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Il solo colpevole (la fine)

Fu un attimo, un lampo attraversò i miei occhi.
Il suo braccio teso si schiantò sul mio petto come un sasso lanciato da lontano.
Caddi a terra in uno schianto, il respiro stroncato dall'urto.
Sollevai la teste lentamente fino ad incontrare i suoi occhi fissi su di me. Paura, odio, stanchezza difficile dire cosa raccontavano.
Il suo respiro spezzato dalla rabbia ed il suo braccio ancora teso nell'aria indicavano la fine di una relazione mai iniziata.
Cercai di rialzarmi, ma il dolore era troppo forte; ad ogni respiro fitte intense e penetranti pungevano i miei polmoni come mille spilli. Scariche elettriche troppo intense per essere sopportare.
Tutto sì coloro di nero, l'odio come un motore lanciato al massimo s'impossessò del mio corpo.
Quell'uomo doveva essere punito, era lui con la sua indifferenza, il solo colpevole di tutto ciò che il mondo aveva gettato su di me.
Scattati in avanti il dolere ormai lontano, il sasso ben stretto nella mia mano.
Colpii alla cieca, senza controllo, il sangue imbrattò di rosso Il muro alle sue spalle, schizzi impazziti d'artista maledetto.
Il colore intenso e l'odor ruggine del suo sangue mi eccitavano, come una iena mi accanii sulla preda ferita.
Ad ogni colpo che infliggevo il peso che da troppo tempo portavo dentro diminuiva la sua intensità, la corda che stritolava le mie viscere s'allentava e quando il sasso scivolò via dalla mia mano insanguinata ero finalmente libero.
Ciò che rimaneva delle mie paure, delle mie insicurezze, era un cranio spappolato ed il volto ormai irriconoscibile della mia vita passata.
Erano le sei e quarantacinque di un tiepido venerdì di dicembre.

 

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