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C'era la guerra

A casa mia eravamo otto fratelli, c'era grande povertà e man mano che arrivavamo ai dieci anni lasciavamo la scuola per andare a lavorare. Anche per me è stato così. Mio padre conosceva un massaro; lu curatulu Sarvaturi Piloru e gli chiese se aveva lavoro per me.
"Me figliu Gaspanu è bravu e attivu, se ha di bisogno alla masseria le sarà molto utile". Il Curatolo mi prese a lavorare alla masseria del Conzo come guardiano di agnelli. Con mio padre avevano pattuito un salario di duecento lire al mese e una parte di salario in natura, composto da due tumoli di grano al mese. I miei genitori ogni settimana mi inviavano il pane e a volte un poco di cumpanaggiu, il datore di lavoro mi dava la pasta per cena la sera. Il lavoro era duro anche perché il Curatolo che aveva sette figli maschi, tutti in guerra. conduceva la masseria con l'unico figlio che non era partito per la guerra perché ammalato, e me. Aveva duecento pecore lattare e altre duecento strippe ed agnelli. Io facevo bene il mio lavoro ed erano tutti contenti di me, ogni tanto, quando vedevano che i miei pantaloni si erano strappati decidevano di mandarmi in paese per la vicenna, capitava ogni dieci quindi giorni.
Era il periodo in cui gli americani stavano sbarcando in Sicilia, qualche volta arrivavano aerei nemici per cercare di scoprire il campo di aviazione dei tedeschi che era situato nella piana di Sciacca, perlustravano la zona e qualche volta mitragliavano i contadini che lavoravano nei campi. Una mattina avevamo finito appena di mungere le pecore e avevamo acceso il fuoco per produrre il formaggio e la ricotta, quando all'improvviso si sentì passare sopra la casa della masseria un aereo e subito dopo un altro ancora. Era un aereo tedesco che stava duellando con uno degli americani. Ci siamo presi di paura e abbandonato il quadaru sul fuoco siamo scappati per le campagne riparandoci dietro dei grossi massi. Il duello tra i due piloti continuò ancora, passavano e ripassavano sopra le nostre teste e si mitragliavano. Si vedevano i proiettili che come lampi di fuoco tracciavano l'aria e andavano a colpire le pareti rocciose. Il pilota tedesco che era inseguito dal nemico, con una virata improvvisa si girò all'indietro andando a finire dietro all'americano, diventato la preda si trovò scoperto. Mitragliato, venne colpito. L'aereo americano esplose nell'aria con un gran boato, andando a cadere verso il Bevaio di Vivichiaro dall'altro lato della valle. In seguito mi hanno raccontato che i militari che sono andati sul posto hanno raccolto brandelli di carne per dargli sepoltura.
Eravamo all'inizio della guerra e qui nel territorio di Sambuca tutti i giorni arrivavano gli aerei americani che passavano a bassa quota e mitragliavano tutti i contadini che non erano stati abbastanza svelti a buttarsi dietro una roccia, un fosso, 'na gammetta. Era ormai estate e noi eravamo in campagna occupati nei lavori della mietitura, le sirene suonavano ogni giorno e la gente scappava e si metteva al riparo sotto i ponti dove poteva. Abitavamo in campagna, i miei fratelli e mio padre si occupavano dei lavori dei campi, io e mia madre pascolavamo le vacche; avevamo le galline, le capre e io conigli, non eravamo ricchi ma non ci mancava niente. La nostra casa era piena di ogni cosa, abitavamo sempre in una campagna detta Sangiacomo
La terra che coltivavamo a Sangiacomo era di proprietà di un barone, ci dicianu lu Mastridilacqua. Quel terreno mio padre l'aveva preso a mezzadria, il raccolto diviso in due metta il padrone e metta noi. Ma siccome era iniziata la guerra e c'eranu l'apparecchi che mitragliavano, noi quando vedevamo che s'affacciavano dalla zona della montagna della Tardara, ci buttavamo per terra, questi aerei ci passavano a bassa quota sopra di noi, quanto li vedevamo spuntare tremavamo per lo scantu. Un giorno mio padre e i miei fratelli erano andati a lavorare più distanti dalle case, all'improvviso spuntarono dalle parte del lago due apparecchi che si mitragliavano tra loro e sempre facevano la stessa strata, giravano sopra le nostre teste, si rincorrevano e si sparavano. Noi sentivamo i colpi sopra il tetto della casa, ad un certo momento abbiamo visto una fiamma e un aereo è venuto a cadere vicino a noi, un pezzo d'ala è caduto a pochi passi della nostra casa. Figuratevi che momenti abbiamo passato noi. L'indomani mattina sono arrivati in tanti per curiosità e per la legge. A casa nostra sono venuti dei militari a chiederci se avevamo delle scatole, qualche recipiente dove potere cogliere li resti del pilota morto. Ci hanno detto a mia madre che era carne umana e le dobbiamo raccogliere per dare loro la sepoltura. Mia mamma ci dette una coffa grande che noi facevamo con la curina. Così hanno potuto raccogliere quei poveri resti dello sfortunato pilota evitando che finisse divorato dalli animali selvaggi. I resti sono stati sepolti al cimitero di Sambuca.

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3 commenti:

  • Grazia Denaro il 03/02/2012 16:27
    Racconto molto bello ed intrigante che attira per la bella e accurata descrizione fatta, sembra di vedere le immagini di ciò che tu hai così bene evidenziato, piaciutissimo, bravo!
  • salvatore maurici il 28/01/2012 11:11
    Si, Bravo.
    La nostra "lingua ufficiale" è sempre più folta di parole internazionali, nessuno si offenderà se noi siciliani per dare più armonia, verismo, emozioni ad un testo letterario, inseriamo parole in dialetto che non siano i soliti stupidissimi stereotipi che così male fanno al Linguaggio più in generale.
  • Anonimo il 28/01/2012 07:14
    Molto interessante... trovo anche bello e coraggioso il modo di scrivere calandosi nel personaggio perfino con il modo di scrivere, di parlare. Non conoscendoti, lì per lì pensavo ad una sorta di lingua dialettale piena di refusi o errori... l'ho letto due volte, poi, come sempre faccio, ho voluto visitare il tuo profilo ed ho iniziato la lettura degli altri due racconti. Allora ho capito il tuo intndimento... Vabbè, bravo. Se ho tempo leggerò altro. ciaociao

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