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Burocrazia

Come d'abitudine il sole aveva da poco fatto la sua fiera comparsa spuntando alle spalle dei monti che sovrastavano la città, come un regista teatrale che viene reclamato dal suo pubblico alla fine dello spettacolo, quando la sveglia prese a suonare. E anche questo era un rituale quotidiano come il sorgere del sole.
Da quel momento, incominciava la solita routine: casa, lavoro, casa, ed era così per sei giorni alla settimana. Di certo non una novità, per un normale operaio. Era solo parecchio stressante e, a suo dire, umiliante in un certo senso. Ma il pensiero che in quel momento milioni di persone oltre lui si apprestavano ad affrontare la giornata nel preciso ed identico modo, bastava a renderlo un poco più fiero della sua vita.
Dopo aver fatto una doccia ed essersi vestito, scese giù in cucina dove lo attendeva una tazza di caffè caldo, amaro, come piaceva a lui. In quel momento sembrava un po' più sereno. Quando poi il suo sguardo si posò sul tavolino all'ingresso, la serenità sparì dal suo volto. C'era un pila di fogli accatastati, alta almeno venti centimetri. Avvisi di risarcimento debiti, avvisi di pagamento di bollette arretrate, avvisi, avvisi, avvisi. <<Metta una firma qui>>, <<Metta una firma li>>. La consegna di ognuno di quei fogli era anticipata da queste due brevi frasi meccaniche.
Bevve in fretta il suo caffè ed uscì di casa quando, dopo aver superato la soglia della porta d'ingresso, ebbe la fulminante sensazione di sentirsi osservato. Si guardò intorno, ma non vide nessuno. Nemmeno l'ombra di un ipotetico vicino spione.
Mettendo nel dimenticatoio l'accaduto, salì in auto e partì alla volta della fabbrica in cui lavorava ormai da diciotto anni e continuava a chiedersi per quale motivo non poteva starsene comodamente seduto nell'ufficio che aveva sempre sognato, con una segretaria pronta ad avvertirlo degli appuntamenti del giorno. Ma c'erano quelle carte. Quelle maledettissime carte. Quel pensiero balenava nella sua mente sempre più spesso, ma venne spodestato dal suono del clacson della macchina che lo seguiva: il semaforo era diventato verde.
<<Non posso distrarmi così>> pensò. <<Se accadesse di nuovo al lavoro, mi ritroverei per strada ed al verde. Il signor Brown fu chiaro l'ultima volta.>>
Non appena arrivò di fronte alla fabbrica, diede un occhiata all'orologio: erano le sei e mezzo del mattino. Perfetto. Il suo supervisore, il signor Brown, non era ancora arrivato. Era ancora troppo presto per un "pezzo grosso" come lui. Era solito arrivare almeno un quarto d'ora dopo gli operai, nonostante dovesse essere il primo a mettere piede in fabbrica.
Parcheggiò l'auto e fece per raggiungere i suoi colleghi che lo aspettavano all'ingresso, quando ebbe di nuovo quella sensazione: qualcuno lo stava osservando. E non erano gli altri operai che non avrebbero comunque potuto, non trovandosi nel punto d'osservazione adatto.
Doveva essere qualcun'altro. Si guardò intorno per la seconda volta e di nuovo non vide nessuno. La sensazione divenne ossessione e si infittì sempre di più, al contrario di prima. <<Chi mi sta seguendo?>>. Iniziò a sudare. Iniziò a muoversi, cercando di trovare una risposta alla domanda. Iniziò a correre, improvvisamente.

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4 commenti:

  • Raffaele Arena il 24/09/2011 02:35
    Onirico, avvincente e la realta' come sempre supera qualsiasi fantasia. Meraviglioaso!
  • Nunzio Campanelli il 23/09/2011 16:21
    Finale davvero imprevedibile! Ottima scrittura
  • vasily biserov il 23/09/2011 10:47
    una brutta bestia la burocrazia... molto bello il racconto, imprevedibile!
  • Anonimo il 22/09/2011 20:59
    Sembrerebbe il racconto che riguarda una persona affetta da paranoia. Ma nella realtà, avviene, più o meno, come hai descritto tu. La burocrazia, ci perseguita in continuazione... fino alla morte. Bravo!

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