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La rete di Chloè

Atomi che esplodono in attimi, impressioni a colori che prendono forma in uno spazio senza limiti.
Ad occhi chiusi, scende a sondare il suo vuoto, esplorando sensazioni pulsanti che disegnano traiettorie sconosciute e orbite oniriche.
Da qualche parte, in profondità, percepiva sublimi e ipnotiche armonie e si perdeva tra riff ancestrali e voci suadente di improbabili sirene.
Non c'era luce in fondo al mare, solo i suoi detriti sprofondati nel tempo.
Galleggiando tra funghi e licheni si aprivano davanti a lei verdi e silenti radure.
Era come se si trovasse dentro a scatole cinesi, ognuna delle quali conteneva un micromondo da mostrarle.
Più scendeva di quota, più scavava tra i relitti della sua esistenza e più sembrava allargarsi quel perimetro della sua anima che siringa dopo siringa aveva ridotto ai margini di un letto sfatto nella sua stanza di ventenne.
Chloè, al contrario di quello che si pensava a Clovelly, un piccolo villaggio di pescatori affacciato sul canale di Bristol, sull'Oceano Atlantico, non era una ragazza come tutte le altre.
Nessuno si sarebbe potuto sognare che quella teen ager, dai capelli così lunghi e lucenti e con quel corpicino così ben proporzionato potesse nascondere un famelico disagio che si nutriva ogni giorni di eroina disciolta in un po' di acqua distillata.
Mentre le vecchie amiche, abbandonate davanti all'agognato bivio dei diciotto anni, saccheggiavano lussuosi negozi d'abbigliamento e vivevano le favole dei primi torridi amori, Chloè giorno dopo giorno sognava il momento del buco, aspirando inquietudine e malinconia dentro una siringa per l'insulina prima di godersi il raffinato piacere di torturare e sbrindellare le sue delicate vene.
Si bucò per la prima volta una notte d'estate in riva al Mare del Nord, a Deauville, in Francia, in occasione della sua prima vacanza lontana da Clovelly e fu la mano scheletrica del suo primo amore, Sean, a regalarle la sua prima "brown".
Le mani dei due innamorati rimasero una sull'altra per una manciata di ore mentre i ragazzi si abbandonarono all'estatico piacere del primo sballo.
Chloè leccò anche l'ultima goccia sulla punta dell'ago per conoscere meglio il sapore della roba che si stava sparando in vena.
Fu un po' come quando succhiò fino a prosciugarlo, il primo cazzo che le si presentò davanti alla bocca.
Prima di cadere semisvenuta sopra la fredda sabbia di Rotterdam, si passò la lingua tra le labbra per gustarsi fino in fondo l'amaro sapore del paradiso.
Provò un nuovo e strano piacere nell'inserire con forza quell'ago appuntito dentro di lei.
Nel farlo percepì l'anima distaccarsi completamente dal suo corpo. Un po' come le prove di dolore degli asceti orientali o come i fachiri indiani, che talvolta, trovano il sonno su un letto di chiodi.
La sua mente tornò ad essere leggera, e come una piuma oscillava dolce tra la vita e la morte, un po' prima che la vita diventi responsabilità e un po' prima che la morte diventi cenere.

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