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La srega

Marianna viveva sola ormai da molti anni in un appartamento di due stanze scure ed umide nella periferia di una piccola città della Lombardia
La sua unica compagnia era rappresentata da Ettore, un gatto vecchissimo e mezzo cieco che un tempo doveva essere stato nero ed ora aveva assunto un colore sbiadito che lo rendeva spiacevolmente anonimo. Da tempo ormai parlava quasi esclusivamente col gatto e con i santi che pregava tutti i giorni recitando a memoria sempre le stesse preghiere imparate in gioventù. Aveva trasformato una delle sue due stanzette in un piccolo santuario: ceri ed immagini sacre appese dovunque. Dal suo piccolo appartamento usciva un odore di cose vecchie di incenso e di urina. Forse per questo i vicini non la potevano sopportare: dicevano che era una strega e che portava sfortuna. La vecchietta aveva ormai 87 anni ed il suo volto era completamente raggrinzito, avrà raggiunto sì e no i quaranta chili di peso e camminava a fatica, tutta ingobbita recitando litanie ed antiche preghiere in latino arricchite da strane formule imparate molti anni prima al paese natale. La vita, per lei, era diventata un rituale estenuante e sempre uguale. Una sorta di lotta continua che conduceva diuturnamente ed ossessivamente per sconfiggere l'ansia e la paura che l'andavano attanagliando ormai da anni.
I suoi rituali esorcizzavano l'ansia, che come si sa, è una paura senza oggetto, ma poco potevano contro la paura vera e propria che le facevano certi giovinastri del paese che, un po' per gioco, un po' sul serio, avevano cominciato a chiamarla strega ed a farle ogni sorta di dispetto. Si erano sparse delle strane voci: una volta Benassi, il garzone della farmacia, dopo averla vista, era scivolato e si era rotto un polso, le comari dicevano anche che quando passava lei era opportuno rimanere alla larga almeno con i bambini piccoli. Eppure Marianna non aveva mai fatto del male a nessuno. Quand'era più giovane anzi aveva sempre tentato di aiutare chi ne aveva bisogno, aveva sempre pregato per tutti, ed ora, anche se avesse voluto fare del male a qualcuno non ne sarebbe stata capace in alcun modo. Anche ora che si sentiva, in qualche modo perseguitata, non riusciva ad odiare nessuno, aveva solo molta paura. Tutto era cominciato con i vicini di casa che da tempo non la tolleravano più. Non volevano assolutamente permettere che il vecchio gatto vivesse in quell'appartamento, per motivi igienici, dicevano. Lei poteva rinunciare a tutto, ma non al suo Etto. Del resto, come avrebbe potuto vivere Ettore senza di lei?
Fu per questo che cominciarono i primi litigi con la vicina di casa, e poi con il figliolo di quest'ultima, un givanottone, certo Giovanni detto "Il Barone" perché era il capo di una specie di banda formata d tutti i giovani del quartiere.
Da quella volta Marianna non potè più muoversi senza essere insultata e ricevere le grida di scherno e le risate dei ragazzi. Ogni tanto qualcuno le si avvicinava in motocicletta e frenava bruscamente poi ripartiva di colpo accelerando e ridendo sguaiatamente.
Marianna aveva reagito chiudendosi ancore di più in casa e pregando. Ma la Domenica, a messa, doveva pure andare.
Aveva anche avvisato i carabinieri di tutte queste angherie, ma il brigadiere Scognamiglio, dopo aver verbalizzato il tutto, le aveva detto: " Benedetta signora, bisognerebbe coglierli sul fatto. Non possiamo dar retta a tutte le fantasie della gente. Dopo che le avranno fatto del male, dopo che avranno fatto effettivamente qualcosa di preciso, allora sì potremo intervenire. Ad ogni modo restiamo a disposizione".

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1 commenti:

  • sara zucchetti il 13/10/2011 12:32
    Il racconto è originale e fantasioso. Insegna che il male non trionfa sull'innocenza e su idee di giudizio creata comunemente. Si potrebbe modificarlo per correggere qualche errore e farlo diventare più bello (il titolo)

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