradina, tutti la vedono e ci passano accanto, la solita, è così. La pelle inizia a colarmi dalla faccia e l'angolo della strada è una finestra, ancora sei passi esatti e il piede destro tocca la banchina e i colori ti stordiscono, accecandoti credi di vedere una cosa che non c'è e dentro non senti niente. Bravo, adesso, torniamo a casa.

 

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