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Primo giorno d'asilo

Non era proprio il primo giorno, quanto il mio primo giorno in quell'asilo, che allora si chiamavano così, mica scuola materne. Ed ero comunque già schifato del genere: credo di aver pianto ogni volta che mia madre, sul sellino attaccato al manubrio della sua bicicletta, mi ci accompagnava.

Nonostante l'età, meno di tre anni o giù di lì, ricordo benissimo che cominciavo a piangere già quando vedevo anche solo la strada che mi ci portava. E urlavo come un'aquila perché non ci volevo proprio andare! Volevo disperatamente che lei prendesse almeno tempo. Allora lei, che lo sapeva, arrivata davanti all'asilo, tirava dritto e mi portava con sé dal fruttivendolo e dal panettiere.

Passavo allora momenti veramente felici di cui ancora serbo, grato, il ricordo e un'evidente predilezione per questi due tipi di negozi, che mi spiace proprio stiano oggi ormai scomparendo in favore di grandi megastore alimentari che non sono proprio la stessa cosa.

Poi però lei tornava verso l'asilo ed io ricominciavo a piangere ma con meno lena, come un condannato che sappia ormai che ogni resistenza è inutile e si rassegni. Arrivati, entravamo e lei mi salutava. E io mi divertivo.

Poi, un giorno, cambiammo zona ed anche asilo, ma ormai ero già un po' grande e non piangevo più. Però ricordo benissimo quel giorno per un altro motivo.

Quando mia madre mi lasciò alla suora, questa mi accompagnò in una sala che mi parve allora grandissima, piena zeppa di bambini che urlavano, giocavano e litigavano, come tutti i bambini del mondo. E li mi lasciò.

Io cominciai a guardarmi intorno circospetto e tuttavia curioso, e puntai verso il fondo della grande sala, dove, tra la selva di gambe, braccia e teste in movimento, vedevo alcuni bambini che giravano con macchinine a pedali. Erano poche, due tre forse, non di più, e non mi sognavo neanche di provare a salirci sopra.

Stavo semplicemente lì, incantato a guardare come si divertissero quei bimbi che già ci stavano sopra, che ovviamente erano i più grandi e intraprendenti, i dominanti, si direbbe adesso.

Ovvio che anch'io avrei dato una gamba per salirci su, ma non mi sembrava proprio il caso, viste le grinte di quelli che già ci pedalavano sopra e di quelli in lista d'attesa. E poi era il mio primo giorno, mi bastava anche solo guardarli per essere felice a mia volta.

A un tratto mi ritrovai di fronte un bambino che mi squadrava, con aria strana. Feci finta di non averlo notato e mi girai dall'altra parte ma anche lui girò puntando dritto ancora a me e apostrofandomi con un : "Sei uno nuovo tu!" affermativo e non dubitativo. "Sì" risposi allora io, pronunciando la mia prima e ultima sillaba di quel giorno ormai remoto.

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l'autore mauri huis ha riportato queste note sull'opera

A scanso di equivoci preciso che questo racconto non è dedicato a nessuno. Ispirato magari si!


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3 commenti:

  • Angel Bruna il 25/02/2013 15:06
    bel narrare, piaciuto!
  • mauri huis il 27/02/2012 08:19
    D'accordo sulle pretese, certo è una foto di tempi andati come quelle che fai anche tu, a volte, magari più spiccia e con meno dovizia di particolari com'è nel mio stile, ma t'assicuro che il prepotentino di turno non era poi assolutamente tale, tant'è vero che dal giorno seguente ci giocai e divenne mio amico. Forse la bagarre di questi giorni ha confuso un po' le acque. Se guardi bene, il comportamento strano non è il suo, ma il mio, che in seguito poi ho un po' modificato... grazie comunque del commento clemente. Ciao!
  • mariateresa morry il 27/02/2012 08:00
    Maurizio, è in effetti un racconto che non ha grandi pretese, se non quella di descrivere come erano " gli asili" ai nostri tempi. Simpatica la scenetta di te sulla seggiolina, fissata al maubrio della bici. Ricordo anche io l'impatto con l'ambiente nuovo e i tanti bambini... Il prepotentino di turno anche allora si trovava perchè anche tra i bambini scatta la legge del branco... in fondo sono solo uomini in miniatura, no? Ciao

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