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Altri mestieri

Camminando per strada mi capita spesso di chiedermi come campano le persone che incontro, nel senso di quale potrebbe essere il mestiere o la professione che esercitano. A ben vedere la maggioranza di esse, se escludiamo i poveracci senza lavoro, trova il proprio sostentamento praticando le comuni attività che tutti ben conosciamo e in cui ci siamo imbattuti spesso nella vita. Sovente il tipo di lavoro non lo scegliamo di nostra iniziativa: è lui che sceglie noi. Chi oggi fa il giornalaio, il vigile urbano o l'impiegato della mutua, ad esempio, sicuramente da bambino non si era prefisso di praticare, nell'età adulta, quella tipologia di occupazione. Qualche volta, invece, capita di scoprire persone le quali, piuttosto che seguire la corrente, si sono inventate un'attività fuori dal comune o che magari hanno fatto di un loro hobby un mestiere vero e proprio. Quando le scopri ti vien subito da dire: "Mai più avrei pensato che si potesse campare facendo il...!" E sotto sotto un po' le invidi, sia per il coraggio che hanno avuto, sia per la soddisfazione che provano nell'essersi realizzate. Se avrete la pazienza di continuare a leggermi, vorrei raccontare di due casi che mi sono capitati a questo proposito.
Nel mio lavoro capita spessissimo che io debba disegnare. Fino ad alcuni anni fa mi servivo di un tavolo da disegno con il tecnigrafo, poi, con l'avvento di AutoCad, il tavolo da disegno divenne inutile. Pensai di disfarmene, anche per recuperare dello spazio, e di conseguenza misi un annuncio su uno di quei giornali che trattano appunto di compravendite. Mi accordai con un tale che telefonava da una cittadina della provincia. Venne a ritirare l'attrezzo a casa mia e se lo caricò su di un furgoncino. Prima della partenza gli chiesi quale lavoro facesse e lui mi rispose che aveva un laboratorio in cui fabbricava maschere di cuoio. Aveva fretta di andare, per cui non si dilungò in spiegazioni: mi diede l'indirizzo della sua bottega dicendomi di andare a trovarlo. Tempo dopo mi capitò di dovermi recare in quella cittadina per altri motivi e mi ripromisi di fare visita alla bottega delle maschere che mi aveva tanto incuriosito. Più che una bottega vera e propria era un laboratorio artigianale situato a piano della strada. All'interno la consueta confusione tipica di questo tipo di locali: maschere nelle varie fasi della lavorazione, utensili, matrici, materiali grezzo. Un odore aspro di cuoio misto a vernici e reagenti chimici pervadeva l'ambiente. Il risultato finale però era sorprendente: maschere, perlopiù teatrali, di tutte le fogge, colorate nelle varie tonalità di rosso, di bruno, di nero, sconvolgenti nella drammaticità o nella comicità dell'espressione. Non sto ad annoiarvi con troppe spiegazioni tecniche, vi dico soltanto che vengono ottenute con un paziente lavorio del cuoio eseguito su matrici di legno con martelli di corno. Chiesi all'artigiano come mai avesse intrapreso un'attività così fuori dal comune. Mi disse che proveniva da una grande città del Nord, all'inizio era stato un passatempo, poi, nella cerchia delle sue conoscenze qualcuno che lavorava in campo teatrale gli aveva chiesto di allestire una serie di maschere per la Commedia dell'Arte. Il passaparola gli aveva portato altri clienti, per cui aveva deciso di farne una vera e propria attività lavorativa a tempo pieno.
