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Una vita

Chiuso nel suo bozzolo, confortato dal dolce riparo che quella corazza gli offriva, e forse anche spinto dalla noia, meditava sul senso della vita, sul suo carattere inesorabilmente effimero.
Ne aveva passate tante per arrivare dov'era.
Dopo aver preso coscienza di sé, una forza irresistibile lo aveva spinto a nutrirsi con avidità di tutto quello che c'era attorno. Seta, seta. Doveva produrre seta.
La vita era semplice allora: il pasto successivo era la più concreta e semplice ragion d'essere che si potesse immaginare. Lì era tutta la sua vita, senza pericoli né dubbi particolari.
Un giorno sereno, con la luce del sole a picco sull'albero, aveva smesso di essere affamato.
Il mondo era sospeso, mentre nel suo cervello di bruco crollavano le fondamenta della sua identità.
Era stordito, nauseato. Vomitò.
Un lungo filo di seta dura, pallida, uscì in un fiotto dalla sua bocca.
Si sentiva già meglio, a parte per una certa stanchezza. Esausto per la frenetica ricerca di cibo, desiderò per la prima volta avere un riparo per riposare.
Iniziò a manipolare con maestria il flusso della seta. Il filo, duro ma ancora malleabile e aderente, ben presto lo aveva completamente imprigionato in una morbida corazza.
Si era addormentato, e al risveglio si era trovato diverso.
Pur non potendo muovere la testa per guardarsi, percepiva le sue nuove forme distintamente.
Non provava un'emozione definita: gli sembrava di aver corso a lungo per arrivare a questo traguardo, per poi esserne infine deluso.
Era in perfetta salute, certo, ma una strana malinconia gli riempiva il cuore. Anche adesso, come quando aveva vomitato la seta, non sapeva cosa fare, e la sua testa era capace di produrre solo un sordo ronzio.
All'improvviso, gli fu chiara una cosa: presto il bozzolo si sarebbe rotto, e lui sarebbe stato libero.
Come fosse stata una conseguenza logica di questo concetto, capì che una volta libero gli sarebbe rimasto solo un giorno di vita.
Sapeva che le sue erano belle forme, contornate dai colori più belli della natura. Sapeva però che nel giro di poche ore questa bellezza sarebbe svanita, e con essa la sua coscienza.
Egli esisteva solo finchè esisteva quella bellezza. Forse, egli esisteva solo perché esistesse quella bellezza, perché il mondo fosse rallegrato dai suoi colori. Ma era poi il colore la vera fonte della sua bellezza? La natura era piena di colori, e lui non poteva essere solo una mera aggiunta al quadro del creato, un puro elemento estetico fra altri elementi estetici.
Egli doveva essere unico, perché sentiva di essere un individuo. E cos'è che rende unica una farfalla?
La sua vita estremamente breve. Lì era la poesia, lì era la bellezza: nel passare una vita a lavorare faticosamente per donare dei colori al mondo, anche se per un giorno solo.
I fiori, i pavoni e gli arcobaleni vivono a lungo, hanno tutto il tempo di dare un senso al loro stare al mondo. Lui no. Sarebbe morto al tramonto.

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