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Un libraio diventato commesso

L'altro giorno incontro un mio vecchio amico che faceva il libraio.
Ora lavora come commesso in una grande catena di prodotti multimediali.
Mi racconta delle grottesche imposizioni cui deve sottostare per mantenere il posto di lavoro.
Mai riferirsi al megastore come "libreria".
Mai disturbare il cliente presentandogli nuovi volumi, se lui non lo chiede.
Mai fare apprezzamenti sui libri richiesti dal cliente, o peggio ancora intavolare una conversazione con il consumatore, ma limitarsi a cercarli in modo asettico e impersonale sugli appositi motori di ricerca, e se non sono in giacenza, provvedere al loro sollecito ordine.
Dopo aver proseguito, tra un caffè e qualche bestemmione, in questa sorta di catalogo della morte del libraio e del contatto umano nella cultura, forse per vendicarsi inconsciamente, ma non troppo, delle mie indagini indiscrete, mi rifila una di quelle belle sentenze mortali:
- Mauro, tu dici che scrivi solo per te stesso, ricordati però che nel mondo dell'editoria com'è adesso, non conterai mai una cicca.
Nel sistema dove lavoro io, conta solo chi vende la sua opera come un qualsiasi prodotto col codice a barre.
Chi scrive senza farsi pagare è come se fosse morto.
Tu sei un'autore nel momento in cui ti metti anche solo cinque euro in tasca, in cui ti fai pagare anche solo un centesimo, se no sei un fallito.
La tua opera equivale all'SMS di un adolescente infoiato per una compagna di banco di facili costumi.
Sparata la condanna, l'amico si mette il cappotto e torna al lavoro nel suo megastore.
Torno a casa e mi sento pieno di gioia: quando mi danno del fallito, è il segno che sono sulla strada giusta.
Nel senso che sono sulla "mia" strada, immerso nella presenza della "mia" vita.
Quando vi danno dei falliti, è perché vi vogliono chiudere nei loro recinti, fateci caso. E voi siete ancora in tempo per scuotere la polvere delle vostre scarpe, e lasciare con un palmo di naso i "riusciti" alle loro vanaglorie.
Dato che il mio amico è stato particolarmente maligno (me lo sono meritato, perché sono il solito Moscone stracciapalle che conoscete), prendo un medicinale molto potente dalla mia farmacia, Saggi di Montaigne, Libro III, Capitolo XIII, secondo libro dell'edizione Adelphi:

"Noi siamo dei gran pazzi: - Quel fallito ha passato la vita nell'ozio - diciamo.
- Mi sento triste, non ho fatto niente oggi. -
Come? Non avete vissuto? Ma cosa dite! È non solo la vostra occupazione fondamentale, ma la più sublime.
- Ma se mi avessero messo in condizione di compiere grandi imprese, avrei mostrato al mondo quel che sapevo fare. -

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3 commenti:

  • Raffaele Arena il 21/02/2012 22:30
    Bella questa tua testimonianza di vita, questa tua riflessione. Però c'e' forse una contraddizione: com' è che puoi apprezzare il secondo libro di Montaigne, grazie ad Adelphi? Qualcuno ha fatto l'errore di comprarlo . A parte gli scherzi la lettura è un atto di libertà inalienabile, dovrebbe essere considerato nella costituzione italiana. E per fortuna esistono le librerie comunali e non solo quelle deprimenti commerciali (che iop preferisco le piccole, perchè come giustamente affermi, c'è il contatto con chi ti vende il libro). Povero il tuo amico a uscire con il Moscone! Però un po' lo invidio . Come sempre nei tuoi scritti non pubblicati ma pubblicati e quindi da te "gratuitamente" venduti, riesci a stimolare miriadi di considerazioni. Sei un grande!
  • Mauro Moscone il 18/02/2012 09:53
    Ti ringrazio per la bellissima testimonianza, che dovrebbe far riflettere su cosa sta diventando il nostro mondo.
    Abbi gioia
  • mariateresa morry il 18/02/2012 09:03
    Holetto molto volentieri il tuo pezzo. È vero quello che scrivi sui " librai" oggi e mi ricordo, come forse ti ho anche detto, mio padre che aveva un negozio diventato quasi un simposium serale di incontri. Pensa che a mio padre i presidi degli istituti di media superiore, licei per intenderci, davano carta bianca per formare le libreria scolastiche ed aggiornale con in libri degli autori più nuovi! Mio padre conosceva tutti gli autori che aveva in negozio e offriva e consigliava anche il cliente più confuso... Proprio come oggi, che quando entri in un negozio sei solo come un cane e se domandi un'informazione, bene che ti vada, trovi una sbarbato che manco sa di che parli!! Sono anche molto d'accordo su quanto scrivi sul significato interiore dello scrivere, della forza positiva e costruttiva che esso ha per l'individuo. Scrivere è ricomporre se stesso e anche quando scriviamo di cose faticose o strazianti, ne usciamo quasi da una catarsi.
    Mi piacciono le tue riflessioni... Alla prossima

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