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Patagonia-terra de fuoco 2008-09-parte II

Purtroppo passo una notte quasi Insonne, sicuramente colpa del cibo non fresco che ci hanno servito al lodge„ e la mattina non mi sento in forma, infatti Elena se ne accorge e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Faccio colazione a fatica, carico bagagli, solita vestizione e preparazione della helmet camera. Praticamente in uno zainetto che porto sulle spalle c'è la telecamera con una serie di batterie per l'obiettico che mi viene fissato sul casco da Massimo, il nostro esperto di elettronica, dalla spalla sinistra mi pende un filo con un pulsante, premendolo accendo la camera, premendolo 2 volte la spengo e devo ricordarmi di pulire l'obiettivo dalla polvere frequentemente. Si parte e si continua sulla stupenda Carretera Austral che però tra poco abbandoneremo definitivamente al bivio per il passo Roballos dove troveremo l'ennesima frontiera da passare. La strada viene segnata sulle mappe come secondaria ed infatti è piena di insidie, buche, ciottolato grande e molti ponticelli sui ruscelli non mantenuti troppo bene. Ma bisogna fare un passo indietro, dopo pochi km dalla partenza Massimo fora la gomma posteriore, incredibilmente con quel tipo di strade sarà l'unica foratura del viaggio, e tutta la carovana si ferma, dopo una mezzoretta si decide di lasciare li i "tecnici" e di aspettarli al bivio. Nell'attesa io ricordo agli altri che dovendo passare la frontiera argentina sarebbe meglio fermarsi un km prima di essa per caricarci i ricambi ed i pneumatici sulle moto per non incorrere nei problemi della volta precedente. Aspetteremo quasi un'ora in un posto meraviglioso, tra le Ande con panorami bellissimi, e finalmente quando si parte siamo terribilmente in ritardo sulla tabella di marcia. Anche per questo forse si cammina un po più del dovuto memori dei ritardi dei giorni scorsi e purtroppo davanti a me dopo qualche km vedo una moto a terra ma non capisco chi è. Purtroppo è Giuseppe che credendo di stare per passare un ponticello pericoloso ha pinzato il freno davanti ed è caduto pesantemente sulla spalla destra, lo aiuto ad alzarsi ma è molto dolorante. Non può più guidare. Subito si scaricano tutti i bagagli dal furgone, cosa Ché avremmo dovuto fare comunque, e si carica la moto sul furgone, si lega tutto sulle moto e si blocca la spalla di Giuseppe alla buona. Siamo ad un km dalla frontiera, il caso a volte, ed arrivati li mentre doganiere ci timbra i visti vari mi metto un'altra bella dose di crema sul viso ormai peperonato. Ogni tanto avvio la telecamera facendomi anche cambiare i nastri che finiscono da Sergio che ne ha partatata una buona scorta. Un'altra sorpresa che non ci voleva la troviamo alla frontiera argentina dove un solo doganiere lento e puntiglicso decide di compilare lui tutte le nostre schede di passaggio, incredibile. Alcuni ne approfittano per riposarsi altri per fare delle passeggiate, io ancora non sto bene ed ho dei sensi di nausea che mi porterò fino alla notte sucessiva. Altro problema che si profila alle nostre spalle, arrivano dei nuvoloni neri carichi di pioggia che tra non molto ci sovrasterà e si alza un vento fortissimo. I primi che ricevono visto decidono di muoversi per evitare l'acqua, tra questi ci sono anch'io che devo anche proteggere la telecamera. Scollinato il passo ci si presenta davanti il niente, distese interminabili desertiche, tutto il contrario del versante cileno. Fatti pochi km inizia la rota 40, la maledicta, un rettilineo lungo centinaia di chilometri che punta verso sud con fondo ghiaioso con cordoli alti anche mezzo metro, c'è da stare con gli occhi aperti. Passiamo vicino ad un laghetto e noto uno stormo di fenicotteri che bevono, suoniamo i clacson e li facciamo alzare in volo, sono rosa e bellissimi, subito partono le foto e le riprese. Intanto io comincio ad avere problemi alla moto, sento che non va bene, emana una puzza oleosa dallo scarico e mi sale la temperatura dell'olio. Incontriamo una coppia di australiani che ci dicono che qualche km indietro 2 brasiliani hanno avuto un incidente serio e stanno aspettando i soccorsi, capiremo più tardi di avere fortunatamente capito male. Decido di partire in testa, ho la moto non a posto e ci sono da fare ancora 200km di ruta40 con un vento che ormai ha raggiunto velocità insopportabili, vento che viene da destra, dai ghiacciai delle ande. Mi fermo un paio di volte per controllare il livello dell'olio nel motore ma é a posto. All'improvviso vedo sulla destra una moto rossa ferma senza persone, non capisco e continuo come tutti gli altri, dopo una bella faticata si arriva nel paese, se così si può chiamare, di Bajo Caracoles. Ci sono delle case, non più di dieci, un hotel-bar-ristorante dove si fermano tutti i camionisti, pulman di turisti ed auto. Tra l'altro è l'unico benzinaio nel raggio di 400 km. È li che dovremo passare la notte. Siamo tutti affamati e stanchi, non mangiamo dalla mattina, apparte qualche biscotto. Tranne me che ancora risento del malessere accusato nella notte precedente. Il posto all'interno è un via vai di persone, chi di passaggio, chi lavora li. Una cosa brutta che ricordo è l'incredibile puzzo di fumo, io che non fumo, tutti fumavano anche alcuni di noi che si lasciano un po andare. Prendo la situazione in mano, porto i miei bagagli e li poggio in una camera doppia dove aspetto Giovanni che ormai conosco bene e so come si comporta, poco dopo Elena mi chiede se gentilmente potrei cedergli la stanza perchè è l'ultima doppia e loro sono una coppia, ok, mi sbrigo e riesco ad impossessarmi dell'ultima stanza disponibile, una quadrupla senza bagno con Giovanni Marcobarry e Giuseppe infortunato. La stanza confina con la

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2 commenti:

  • Bianca Moretti il 07/03/2012 12:57
    È normale che certe esperienze lascino il segno e a volte ti cambiamo addirittura la vita... È un'esperienza dell'anima e non solo del "corpo". L'incontro con altre culture ci fa apprezzare maggiormente la bellezza delle cose e ce le fa guardare con un occhio nuovo diverso. Una bella cronaca, interessante e molto personale, che fa capire quanto cose potremmo fare se non fossimo condizionati dal tempo o da mille altre giustificazioni... Dovremmo tutti almeno una volta nella vita concederci una "pausa" da noi stessi e fare quello che vorremmo fare ma che rimandiamo inevitabilmente a un domani che probabilmente potrebbe non aspettarci più... Bravo John. A rileggerti
  • augusta il 06/03/2012 13:43
    è molto scorrevole e leggero nella lettura... mi piace

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