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Diario di un medico

Questa mattina ho visto l'alba, il sorgere del sole. È stato bello poter vedere nascere la luce, dopo una notte insonne, una notte in cui i miei pensieri hanno sopraffatto la mia mente, tanto da non lasciarmi chiudere occhio; perciò al primo sorgere dell'alba mi sono alzato e sono andato in giardino, qui in questa fattoria di campagna a quattro miglia da Roma. L'aria era fresca, il sole sorgeva alzandosi dalle colline, tutto lentamente acquistava contorni fissi; e l'angoscia del mio animo si allentava un po' nel vedere quello spettacolo, ma subito dopo, al volgere dei pensieri, ritornava come prima e le funeste immagini del giorno innanzi restavano fisse e immobili nella mia mente. La notte non aveva portato consiglio, non aveva cambiato nulla.
Ho sentito più volte il canto del gallo, ed è stato funesto per me: mi rammentava il continuo correre del tempo, un passo in più verso la morte, quella morte che il Maestro mi diceva sempre di non temere. Sono uscito nel cortile alla prima luce e ho guardato verso le colline, dalla parte opposta al sole nascente; e tra gli alberi e i cespugli ho visto una massa muoversi lentamente, come a scatti. Era un cervo, un cervo che camminava lento, con tre zampe, zoppicando; forse era caduto in un dirupo e si era rotto una zampa, oppure erano stati i cacciatori a ferirlo in quella maniera. Mi ha fatto compassione, e mi è venuto in mente l'idea di curarlo e di farlo tornare alla sua primitiva, naturale agilità. Mi sono detto: "Non sono forse un medico, io? Non ho forse curato per tanti anni gli uomini con buon successo? Anche il Maestro, quando gli davo consigli sulla sua salute, mi ringraziava spesso. E quindi non saprei io curare un animale che, se non possiede la parte ignea e divina che si trova nell'uomo, ha pur sempre un corpo costituito da os-sa e da carne come il nostro?" Ma di questi pensieri mi sono ben presto meravigliato, giacché ho constatato che sarebbe considerata cosa assai bizzarra preoccuparsi di una bestia, voler far cessare il suo dolore in un'epoca in cui in alcun conto è tenuta la sofferenza umana, in un'epoca in cui né bontà ne sapienza ti salvano dalla crudeltà e dalla sopraffazione. Quando non si tiene in alcun pregio la vita umana, come si può pensare agli animali?
Sono stato molto tempo fermo, lì sul cortile, mentre pochi carri carichi di merci passavano ru-moreggiando sulla vita, tra le urla dei carrettieri e l'ansimare dei cavalli. Nessuno pareva ac-corgersi del dramma che qui si è svolto ieri, nessuno lo sapeva, ed anche se l'avesse saputo a-vrebbe continuato ugualmente e con indifferenza la sua via: di questi tempi anche la curiosità è un delitto, ed un delitto ancor maggiore la pietà. Possibile che la nostra civiltà, grande al punto di riuscire a conquistare il mondo, e la nostra cultura, affermata in tutto l'orbe terracqueo, sia di colpo abbattuta, colpita, annichilita dall'orrore della crudeltà? L'umanità stessa non esiste più se non nella forma elementare di uomini che camminano sulla terra e si nutrono di pane, ma che hanno ormai lo spirito travolto dalla bestialità di questi nostri tempi. Quando a scuola il maestro, con la sua lunga barba ormai bianca, mi faceva leggere l'Eneide, mi colpirono non tanto le gesta di Enea quanto la sua pietà, la sua umanità, il non voler uccidere Turno se i fati non ve l'avessero obbligato. E Didone? Come non ricordarsi di Didone e del suo amore disperato? Io vedevo che anche i miei condiscepoli, o almeno i più sensibili tra loro, si commuovevano fino alle lacrime nel leggere il barbaro destino di personaggi del mito, che pur non sono mai esistiti nella realtà. I ragazzi a quell'età non sono crudeli, amano l'amore e odiano l'odio; ma noi, usciti da scuola, vivevamo già allora una realtà fatta di superbia, di violenza e di terrore. La scuola, già me ne accorgevo allora, è lontana dalla vita reale, vive di sogni e di ideali, quegli stessi ideali che la società offende e calpesta, proprio perché così è il potere, in tutte le sue forme.

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