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Tumán

Tumán. Nebbia. Stava appollaiato su un abete rosso della foresta. Era l'alba di un giorno freddo. Dall'alto poteva vedere i fasci di luce obliqua che diffondevano fra i banchi di minuscole goccioline sospese a mezz'aria. Abbagliavano la vista. Sua madre l'aveva chiamato Tumán perché quando si erano aperti i suoi occhi a un mese dalla nascita era rimasta colpita da un velo sottile biancastro che copriva l'iride a losanga di colore celeste. Adesso, intorno a lui, il bosco ancora taceva avvolto dall'ovatta.
L'autunno volgeva al termine, presto sarebbe caduta la neve. In lontananza udì dei suoni bassi. Provenivano dalla terra. Erano i daini che cominciavano a brucare l'erba delle radure. Era l'ora di cominciare la caccia. Saltò giù dall'abete, per un attimo sembrò volteggiare nell'aria e rimanere sospeso sullo strato di nebbia. L'impatto col terreno non produsse nessun rumore percepibile. Cominciò a attraversare la foresta in direzione della preda. Le orecchie si muovevano girando a semicerchio. Stava in guardia per i cercatori di funghi. Spesso portavano con sé il fucile. Tumán procedette guardingo evitando le piste battute e i terreni non coperti di alberi. Arrivò in prossimità della radura. Di là dalla nebbia, coperto dai cespugli, scorse quattro piccoli daini, un maschio e tre femmine. Strappavano l'erba a piccoli morsi. Studiò il terreno e scelse la preda, la femmina più giovane. Muovendo le sue zampe larghe e coperte di pelo descrisse un movimento a forma di elle per raggiungere l'albero al confine settentrionale della radura. Dopo aver brucato l'erba i daini si sarebbero spostati in cerca di acqua. Tumán sapeva che a nord, dietro quella collina a forma di panettone, c'era una sorgente. Anche i daini lo sapevano. Con un balzo fulmineo raggiunse i primi rami del grosso ippocastano. Scelse il ramo più sporgente. Lo percorse quasi fino all'estremità. Si accovacciò e attese. I daini terminarono il pasto. Il maschio ebbe qualche esitazione, poi si mise in marcia verso la sorgente. Non c'era niente da temere. Il sole stava diradando velocemente la nebbia. I daini potevano vedere lontano. Sfilarono ai margini della radura mentre le residue gocce d'acqua nell'aria facevano una specie di aura attorno alle loro sagome. Come un fulmine Tumán si lanciò dal ramo sulla preda. L'addentò al collo con i lunghi canini. Il teatro della natura officiava una scena grandiosa di vita e di morte. Le sagome scure dei contendenti si stagliavano nette nello splendore della luce diffusa dai raggi del sole nascente. Per il giovane daino non ci fu il tempo di reagire. Il cacciatore era venuto dall'alto, al di sopra degli strati di nebbia, dove mai un daino avrebbe annusato l'aria per avvertire il pericolo. Gli altri daini fuggirono via. Per Tumán questa era solo la prima parte del suo lavoro. Dopo aver finito la preda, doveva scegliere un posto per nasconderla. Sarebbe tornato a sfamarsi ogni giorno, con calma. Trascinò il daino per un centinaio di metri. C'erano tre betulle che si intrecciavano vicino a una piccola scarpata. Quello era il posto buono per fare da dispensa. Facendo forza sui suoi possenti arti posteriori, il cacciatore prima balzò, poi con i denti sollevò e tirò. Poi di nuovo, saltò e di nuovo tirò per raggiungere quella specie di piattaforma naturale. Era soddisfatto, sistemò il daino ben fermo. Fece colazione con la carne di un cosciotto. Si riposò. Aspettò finché il sole si fece troppo caldo per lui. Allora strappò delle frasche dagli alberi e coprì con estrema accuratezza la preda. Sarebbe tornato la notte successiva.

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1 commenti:

  • Stefano di Stasio il 06/10/2011 08:00
    Racconto tratto dalla raccolta "Del seme più forte" 2011

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