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Piccolo mondo antico

La sottile striscia di catrame si srotola sui fianchi del monte, scalfendone lievemente la bellezza. Durante la salita possiamo scorgere a lato della strada, in mezzo all'erba dei prati, delle mucche accovacciate che guardano con la massima attenzione la nostra auto e noi che siamo dentro, con quei loro bellissimi, enormi occhi neri. Più in alto, su una piccola prominenza rocciosa un bue ritto sulle sue gambe poderose viene avanti di qualche passo, infastidito dalla nostra presenza.
Oltrepassiamo questa scenetta bucolica senza che quanto abbiamo visto abbia lasciato nelle nostre menti domande irrisolte o dubbi esistenziali. È così che ci aspettiamo debba essere una tranquilla gita in montagna quindi se ciò che vediamo corrisponde all'archetipo radicato nella nostra mente, restiamo calmi e indifferenti, in pace con la nostra coscienza.
Più su la strada aumenta la sua pendenza, cominciano i tornanti e la radura inizia ad essere contaminata dai primi, solitari abeti che presto aumentano di numero finché non diventano bosco.
Siamo arrivati. Parcheggiamo l'automobile sulla vasta banchina a lato della strada facendo molta attenzione a non mettere le ruote sull'erba. Qui sono molto precisi, ci costerebbe una multa d'importo sostanzioso.
Si possono contare circa una decina di auto, ognuna con a bordo almeno due persone. Un plotone di allegri viandanti irrompe nella placida armonia dell'abetaia, iniziando ad addentrarvisi impegnando i numerosi sentieri.
Ogni tanto il terriccio smosso, le orme di numerosi zoccoli e le frequenti attestazioni del risultato finale di lunghe e ripetute digestioni ci segnalano che stiamo attraversando il percorso abituale della mandria vista in precedenza.
Dopo un po' di tempo il gruppo si disunisce, ognuno impegnato nella ricerca, ognuno perso dietro un proprio personale pensiero. A un tratto il terreno inizia a scendere e gli alberi si diradano, il sottobosco lascia lo spazio qualche sparuto ciuffo d'erba, che in breve diviene compatta coltre erbosa. Superiamo gli ultimi alberi e siamo investiti dal sole, di cui finora avevamo visto il riverbero attraverso la vegetazione arborea. Più in basso, a qualche decina di metri, il bue di prima annusa l'aria e con un poderoso muggito ci avverte che siamo nel suo territorio.
Piccolo sbandamento tra le nostre file; c'è chi dice che forse è meglio tornare indietro, chi fa mostra di coraggio avanzando timidamente di un metro. Non manca il pragmatico che semplicemente indirizza la sua ricerca altrove, allontanandosi. Mi fermo ad osservarlo. Enorme, massiccio, candido rappresentante di un tempo antico, il suo volto esprime tutta la saggezza popolare di un mondo ormai praticamente scomparso, da cui tutti deriviamo, ma di cui ci siamo in fretta dimenticati.
Mi ricordo i racconti di mio nonno, di quando ancora ragazzo aveva il compito di condurre un giogo a cui erano attaccati due animali come quello, nel terribile sforzo di frantumare la terra con la sola forza dei loro muscoli.
" Era un lavoro massacrante, per noi e per quelle povere bestie. Ti guardavano con quei loro occhi innocenti mentre affondavano nel fango, ma non chiedevano pietà, solo rispetto. Che noi dimostravamo cercando di trattarli nel modo migliore possibile, per quanto ci era concesso. Povere bestie loro e povere bestie noi. La sera, però, quando rientravamo a casa, li riportavamo nella stalla, e seppur reggendoci malapena sulle nostre gambe, li accudivamo dando loro del buon fieno da mangiare e della paglia pulita su cui dormire. Per noi quegli animali erano la vita! "
Ora quel fiero reperto archeologico di un mondo dissoltosi stava lì, vicino a noi, reclamando con la sua sola presenza un po' di quell'antico rispetto.
- Andiamo via, che funghi qui non ce ne sono! - dico mentendo spudoratamente, dopo aver appena raccolto un notevole prataiolo. Gli altri membri della comitiva sono ben contenti di quel dietro front, e ritorniamo sui nostri passi. Dopo qualche metro, superati i primi alberi, mi giro un attimo indietro. Il bue mi sta guardando, e sarà la distanza o la mia vista, ma sono sicuro che il suo sguardo esprima riconoscenza.

 

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4 commenti:

  • Nunzio Campanelli il 15/11/2011 08:05
    Grazie a voi
  • Anonimo il 14/11/2011 15:41
    bello distensivo... ben scritto complimenti carla
  • Stanislao Mounlisky il 14/11/2011 11:19
    bel racconto, con un po' di pathos e tanta aria buona
  • Michele Rotunno il 14/11/2011 10:18
    Siamo in vena di amarcord eh? pare sia una malattia molto contagiosa, ma non lasciamoci sopraffare.
    Ciao

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