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L'amor del disprezzo di sé: una nuova frontiera dell'autolesionismo?

Una volta leggendo una biografia di una Santa ho trovato l'espressione: "coltivò il santo disprezzo di sé". Incuriosito, mi sono chiesto: esiste forse un sentimento negativo che conduce alla santificazione?
Così, facendo una piccola ricerca ho ritrovato un episodio occorso a Santa Teresa d'Avila durante il suo primo anno di noviziato nel 1535. Allora la mistica aveva appena vent'anni, quando una consorella fu colpita da una malattia che le ostruì l'intestino, in forza di tale disturbo sul ventre della religiosa si formarono delle piaghe dalle quali fuoriusciva tutto ciò che la poveretta mangiava.
Santa Teresa d'Avila non ne rimase impressionata e chiese a Dio che le mandasse lo stesso male, o qualsiasi altra malattia che Lui volesse. Con tale richiesta la mistica intendeva esercitarsi nella virtù della pazienza. A noi sembra assurdo invocare la sofferenza, il dolore, l'indigenza a prezzo dell'acquisizione di una virtù come la pazienza che non produce autorità, indipendenza e benessere.
Ciò sfugge alla razionalità, ma perché arrivare a tanto? La risposta la troviamo nella Parola di Dio: "Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" Matteo (16;24). Paradossalmente la strada dell'amor proprio conduce alla morte. Quante persone considerano la tribolazione, la sofferenza, la morte, come sfortune irreversibili o peggio come castighi divini!
Le croci invece sono gli autentici momenti di verità, dove ciascuno tocca con mano i propri limiti, può interrogare intimamente la propria coscienza e nei momenti di sconforto, affidarsi alla luce oscura della Provvidenza. Dio ci dice che: "Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna".
Il messaggio cristologico ribalta il fine della volontà umana, esaltando tutto ciò che sembra negativo all'apparenza, così che: chi perde guadagna; chi rinnega se stesso viene riconosciuto; chi offre riceve; chi si umilia viene innalzato.
Nel momento in cui il giovane Francesco d'Assisi si spoglia dei propri indumenti e rinuncia ai beni e alle ricchezze del padre, guadagna la paternità divina. La rinuncia alle agiatezze del suo stato sociale, il bacio al lebbroso, lo scambio delle vesti con un mendicante, il nutrirsi con l'elemosina dei cibi avanzati e consumati fugacemente dentro una ciotola, sono i segni più forti che un uomo possa fare contro se stesso e contro l'amor proprio (rinnegandosi) salvo poi essere innalzato dal Padre e riconosciuto come Santo dagli uomini in virtù della sua vita esemplare e dei miracoli compiuti.
L'amore per il disprezzo di sé è il risultato di una spiritualità che parte dal basso e che non nasce dall'idolatria del proprio io, sottoposto al nostro ideale di perfezionismo ossessivo. Non sono il mio eroismo e le mie virtù a farmi avvicinare a Dio, ma sono il mio peccato, le mie ombre, i miei fallimenti che toccati dalla Grazia possono elevarmi. Il fine della via dell'umiltà non è dunque l'umiliazione della persona, ma il suo innalzamento.
Nella parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18, 10-14) il primo personaggio pone tutta la sua fiducia in sé, strumentalizzando Dio per incrementare la sua autostima. Egli non serve Dio, ma un idolo. E sarà umiliato. Il pubblicano, invece pone la sua fiducia in Dio, consegnandosi alla sua misericordia. Per questo Dio lo rialzerà e lo esalterà.