Il secondo episodio accadde mentre con la famiglia stavamo facendo un'escursione sulle colline che si trovano alle spalle della mia città. Stavamo percorrendo un sentiero attraverso una zona fittamente cosparsa di alti e fitti arbusti di erica arborea. Si tratta di una pianta molto comune sui rilievi costieri della Liguria, che qui viene chiamata - brugo- (badate bene che bisogna pronunciarlo con la -u- alla francese! Viene spontaneo chiedersi se è nato prima il termine dialettale oppure se il dialetto abbia attinto dalla parola in lingua italiana -brughiera-) L'unico utilizzo del brugo che fino a quel momento conoscevo era la fabbricazione di ramazze alquanto grezze, utilizzate dalle contadine per spazzare le aie. Mentre camminavamo cominciammo a sentire dei colpi sordi, poi, ad una svolta del sentiero, vedemmo due uomini che, servendosi di zappe e di asce, stavano cercando di estrarre dal terreno un ceppo di erica. L'operazione non era affatto facile, in quanto le molteplici radici della pianta erano ben conficcate nel terreno piuttosto sodo. Accanto a loro c'erano dei sacchi da cui spuntavano altri ceppi di erica già cavati dal terreno. I due sudavano copiosamente, nonostante fossimo ancora in inverno. Incuriosito chiesi del perché facessero tanta fatica per un ceppo che ritenevo privo di valore, buono solo da bruciare. Mi rispose il più anziano, che parlava con un forte accento veneto: "Questa è radica. La vendiamo ai fabbricanti di pipe." "E ve la pagano bene?" "Abbastanza per mantenere due famiglie!" (Lo disse in veneto, ma io, non sapendolo trascrivere, l'ho messo in italiano!)

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4 commenti:

  • Fernando Piazza il 28/01/2012 12:54
    Caro Giovanni, leggo solo ora il tuo controcommento (non sempre mi arrivano le notifiche via mail) e quindi mi piacerebbe continuare la discussione, sperando che la cosa non ti dispiaccia. Non voglio giustificarmi quanto piuttosto solo chiarire qualche punto, se ci riesco. Probabilmente mi sono espresso male oppure avrò generalizzato troppo su dei concetti che avrebbero bisogno di essere maggiormente sviscerati e chiariti Spesso mi lascio prendere la mano, la mia mente cavalca e compie dei voli (o salti) pindarici che per chi non mi conosce è difficile seguire...
    Per quanto riguarda la prima obiezione sul fatto che non è vero che "la presenza di un utile svilisce il lavoro, anche se questo è di nostra soddisfazione" l'espressione necessita di un "aggiustamento" da parte mia, perché per come è posta non è completa. Io ho affermato che "Qualsiasi lavoro dia un utile, non importa quanto vantaggio esso arrechi, svilisce per me il senso dell'esistenza.." ma all'espressione manca qualcosa, che non so se cambi il senso ma per me lo fa. Sarebbe più corretto dire " Qualsiasi lavoro dia un utile, MA CHE NON SIA FRUTTO DI UNA MIA SCELTA, non importa quanto vantaggio esso arrechi, svilisce per me il senso dell'esistenza.." Voglio dire che potrebbero anche offrirmi un lavoro vantaggioso remunerativamente ma se non posso autorealizzarmi, ciò mi darà minore soddisfazione... posso essere appagato ugualmente facendo un buon lavoro, anche se non è quello che desidero, ma solo relativamente, almeno per come la vedo io... Non si dovrebbe mai "barattare" il proprio tempo con le necessità economiche però ciò non toglie che dobbiamo farlo, se vogliamo sopravvivere... e su questo mi trovi perfettamente d'accordo, anche se si potrebbe discutere all'infinito... sul piano "esistenziale".
    Per quanto riguarda la 2à affermazione che "il mondo sia rimasto uguale a distanza di milioni di anni" non è che sia molto esplicativa del mio punto di vista. Anche qui intendo che ci sarà sempre chi sarà totalmente appagato dal proprio lavoro, a prescindere se ciò che fa è o meno di suo gradimento, pur che dia un utile (non solo relativo ai fini del sostentamento) diventando schiavo del suo lavoro, rivelandosi il suo appetito sempre più insaziabile, e chi invece vorrebbe ma non ha i mezzi o la possibilità di farlo e deve adattarsi per sopravvivere, sperando che gli avanzi abbastanza tempo per fare ciò che più gli aggrada: è questo ciò che io ritengo un furto del nostro tempo prezioso... Ma forse questo non è che un semplice pour parler e non mi porta da nessuna parte. Devo smettere di essere un idealista e restare concentrato su quella che è la reltà dei fatti. Non so se questo è servito per spiegarmi meglio o se ho contribuito maggiormente a confondere le idee... a volte si ha semplicemente voglia di sfogarsi un po' e non si pensa molto alle conseguenze che le nostre parole possano suscitare in chi ci ASCOLTA per davvero... e tu l'hai fatto. Ti ringrazio e ti saluto.
