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Lui

Era passato mezzogiorno da un pezzo, ero stanco per la camminata sotto l'immensa parete della Tofana di Rozes e mi meritavo qualcosa da mangiare.
Così parcheggiai l'auto all'ombra della chiesa e attraversai la piazza verso il noto ristorantino con i tavoli apparecchiati sotto una tettoia, davanti alle montagne assolate.
Passando vicino alla fontana dalla fredda acqua perenne, vidi che vi sostava vicino un personaggio allampanato e tutto coperto di stracci. Aveva i capelli lunghissimi e lanosi, bianchi e neri, e due occhi azzurri spalancati e quasi meravigliati.
Parlava tra se', come fanno spesso queste povere persone, che vivono una strana vita solitaria e senza bisogni ne' sogni, ne' speranze, senza amici, senza casa, senza nulla.
Mi guardo' e io lo guardai, ciascuno con il proprio punto di vista sull'altro, e capii qualcosa di inafferrabile e di inquietante.
Pensai di dargli qualche spicciolo, ma intanto lo avevo superato e sarebbe stato brutto frugare nel borsello e tornare da lui, troppo eclatante la carità, forse offensiva per quegli occhi innocenti e penetranti.
Così mi ripromisi di dargli i soldi al ritorno e pranzai in fretta con un occhio all'ipad e un altro alla fontana dove lui stava.
Per pagare, dovetti entrare alla cassa e, quando uscii per tornare all'auto, il personaggio non c'era più. Al suo posto, tre uomini e una coppia si dissetavano alla fontana, e lui si era così allontanato, per quel pudore e quella timidezza tipici in queste persone solitarie.
Ne fui dispiaciuto, come di un'occasione perduta, come se quell'uomo mi avesse lasciato in debito verso di lui ed il suo infinito bisogno.
Ma il giorno seguente lo rividi.
Era prima mattina e faceva fresco, quasi freddo in quel paese in quota.
Sono solito portare i cani al primo giretto e comprare i giornali, prima di colazione. Cosi' ero sceso in paese con l'auto e avevo parcheggiato sulla strada di mezzo: lui era la', fermo sul ciglio, a non far nulla, sempre ingolfato di stracci, i capelli ricci ed arruffati al vento, a guardare le auto passare e a borbottare qualcosa.
Stavolta mi preparai il denaro e, passandogli vicino, glielo allungai sorridendo.
Lui mi guardo', quasi sorpreso, con quegli occhi azzurri spalancati su questo brutto mondo, e ora su di me e sulle mie brutture, allungo' la mano e prese i soldi, guardandoli come una cosa mai vista.
Io proseguii il mio percorso verso il giornalaio senza fermarmi: cosa avrei potuto dirgli?
Al ritorno, lui era ancora nello stesso posto e mi guardo' salire sull'auto, della quale ora mi sentivo quasi imbarazzato, e, quando partii e lo guardai ancora una volta, lui inaspettatamente mi saluto' con una mano.
Ebbene, quel cenno amichevole mi colpi' nel cuore e dentro di me, per un momento, breve quanto deve essere, fui felice.

 

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2 commenti:

  • Anonimo il 28/12/2012 15:38
    bravo Gaetano, il tuo racconto mi è piaciuto moltissimo, forse anche perchè anche io sono di fondo un montanaro.
  • Anonimo il 02/10/2011 19:34
    Un buon racconto, scritto anche bene. A me i racconti autobiografici piacciono perché sono veri... e mi lasciano sempre qualcosa dentro, un senso di vita vissuta. Così anche stavolta. Ti hanno dato tre stelle... rimedio con cinque. ciaociao

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