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7 commenti:

  • mariateresa morry il 26/02/2012 17:29
    Ahhhh l'ottimo sant'Ivo!!! Grazie di avermelo ricordato!!
  • Fabio Mancini il 26/02/2012 17:23
    Beh! Non vedo l'ora di leggere la tua pubblicazione, so che se ti ci metti d'impegno nessuno ti eguaglia. E credo che Sant'Ivo di Bretagna sia orgoglioso di te! Un bacio dolcissimo! Fabio.
  • mariateresa morry il 26/02/2012 16:10
    Lo sai vero che ci sono stati fratelli e sorelle nella fede che si sono bisticciati alquanto, no? Scherzo... tra le varie terese penso che scriverò qualche cosa di molto modesto, non sono alla tua altezza, su Edith Stein, una testimonianza di santità moderna davvero inestimabile...
  • Fabio Mancini il 26/02/2012 15:43
    Grazie per il tuo appunto, Mariateresa. Scrivere delle inesattezze può capitare a chiunque, anche ad un professionista. Adoro la profondità e la passionalità di Santa Teresa d'Avila. Se l'avessi conosciuta, sicuramente me ne sarei innamorato, mentre invece mi sto innamorando della tua forte e ricca personalità. Un bacio gentile, sorella mia nella fede. Fabio.
  • mariateresa morry il 26/02/2012 15:35
    Caro fabio, è verosimile che la frase che tu leggesti e che poni all'inizio del tuo elaborato, non sia corretta. Il disprezzo (di sè non ha nulla acchè vedere con l'umiltà o con il rinnegare la nostra tendenza umana alla priorità. Ed infatti tu concludi su questi due termini. Quanto alla mia Santa preferita, sai bene che Teresa d'Avila dovette lottare duramente con il proprio carattere, alquanto imperativo anche verso i Grandi di Spagna. Si dice che gli venisse gli venisse offerta metà particola, durante l'eucarestia, per abituarla all'umiltà.
  • Fabio Mancini il 26/02/2012 15:02
    Grazie Giuseppe per la tua attenzione e per i tuoi rilievi. Sono d'accordo con te: parlare di disprezzo di sé è quantomeno esagerato, ma tale definizione non è mia, ma è della Chiesa che talvolta parla anche di: santo disprezzo di sé. Non c'è dubbio che dietro tali definizioni la Chiesa ha voluto mettere in evidenza il lavorio interiore e psicologico che alcune persone hanno effettuato per ridimensionare il proprio io e per mortificare il loro orgoglio. Penso che si possa affermare che la Chiesa usando certi termini abbia voluto esaltare i comportamenti di coloro che si sono liberamente umiliati. Sulla scelta del titolo ha avuto peso l'interpretazione psicologica che potevano dare i lettori riguardo al tema del disprezzo di sé, in quanto poteva essere un tema che facilmente poteva essere associato al masochismo. Per mia fortuna ho aggiunto un punto interrogativo, perché non si pensasse ad una affermazione, ma che invece risultasse come uno stimolante interrogativo. Spero (di cuore) di non cadere troppo spesso nella spettacolarizzazione, anche se devo riconoscere che la fede da sola non mi preserva dal non peccare. Buona domenica a te, Giuseppe. Fabio.
  • Giuseppe ABBAMONTE il 26/02/2012 08:23
    Salve Fabio
    Un testo davvero interesante e ben scritto. Porta avanti, con buone motivazionin e riferimenti, quelli che sembrano comportament, inviti ed esortazioni a prima vista incomprensibili, ma che trovano il fondamento nella Fede e nella dottrina.
    Un solo piccolo appunto: il titolo. Non si tratta di amore del disrezzo di se, ma ben diversamente si tratta del consegnare se stessi alla sofferenza ed a Dio.
    Anche l'umiliarsi é ben diverso dal disprezzarsi.
    E, sopratutto, non parlerei di autolesionismo quando si tratta di cercare un modo di espiare le proprie colpe (pensa al cilicio)e/o di avvicinarsi a Dio. Piuttosto parlerei di ricerca di spiritualità in forme diverse da quelle più "abituali, quelle cioé contemplative o legate alla preghiera e beneficenza verso gli altri.
    Insomma: il titolo "ad effetto" rischia un po' di "spettacolarizzare" il testo, nel quale tu invece, assai correttamente, evochi l'episodio in cui Gesù rinnegò ogni forma di spettcolarizzazione.
    Ma ripeto, sio tratta solo di un dettaglio. Il testo, nel suo complesso, mi è piaciuto e l'ho apprezzato molto.
    Buona Domenica
    Giuseppe

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