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Il quadro completo

Luca aveva ventisette anni. Aveva anche un bel lavoro, Luca, almeno secondo l'opinione comune dei suoi amici e familiari. Impiegato dello stato, sentiva però l'intero peso del mondo gravare sulle spalle, quando varcava la soglia dell'ufficio.
Quella mattina si trovava sul palco. Suo il compito di fare il preambolo introduttivo al discorso del direttore generale. Di fronte un centinaio di facce con un'espressione incerta tra la rabbia per l'invidia ed il sussiego per il dirigente, che si trovava subito dietro di lui.
Cominciò con i saluti di rito, e mentre stava per iniziare il suo brevissimo intervento guardò un istante fuori della finestra, così, tanto per restituire un po' di profondità al suo sguardo.
Non c'era niente di particolare da vedere, se non le case, le strade, la gente, le auto.
Rimase interdetto. Guardò di nuovo fuori. Un brusio attraversò la platea, mentre un lieve sorriso di scherno cominciava a delinearsi sul viso di qualcuno.
Non c'era niente di particolare da vedere. Lo sapeva ma continuava a guardare fuori. Non era attirato da quello che vedeva, ma da quello che non vedeva.
Il direttore schiarì la voce, mentre un moto impercettibile cominciava a manifestarsi sulla palpebra del suo occhio sinistro.
Luca continuava a guardare fuori. Il brusio aumentava, alimentato dalle esclamazioni di falso sussiego e da quelle di pura cattiveria.
Cos'e che mancava da quanto stava vedendo di fuori? Eppure era ciò che vedeva tutti i giorni. Non si era mai accorto di quella dissonanza, fino a quel momento.
Continuava a guardare fuori. Poi, all'improvviso, capì. Lo sapeva da sempre, ma finora aveva fatto finta di ignorarlo. Ogni volta che aveva guardato fuori, negli ultimi due anni, tanto era il tempo che lavorava in quell'istituto, lo aveva capito. Salvo poi relegare quella consapevolezza in un recondito angolo della sua coscienza, fino a dimenticarsene.
Smise di guardare di fuori, prestò attenzione alla sala, e lentamente iniziò a parlare, tra la visibile delusione dei colleghi. Il sopracciglio del direttore, che nel frattempo aveva iniziato una specie di danza accompagnando il moto ininterrotto della palpebra, si fermò all'istante.
- Il mio compito, questa mattina, è di parlare per due minuti prima del discorso del direttore che sta aspettando qui alle mie spalle. Non è molto importante ciò che dirò, basta che usi un tono brillante e delle frasi colorite. Sì, c'è scritto così nel programma stilato dalla segretaria: Ore dieci - introduzione - argomento di carattere generale. Usare un tono brillante e frasi colorite.
Bene: io non lo farò.
Non lo farò perché ho scoperto proprio in questo momento, vi sembrerà strano ma è così, che c'è una cosa che devo assolutamente fare ora. Sì proprio adesso.
Pertanto vi saluto. -
Fece per andarsene quando, come ricordandosi di una cosa, ritornò indietro riprendendo il microfono in mano.

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4 commenti:

  • Marcello Insinna il 23/01/2012 10:13
    Tirarsi fuori dagli schemi preordinati, ribellarsi alle ipocrisie sentendo di non fare parte di quel contesto. Avvertire la necessità di essere fisicamente da un'altra parte! Mi piace molto lo stile diretto di questo racconto.
  • Massimo Bianco il 18/12/2011 15:35
    Ricordavo di aver già letto, e credo commentato?, questo tuo racconto e siccome continuo a ritenerlo ottimo, vale la pena di ribadirlo qui. Uno dei tuoi migliori, a mio parere personale. Saluti
  • Giovanni Barletta il 15/12/2011 20:41
    lo rileggo a distanza di un po' di tempo e mi piace ancora di più. Come sarebbe bello se, almeno una volta, trovassimo il coraggio di completare il nostro quadro!
  • giovanni crisostomo il 14/12/2011 16:44
    Piacevole a leggersi, con sottintesi esistenziali e un buon finale. Complimenti.

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