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Mastro Vincenzo e Peppino

Mastro Vincenzo tutte le mattine, di buon ora, veniva accompagnato sull'impalcatura dalla sua Rosina.
Da giovane era caduto ed era rimasto paralizzato ad una gamba, ma il lavoro era la sua vita e non aveva smesso mai di lavorare.
Sedeva su di una seggiola di paglia, traballante sull'impalcatura.
Da quella altezza poteva dirigere i lavori e partecipare ad innalzare i muri di pietra.
Era un muratore all'antica. Lavorava con pochissimi attrezzi e dirigeva una squadra composta di poche persone: Rosina, qualche altra donna o manovale e il figlio Giuseppe, detto Peppino.

Peppino era un uomo sui trenta anni, alto e robusto, dalla pelle scura e i capelli neri sempre ordinati. Partiva all'alba da un paese vicino, dove viveva con la mamma, e raggiungeva a piedi il cantiere sempre con un certo ritardo, quando il padre già troneggiava sull'impalcatura. Tutti lo consideravano ancora un ragazzo, forse perché era scapolo o perché viveva all'ombra del padre come un eterno apprendista.
Per mastro Vincenzo Peppino non era solo un figlio, ma una estensione del suo corpo, era la sua gamba e le sue braccia, ma anche la sua tortura perché duro di testa come le pietre che maneggiava.
Si capiva che non aveva fiducia in lui e non gli concedeva alcuna autonomia. Controllava ogni suo movimento, ogni azione, specialmente quando si trattava di impostare ad un livello più alto il filo, per tenere il muro a piombo.
Peppino lavorava con impegno, ma senza passione, e faceva tutto quello che il padre gli comandava, come un'automa, senza mai ribellarsi, senza mai assumere una iniziativa, sempre con lo stesso ritmo.
Aveva solo la maldestra abitudine di buttare dall'impalcatura i sassi che gli sembravano di difficile collocazione.
Lo faceva furtivamente, ma non poteva evitare che mastro Vincenzo sentisse il rumore.
"Peppino", gli gridava avvilito, "le pietre vanno girate nove volte prima di essere scartate".
In realtà nessuna pietra doveva essere scartata anche per rispetto alla fatica di Rosina che l'aveva trasportata fin lassù. E Peppino biascicava qualcosa di incomprensibile, annuiva. Proprio non riusciva a rigirare nove volte una stupida pietra tonda e levigata come un ciottolo di fiume. Ma non riusciva o non aveva voglia di ribellarsi. Allora le usava come riempimento, magari dopo averle rotte.

A sera, quando il sole stava per tramontare, i suoi movimenti compassati ed eguali diventavano frenetici. Sistemava i pochi attrezzi, salutava alla svelta e scappava via.
Camminava a passi lunghi e le braccia a pendolo, quasi di corsa per la ripida e lunga discesa, fino nelle viscere della vallata e di là risaliva lento e ormai stanco fino al paesino collocato sull'altra cresta della vallata.
Tutte le giornate erano uguali, come in fotocopia, senza mai una novità, un divertimento.
Una sera di agosto ebbe come un impulso improvviso. Nel suo paese si celebrava la festa del santo patrono e in piazza suonava la banda. Smise di lavorare prima del solito e via di corsa per la solita strada. A casa la madre lo accolse calorosa e sorpresa ma felice di averlo in casa prima del solito perché anche per lei era ancora un bambino da coccolare ed accudire. Si ripulì in fretta, divorò la cena che la mamma aveva preparata più buona e ricca del solito, indossò il vestito che aveva conservato per le grandi occasioni e si precipitò in piazza. Si racconta che quella sera si divertì sul serio con i pochi amici che incontrò e rientrò dopo la mezzanotte per guardare i fuochi dal balcone.

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2 commenti:

  • Ettore Vita il 11/09/2011 19:01
    Grazie per aver letto il mio racconto di una storia vera. Grazie anche del commento positivo e del rilievo critico per il finale tronco.
    Può non piacere, ma è voluto perchè il racconto è solo un'istantanea di un fatto, la morte di Peppino che il padre non ha fatto crescere e sempre considerato un'estensione di se stesso... Un botto, una morte che lascia senza fiato...
    Saluti.
  • Michele Rotunno il 11/09/2011 10:17
    Un bel racconto fino alle ultime battute poi, come se colto da un'improvvisa febbre, l'hai chiuso con troppa precipitazione. Un finale da rivedere. Complessivamente un bell'affresco di primo novecento.

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