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Tu dov'eri? (Srebenica) - seconda parte

Intanto io e mia moglie avevamo appena superato le montagne russe della gioia e del dolore. All'inizio dell'anno, inaspettata, era spuntata un'ipotesi di terzo figlio. Prima un piccolo ritardo, poi il test a fugare ogni dubbio. Dentro di noi i sentimenti che si mettevano in moto tumultuosamente, i problemi pratici, bisogna che troviamo subito una casa più grande, ce la faremo con i soldi?, ce la farà tua madre a darci ancora una mano? Però il tutto era reso semplice dalla gioia immensa di un'altra vita in arrivo. Poi, quando nella nostra testa si era formato saldamente uno spazio per il nuovo venuto, ecco che la sensazione di qualcosa che non va nella direzione solita. Le parole del medico, la conferma dell'ecografia. Il monitor ci mostra un'immagine chiara ed impietosa. Un grumo secco attaccato ad un picciolo, come quelle ciliegie che, a volte, non riescono a maturare e stanno lì, una piccola massa avvizzita, in attesa di cadere dall'albero. L'ospedale, il raschiamento ed un'emorragia che avrebbe potuto portarmi via anche lei. Momenti difficili, ma avevamo gli altri due e tante cose da fare insieme.
A Srebenica, in quei giorni, nulla era come sembrava. Forse i profughi non erano solo profughi, forse quelli che davano loro la caccia erano, ufficialmente, forze di polizia preposte alla protezione della popolazione, forse gli occidentali salvatori non avevano capito un'acca di tutta quella situazione e poi erano molto più interessati a quello che si diceva nei rispettivi paesi piuttosto che a quanto poteva succedere lì.
È stato così che è potuto accadere. È stato così che i soldati di Mladic hanno capito di poter osare e si sono presentati a Srebenica. È stato così che il comandante olandese del contingente si è fatto riprendere in un video a chiacchierare amabilmente con Mladic e brindare con lui, mentre i soldati serbi procedono alla separazione dei profughi mussulmani, da una parte gli uomini e dall'altra le donne.
E voi lì, guardate attoniti i vostri angeli custodi che fanno entrare gli aguzzini, che li aiutano, fino a dargli il carburante per i camion che vi debbono portare via. Li guardate senza riuscire a capire il perché. Voi lo sapete, voi avete occhi per vedere, voi non credete per un istante alla debole scusa accampata "li portiamo in posti più sicuri che qui non si possono tenere al sicuro così in tanti". Vi chiedete come è possibile, siete annientati dal tradimento che si consuma sulla vostra carne, che vi strappa per sempre le persone che amate, che si porta via la vostra stessa vita.
A Srebenica si consuma la più grande vergogna del nostro Occidente opulento e distratto. Quei giorni di luglio del 1995 si sono portati via il nostro onore, la nostra dignità di esseri umani, la nostra capacità di indicare agli altri la via della democrazia, della convivenza. Leggere gli atti che cercano di spiegare il perché del mancato intervento dell'ONU, frugare fra i ritardi, la scarsa conoscenza dei luoghi, le indecisioni che hanno portato a questo, mi fa orrore. Ma bisogna avere la forza di non fermarsi, di continuare a frugare. Ecco allora la scarna cronaca che potete trovare oggi su Wikpedia: "Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell'ONU, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebenica, Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni. Quando i serbi si avvicinarono all'enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans diede l'allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l'8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell'ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L'11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell'11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell'ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante. Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada".

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3 commenti:

  • Giovanni Barletta il 24/09/2011 20:56
    Grazie a voi, amici. Il fatto di aver suscitato in voi una riflessione rappresenta il coronamento del motivo per cui mi sono sentito di scrivere questo testo.
  • Verdiana Maggiorelli il 24/09/2011 18:16
    Il tuo pezzo mi ha così colpito che sono andata a frugare tra le mie vecchie agende. Mentre 8000 persone venivano massacrate, io ero al festival del cinema indipendente di Bellaria...
    Mi pappavo tre, quattro, cinque film al giorno e gli echi di quanto succedeva mi arrivavano così attutiti da non ricordare, nemmeno oggi, i particolari che tu hai descritto. Mi si è stretto il cuore. Grazie Giovanni.
  • Nunzio Campanelli il 05/09/2011 09:32
    Beh Gianni, credo che tu abbia rivelato una verità vera. Intendo dire non di quelle di comodo, pescate nel mazzo ed offerte al pubblico in base alle circostanze, ma di quelle scomode, dure da assimilare, di quelle che un governante, assillato dai suoi problemi elettorali, non rivelerebbe mai. Perchè noi siamo là? (intendendo per noi il mondo occidentale e là tutti i luoghi in cui c'è/ c'è stata/ ci sarà una guerra)
    Semplicemente per i motivi che dici tu: per questioni di politica interna. Tanto il popolo si beve tutto, anche che siamo andati a portare la pace con fucili, blindati e caccia bombardieri, preceduti da ministri che improvvisamente hanno riscoperto il fascino della divisa, e da una banda militare che improvvisa marcette che, a ben ascoltare, riesumano storie che sanno d'antico.
    La conclusione poi è perfetta: Che ce ne frega a noi di quelli là, che vivono come le bestie, anzia sono bestie? vero, non fosse altro che dicevano così di noi italiani fino a qualche decennio fa (non molti, per la verità. Ciao.

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