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La città di mare Cap. III (Le finestre di Mara)

Abitava ora in una città di mare.
La pensioncina era in una stretta via,“ nu vic", un vicolo.
Dalla finestra con le persiane socchiuse arrivava un odore aspro di vino e, di tanto in tanto, il profumo di cibi cucinati tipici del luogo.
Le voci che si percepivano chiaramente avevano una musicalità, una cadenza del tutto estranea alle sue orecchie e le parlavano di un'altra realtà.
Mara era distesa sul letto e quella stanza le sembrava una sorta di isola tutta sua nel rumore della città, mentre si abbandonava alle riflessioni e ai ricordi.
Decise di scendere e si ritrovò, ben presto, quasi inghiottita dallo stretto vicolo in ombra. Alti palazzi e biancheria stesa la sovrastavano.
La pavimentazione di grandi lastroni grigi era bagnata. . Sentì un forte odore di lisciva.
Qualche donna dei "bassi" aveva gettato dell’acqua saponata dopo il bucato.
Passò davanti alla cantina, alla latteria, a gruppetti di bambini che giocavano e si diresse poi sulla strada principale che brulicava di gente ed automobili. Un' atmosfera vivace e confusa l’assalì quasi stordendola. Attraversò la”Piazzetta del Gesù” costeggiò le mura di “Santa Chiara” e presto giunse all’Università. Una piacevole sensazione d' indipendenza la fece fremere dentro e rabbrividire, mentre sentiva sulla pelle quell' odore di brezza marina e di nuova vita.

Il palazzo dell’Università, sorgeva in una piazzetta e arrivandoci Mara provò una certa emozione e agitazione. L’edificio era alto e maestoso con una architettura del 700, epoca in cui era sorto.
Prima di scegliere il ciclo di studi Mara aveva valutato diverse possibilità ma aveva deciso di iscriversi in quell’Istituto universitario per un doppio motivo. Era la più antica scuola di orientalistica del continente europeo e oltre ad insegnare le lingue era specializzata nell’ insegnamento delle letterature, della civiltà ed istituzioni dell’Europa.
L’altro motivo era affettivo, infatti vi aveva studiato suo padre prima della guerra e provava una certa tenerezza a pensarlo là giovincello che si aggirava tra le sue stesse aule e corridoi..
Aveva ascoltato molte volte gli aneddoti che lui le raccontava sui professori e sperava di poterne incontrare qualcuno pur se decrepito. Ma ovviamente sapeva che era solo fantasia, che non sarebbe mai potuto accadere.
Un po’ disorientata chiese ad alcuni studenti dove fosse la segreteria. Questi avvertirono il suo disagio e le indicarono ridendo il locale ma si informarono se fosse una matricola. Mara inesperta annuì e loro le dissero che per accedere avrebbe dovuto pagare un pegno: sollevarsi la gonna.

La goliardia proprio tra gli anni 50-60 aveva raggiunto il suo apice e si verificavano a volte veri soprusi verso le matricole. Mara la conosceva indirettamente perchè da studente del liceo sapeva che esistevano uno o due giorni l'anno in cui non era il caso di prepararsi per le interrogazioni, perché prima o poi "arrivano gli universitari " a "liberarli". In effetti i goliardi, in occasione delle annuali feste delle matricole erano venuti anche al suo Liceo per realizzare questa tradizione.

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1 commenti:

  • MD L. il 05/12/2006 10:16
    Per capire meglio leggete prima" Le finestre di Mara" e "Treno del sud" perchè queto è il terzo capitolo del romanzo.

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