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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte (7)

Anche lo scienziato fu colto, nei suoi anni, dal male della scrittura. Più che altro scriveva poesie con acute enfasi drammatiche, a volte aveva tentato di abbozzare racconti, ma l'ispirazione lo coglieva a periodi e tutta d'un colpo. A lui non gliene fregava niente. Viveva così, la scrittura lo interessava in maniera incredibile per un periodo e poi finiva l'interesse. Ero certo che non aveva mai conservato i suoi manoscritti.
Io e questi ragazzi passammo insieme la fine dell'infanzia e l'intera adolescenza. Come si fa con i veri amici. Avevamo sempre dei progetti, ma insieme quasi non si riusciva ad organizzare una giornata al mare. Ognuno era anarchico a modo suo, ma tutti eravamo talmente anarchici che neppure tra noi anarchici riuscivamo a combinare qualcosa di concreto. Le situazioni in cui ci trovavamo erano sempre stupide, cadevano verso il non-sense. Una volta passammo tutto il tempo a ridere del fatto che mi piaceva una canzone di Sergio Caputo. Cioè loro ridevano e a me si scartavetravano le palle perché non capivo che cosa ci fosse di male in Sergio Caputo. Ma loro si divertivano troppo: Flamingo, flamingo! Io mettevo il muso e loro si stendevano sulle panchine, tenendosi le pance.
L'ideale artistico era una pura astrazione che mi sconvolgeva la mente. Credevo che loro avessero la mia stessa malattia. Continuavo a tirarlo fuori prevedendo l'eternità per tutti, pensando che fossimo un'avanguardia letteraria di poeti e scrittori adolescenti, esaltato dall'ideale della strada e dalle eccitanti depravazioni che potevano nascere a batterla. Avevo una meta confusa che mi inebriava. Sognavo di visitare con i miei amici letterati i posti più malfamati della terra e coglierne l'eterna poesia, di scolpire il ventre delle puttane sul vergine marmo del tempo, di ondeggiare ubriaco delirando visionari versi trafitti dai conati. Sognavo di osare, di sfidare il mondo e di trasformarmi in una notte di lacrime. Ma non riuscivo a farli partecipi di questa visione. Attraverso la mia insana ispirazione io volevo vivere e godere della vita, ma mi sembrava che loro preferissero starsene solo a guardare. Non capivo il perché. A me le esperienze non bastavano mai, invece loro una sola se la facevano durare per mesi. Non avevo mai sospettato che non fossero le persone giuste per inquadrare il mondo in una prospettiva che avremmo potuto consegnare ai posteri. Come avevano fatto i poeti maledetti e quelli della beat generation prima di noi.
Iniziai a sospettare di aver preso il più grande abbaglio della mia vita nel periodo in cui dovevamo scegliere l'università in cui avremmo proseguito gli studi. Ci stavamo informando sulla Sapienza. A Roma c'erano tutti i corsi che potevano interessarci, era una città internazionale, si poteva avere qualsiasi genere di esperienza e sembrava il posto ideale per chi avesse fame di vita e di poesia come credevo che ne avessimo noi. E come ne avevo io.
Eravamo seduti, nel buio di una strada che dava su una terrazza pubblica, sui larghi gradini che compensavano la differenza d'altezza tra due livelli stradali.
- Beh, allora? - chiesi, accendendo una sigaretta. Grazie al periodo al liceo avevamo capito finalmente che non era vero che la scuola non serviva a niente. Serviva a incontrare i veri amici.

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