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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte (11)

L'amore comportava: fedeltà eterna, non avrei mai potuto annusare le tette di un'altra donna, mai sfiorare la passera di un'altra donna, mai essere felice delle attenzioni a sfondo sessuale di un'altra donna e ammettere, con tutti, anche parlando di una spruzza sesso da tutte le taglie che invece che piacermi, mi faceva schifo. Comportava attenzione nei comportamenti: niente eccessi che potessero turbarla, niente comportamenti schizofrenici dinanzi ai suoi genitori, zero allusioni al sesso non edulcorate fino allo schifo davanti ad amici, amiche e parenti, niente polemiche sui ridotti orari per vederci né intrusioni sulla decisione dai parte dei suoi genitori che non poteva andare in moto. Comportava attenzione nello scrivere perché poi lei avrebbe letto: mai più un testo per un'altra donna, attenzione a non offenderla, dedicare buona parte degli scritti alla nostra storia, almeno sul piano della poesia. Per fortuna l'ultima parte mi veniva bene perché era un diretto derivato dell'amore.
Ci avevo messo un anno per convincermi che stare da solo era la cosa migliore e tutto era andato per il meglio. In Una di quelle notti avevo scritto anche di lei. Le avevo dato il ruolo di una ragazza di quattordici anni che veniva stuprata da un vecchio ubriaco e poi uccisa a coltellate. Questo era molto interessante, ma adesso forse avrei dovuto cambiare la storia. Era un gran bordello, ma la mia vita era fatta così ed io non avevo il cuore di buttare via una cosa così bella come lei. La prima volta ero stato io a lasciarla, ma due giorni dopo lei non aveva più voluto saperne di tornare insieme. Avevo ormai decretato che fosse meglio così. E invece era successo ancora. Questa volta c'erano di mezzo il sesso e la verginità. Cose serie.
Scambiare una ragazza innamorata per una puttana era una svista non da poco, ma tipica di me. Di solito mi era capitato il contrario. Ma, dal momento che ero innamorato anch'io, per quanto mi fossi allenato al cinismo, decisi che da lei avrei preso tutto: sesso, amore, tenerezza, litigate, figli, case, macchine e complessi di inferiorità. Mi premeva il sesso.
Per questo, negli anni a venire, passavo le mattinate al lavoro a pensare al suo corpo profumato che mi aveva alla fine offerto completamente. E io tutto l'avevo preso. La sua carne era davvero ottima, sapevo già che ci si poteva passare una vita intera.
Per lei avevo scritto le mie migliori poesie. Lo facevo da anni ormai, da quando ci eravamo incontrati la prima volta, quando eravamo stati insieme, quando ci eravamo lasciati e quando eravamo tornati insieme. A leggerle tutte di seguito, in sequenza cronologica, si sarebbe potuta leggere una vera e propria storia, degna della Vita Nova di Dante. Lei era la mia musa, più angelica di Beatrice e più mistica perché afflitta da un desiderio sessuale a impulsi. A provocarlo ero io e questa era vera poesia. Leggeva le mie cose come se ne avesse fame, piangeva, si arrabbiava se la tenevo all'oscuro di una nuova pagina, come se fosse roba sua. Mi faceva impazzire.
Per lei valeva la pena di essere un poeta, c'erano i giusti tomenti finché non mi faceva abbeverare alla sua fonte. Le mie depressioni abitudinarie erano tutte sfasate dalla sua presenza, bastava che mi concentrassi sulla sua bellezza e capivo che se avevo avuto lei, avrei potuto avere tutto, dalla vita. La vita mi voleva bene finché c'era il suo corpo chinato in avanti e pronto all'amore dinanzi al mio, a provarmelo. Ed io inneggiavo nei versi all'ebbrezza che mi provocava. C'era da innamorarsi al solo leggere.

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