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Le vacanze degli innocenti

“Le vacanze degli innocenti”
di Vittorio Frau
Ritengo di essere una persona “normale” se con questo termine vogliamo indicare una qualunque persona che si adatta ai comuni stereotipi che dal momento della nostra nascita a quello della dipartita ci accompagnano nei gesti quotidiani, se non fosse per un piccolo problema che mi fa sentire in qualche modo “fuori” : odio con tutte le mie forze le vacanze, in modo particolare i viaggi all’estero e i campeggi. E non sopporto sentir parlare di “vacanze intelligenti”, perchè, e ricordatevi bene queste parole, le vacanze non sono mai intelligenti, né riesco a ritenere tali coloro che le attendono per undici mesi e quindici giorni l’anno.
Non che si tratti di un odio per partito preso, questa mia avversione è frutto di un serio ragionamento effettuato dopo aver fatto le mie belle esperienze.
Devo ammettere di provenire da una realtà familiare in cui grazie al cielo le vacanze hanno sempre avuto una scarsa importanza e la mia infanzia è piena di dolci ricordi persi nei torridi pomeriggi dell’agosto cittadino, quando tutti i rompiballe si allontanano dalla città, lasciandola fra le mani di chi sa godersela in ogni suo attimo.
Il mio esordio, il primo contatto cioè con la realtà delle vacanze risale al lontano 1978 quando, tenero quattordicenne avido di avventure da poter raccontare, organizzai con alcuni amici il primo e purtroppo non ancora ultimo campeggio della mia vita.
La frase che riporto qui sopra “avventure da poter raccontare” non è casuale: sono fermamente convinto che se ai villeggianti qualcuno impedisse di raccontare in giro l’andamento delle proprie vacanze, questi ultimi non esisterebbero. È un po’ come per le discoteche (sulle quali quando diventerò famoso scriverò un intero libro), infatti sono convinto che l’ottanta per cento dei frequentatori delle discoteche lo sia soltanto per poter dire agli altri “ieri notte sono stato in discoteca” senza però aggiungere di essersi annoiato a morte, di aver fatto finta di essere ubriaco per attirare l’attenzione delle ragazze (d’altronde chi potrebbe mai ubriacarsi in un luogo in cui un bicchiere di Whisky costa quindicimila lire?) e di avere contato con trepidazione i minuti che lo separavano dall’orario di chiusura.
Tornando al mio primo campeggio, ricordo di essermi recato con un mio zio di origini napoletane in un negozio di roba usata situato nella mia adorata Cagliari, grazie al quale riuscii ad acquistare un sacco a pelo seminuovo (anche se con un leggero odore di carogna) al prezzo di settemila lire.

IL CAMPEGGIO A SANTA MARGHERITA DI PULA

Partimmo carichi di speranza, cantando a squarciagola canzonette sconce, mentre, a bordo dei nostri ciclomotori, divoravamo allegramente i chilometri che ci separavano da Santa Margherita di Pula, meta del nostro viaggio. Avevo in quei tempi un “Bravo” della Piaggio, sul cui microscopico sellino prendemmo posto in due: io e il mio amico Claudio, un energumeno alto un metro e novanta per circa novanta chili di peso, che provocava nei cinquanta centimetri cubici del mio povero ciclomotore dei rumori simili a lamenti di un animale ferito a morte.

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