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Incubo N 4°

Giuseppe aveva trovato il suo costume da diavolo ad un mercato rionale, durante una vacanza nel centro Italia, l'aveva colpito la verosimiglianza della maschera, perfettamente aderente al volto:
dal giorno in cui l'aveva comprato aveva messo su qualche chilo, ma gli stava ancora, tirando un po' sulla pancia faceva ancora la sua onesta figura.
Ogni domenica mattina, dacché era arrivato in paese, si preparava per la messa delle undici e con tanto di coda e forcone si appostava nelle vicinanze della chiesa.
Il parroco iniziava la lettura come se nulla fosse, ma tanto lui quanto i fedeli aspettavano con divertita rassegnazione il momento in cui Giuseppe sarebbe apparso:
poco prima della comunione il portone si spalancava e lui faceva il suo ingresso, cantava a squarciagola l'Ave Maria, e lasciava la chiesa.
Giuseppe era arrivato in paese dieci anni prima, per coprire un posto vacante da ingegnere nella locale vetreria, e si era fatto subito conoscere per le stranezze del suo carattere e per la sua assoluta invulnerabilità al freddo, capace com'era di uscire in canottiera a febbraio inoltrato, trovava nelle burle che progettava con assoluta dedizione, la risposta più lieve alla serietà feroce delle persone per bene:
se le prime volte il prete e i fedeli praticanti erano rimasti stupiti ed irritati dalle sue apparizioni, si era col tempo instaurata una pacifica convivenza, si potrebbe persino dire che la nota folkloristica da lui introdotta avesse riportato all'ovile alcune pecorelle smarrite.
Viveva da solo in una grande casa inerpicata sulla collina alla periferia del paese, un giardino mal curato che fra una pendenza e l'altra si estendeva per circa cento metri quadri, e poi due piani con la zona giorno al piano terra e quattro stanze da letto appena salite le scale.
Sua moglie se ne era andata quando da poco si erano trasferiti, portando con se il figlio di dodici anni, e Giuseppe li vedeva raramente, quando il ragazzo trascorreva un fine settimana con lui, o quando un attacco di malinconia lo spingeva in macchina, sino alla vicina città dove vivevano:
in generale era contento del suo ragazzo, studiava economia all'università e non gli dava granché da pensare, sebbene gli fosse sempre sembrato troppo serio, da sua madre aveva ereditato quella mancanza di senso dell'umorismo che aveva tanto condizionato il loro rapporto, ma pensava che infondo ognuno è com'è, e non vale la pena agitarsi per qualcosa che non si può cambiare.
Il suo rapporto con i compaesani si basava sulla reciproca accettazione, come loro si erano abituati alle sue irruzioni in chiesa, alle tracce che disegnava nei boschi per indurre i più creduli ad aver paura dei fantasmi, come avevano commentato con una risata la scoperta che l'autore del manifesto mortuario a suo nome non era che lui;
Giuseppe si era immerso con naturalezza nelle discussioni del bar, divertendosi per le chiacchiere pedanti dei professionisti della notizia, ridendo senza ritegno delle avventure dei cazzari, riconosciuti da tutti per la loro funzione sociale:
ben sapeva che in sua assenza quelli con cui aveva riso avrebbero riso anche di lui, ma non ci vedeva cattiveria, solo l'infinita noia di quei pomeriggi di nebbia, che in un modo o nell'altro bisogna pur riempirli.

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