  • giovanni crisostomo il 14/01/2012 17:12
    Grazie a entrambi per l'apprezzamento. A Fernando vorrei dire che non mi trova d'accordo su due sue affermazioni. La prima quando dice che la presenza di un utile svilisce il lavoro, anche se questo è di nostra soddisfazione. Se un pittore dipinge mille tele e ne vende solo una (vedi Van Gogh) ha più appagamento di un altro i cui quadri sono contesi a suon di milioni? Non credo proprio! L'appagamento ci vien dato da un lavoro ben fatto, qualsiasi esso sia e in qualsivoglia campo. La monetizzazione del nostro lavoro è purtroppo necessaria, perché oltre alla psiche esiste anche il corpo che ha bisogno di sostentamento materiale. La seconda tua affermazione che non condivido è che il mondo sia rimasto uguale a distanza di milioni (addirittura!) di anni. Si potrà discutere all'infinito se in bene o in male, ma è cambiato, su questo non ho dubbi. È ovvio che ognuno ha una visione personale molto limitata nel tempo (nel tuo caso 50, nel mio 70 anni), comunque ritengo che sia bastevole la nostra esperienza (se non vogliamo tener in conto ciò che ci raccontano gli storici) per farci notare il cambiamento. Lieto dell'incontro e un caro saluto.
  • Fernando Piazza il 14/01/2012 10:18
    Bel racconto. Si fa leggere piacevolmente per la sua scorrevolezza, per le descrizioni attente e minuziose ma anche e soprattutto per l'interesse del tema trattato. In ogni tempo, pur di fare qualcosa che la appaghi veramente, o di lavorare senza sacrificare il piacere, o semplicemente perché non trova da nessuna parte una collocazione adatta alle sue capacità, tanta gente si è ingegnata inventandosi mille mestieri : in ogni caso, lo fa per sopperire alla mera necessità economica, che è quella di portare a casa la pagnotta. E fin qui il messaggio del tuo racconto arriva forte e chiaro: evviva l'uomo che con le proprie forze e attingendo alle risorse dell'intelletto creativo riesce a cavarsela egregiamente...
    Tuttavia, aggiungo io, ogni mestiere, anche il più bello e remunerativo, ha le sue spine e alla lunga stanca o logora. Qualsiasi lavoro dia un utile, non importa quanto vantaggio esso arrechi, svilisce per me il senso dell'esistenza... togliendo tempo prezioso alle infinite possibilità offertaci e che mai, salvo eccezioni rarissime, ci sarà dato di esplorare. La giustificazione corrente che usiamo per sedare la nostra coscienza è "c'è tempo, nessuno mi impedisce di farlo prima o poi..." Pochi hanno la possibilità di unire l'utile al dilettevole. Siamo schiavi del lavoro e visto in quest'ottica esso non ci nobilita affatto. E oggi le cose vanno anche peggio: c'è gente che darebbe la vita (e di fatto lo fa, compiendo gesti anche estremi) per un lavoro qualsiasi, pur di sopravvivere. È questo che proprio non mi va giù: la lotta per la sopravvivenza in un mondo che "si dice" evoluto ma che è rimasto uguale a milioni di anni fa... Scusa per la divagazione ma il tuo testo (di pregevole fattura) si presta a tali riflessioni...
  • loretta margherita citarei il 13/01/2012 20:21
    molto apprezzato complimenti

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