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La casa del nonno

Il tutto iniziò all'età di dieci anni. Da più di un mese ormai, Giacomo e i suoi genitori, vivevano nella grande villa di campagna ereditata dai genitori del padre. Le discussioni tra quest'ultimo e la madre erano state infinite e furibonde, non le era mai piaciuto il suocero. Circolavano strane voci su di lui e sulla grande casa, specialmente da quando era rimasto vedovo, ossia vent'anni prima. Ma alla fine il babbo aveva vinto. Come la mamma, anche Giacomo era restio a trasferirsi. Nuova scuola, nuovi amici, ma quello sarebbe stato sopportabile. Nessuno naturalmente, gli chiese mai un parere, troppo piccolo per questo. Vide per la prima volta la nuova casa il giorno del trasloco stesso, tra facchini che spostavano mobili e la madre che, come invasata, urlava ordini a destra e a sinistra. Il padre naturalmente non c'era. L'avvocato Grimaldi, cofondatore e socio del più grande studio della città non poteva abbandonare una causa delicatissima. Giacomo scese quindi dall'auto della madre quella fredda mattina di novembre appunto. Il due novembre, commemorazione dei defunti. Coincidenza?

E subito avvertì una sensazione di gelo, fu come se la temperatura si abbassasse di colpo. La grande casa emanava energia negativa. Come facesse a saperlo, Giacomo non seppe spiegarselo, ma lo sapeva, lo intuiva, per l'esattezza. Sentì umido in mezzo alle cosce. Con sgomento si rese conto di essersela fatta addosso. Cercò di abbassare il più possibile il pesante giaccone e si avvicinò alla madre. Stava parlando al cellulare naturalmente, Giacomo attese e nel mentre si rese conto d'averla praticamente sempre vista così, cellulare in una mano e perenne sigaretta nell'altra. Francesca Rossi era una giornalista. Aveva cinquant'anni ma ne dimostrava almeno una decina in più. Profonde rughe segnavano un viso che in passato era stato bello. Le occhiaie non riuscivano a essere celate dal trucco pesante, Giacomo provava sempre un po di vergogna e rimorso quando, tornando da un circo, paragonava sua madre ai clowns che tanto lo divertivano. - Mamma...- Lei lo fulminò con lo sguardo mentre, contemporaneamente, cercava di dare ordini ai facchini e al povero interlocutore al telefono. Giacomo era arrivato tardi ad allietare quella coppia di professionisti, a volte si ritrovava a chiedersi se l'avessero voluto veramente, forse se avesse avuto un fratello. Si allontanò dalla madre ed entrò in casa. Nonostante fosse giorno e il trambusto provocato dagli operai, appena varcò la soglia il senso d'inquietudine lo assalì in maniera quasi soffocante. Stavolta non fu la vescica a giocargli un brutto scherzo, lo stomaco, infatti, aveva deciso di non essere da meno. La colazione iniziò a risalire in maniera impetuosa facendogli fare dietrofront in un nanosecondo. Vomitò accanto a un grosso albero.

Con gli occhi velati dalle lacrime scorse un'incisione sulla corteccia. Non si trattava del solito cuore tracciato da due innamorati di passaggio, il disegno raffigurava semplicemente una porta. D'istinto Giacomo vi premette contro un dito e... il mondo iniziò a girare. Fu come se l'albero... no... non era esatto, fu come se qualcuno... qualcosa appena al di la della porta volesse risucchiarlo. Lottando con tutte le forze cercò di staccarsi, ma si rese conto ben presto che avrebbe perso. Cercò di urlare ma, dalla sua bocca, uscì solo un flebile lamento. Di colpo venne come sollevato e girato su se stesso, la gamba sinistra fu la prima a varcare la soglia, seguita subito dopo dalla destra. Con gli occhi che bruciavano per le lacrime scorse la madre in lontananza. Era sempre al cellulare e gli voltava la schiena. Dei facchini nemmeno l'ombra, probabilmente tutti all'interno a sistemare i mobili. Un altro strattone violento lo introdusse ancor di più all'interno della porta. Pur terrorizzato si chiese razionalmente come potesse un corpo, seppur di un bambino di dieci anni, passare attraverso un'apertura grande quanto un foglio di quaderno, forse meno. Ormai solo la testa sporgeva dalla corteccia. Cercò di urlare di nuovo ma, muco e lacrime, gli intasavano la gola. Poi, con un ultimo strattone, anche l'ultima parte del suo corpo fu all'interno...

 

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4 commenti:

  • Massimo Bianco il 09/02/2012 17:19
    Un buon incipit, promettente, ma ti dirò che io in genere evito di leggere racconti a puntate. Crea confusione, passano giorni da una puntata all'altra, nel frattempo dimentico i particolari delle precedenti e mi tocca rileggerle prima di affrontare le nuove, poi magari gli autori si pentono o non sanno come finirle e le abbandonano a metà - è capitato diverse volte - e a questa vedo che ne seguono già altre due, quante ce ne sono in tutto? Perchè francamente preferirei aspettare di averlo disponibile tutto intero e se allora avrò tempo e mi ricorderò di leggerlo bene, altrimenti pace. Saluti
  • Ernesto il 31/01/2012 18:43
    Cari Elisa e Giacomo, mi piace lasciare algli altri ogni possibile interpretazione, ma la storia continua... presto
  • ELISA DURANTE il 31/01/2012 09:22
    Mi ha rimandato ad Alice, quando precipita nell'albero all'inizio delle sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Che intenzioni hai? Proseguirai? Spero di sì!
  • Anonimo il 30/01/2012 07:29
    Invidio gli scrittori come te che hanno queste idee geniali, anche se mi hai lasciato con la grande curiosità di come sia possibile questa misteriosa cosa di essere risucchiati da una pianta. Certo potresti chiarire in un seguito ma forse è meglio così: ciascuno si fa una propria idea. La mia è questa: Giacomo non ne poteva più e voleva scomparire. Molto ben delineata la figura della madre. ciaociao

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