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Il lavoro nell'età scolastica

Quando andavo ancora a scuola, ho quasi sempre anche lavorato. Perfino tra la quinta elementare e la prima media. E poi l'anno successivo.
Tutto cominciò quando scoprii, dopo gli esami di quinta elementare, che non avrei avuto compiti da fare durante tutta l'estate. Ricordo ne parlai a tavola e mio padre buttò lì una frase sibillina sul fatto che un certo mio cugino di campagna che aveva la mia stessa età, lavorava in un essiccatoio di tabacco, durante l'estate, già da qualche anno. Credo che l'avesse buttata così, tanto per vedere l'effetto, senza immaginare che io non solo l'avrei preso in parola, ma ne avrei anche fatto un punto d'onore. Invece io pensai proprio che, se lavorava mio cugino, perdio, allora avrei lavorato anch'io. Navigavamo forse nell'oro, noi? Certo che no! E allora? Allora l'unico problema rimaneva quello che noi non abitavamo in campagna. Però, se lo zio avesse accettato di ospitarmi, che problema ci sarebbe stato? Già mi ospitava quando andavo da loro in vacanza, così come facevamo noi con mio cugino, perché non avrebbe potuto ospitarmi per qualsiasi altra ragione, tra l'altro in questo caso molto più seria?
Tarmai quindi mio padre fin che, la domenica successiva (allora non avevamo ancora il telefono né l'aveva mio zio) mi accompagnò fin là. Lo zio ovviamente non fece particolari problemi né chiese nulla in cambio, come del resto avremmo fatto noi al posto suo, ma mise in chiaro che non avrebbe voluto fare brutte figure per colpa di "uno di città". E questo, in effetti, non era strano, perché allora noi eravamo i "damerini di città" così come noi loro erano i "baccanotti di campagna". Noi li guardavamo un po' dall'alto in basso e loro ci ricambiavano con una certa diffidenza e un mal dissimulato compatimento. Mio zio non faceva eccezione. Gli risposi allora, un po' piccato, che non si stesse a preoccupare, che quel che faceva mio cugino l'avrei fatto anch'io. E dunque, una settimana dopo, cominciai anch'io a "filare" il tabacco.
Era un lavoro perfino ridicolo, tant'era facile. Si trattava di annodare, con dello spago sottile, i piccioli delle foglie, in mazzetti di due o tre, appendendoli quindi lungo una stanghetta di legno che veniva poi appesa a sua volta in altissime strisce all'interno dell'essiccatoio.
Ci si alzava però alle sei e mezzo del mattino per essere sul posto alle sette, e si lavorava fino alla sei della sera, con una pausa di un'ora circa per il pranzo, sufficiente per andare a mangiare a casa tant'era vicina. Inoltre eravamo in tanti, forse cento o anche di più, ognuno con un proprio banchetto, e pagati a cottimo, venti lire la stanghetta.
E allora ciò che sembrava facile non lo era più, visto che ognuno correva per sé. Ed io, neanche a dirlo, feci in tutto e per tutto, la figura del cittadino incapace e scansafatiche. In realtà non lo ero, ma distratto e presuntuoso sì. E tanto anche. Tanto da aver preso sottogamba quello che d'acchito m'era sembrato un lavoro addirittura troppo semplice per le mie evidenti capacità. Solo che non avevo fatto i conti col cottimo. E la concorrenzialità che comportava.
Nonostante ce la mettessi tutta, infatti, ero quasi sempre in ritardo rispetto ai locali, magari meno fini nel parlare e nel comportarsi, ma vere e proprie macchine da guerra per ciò che riguardava il lavoro. Prima di tutto, forti della loro esperienza, mi avevano cacciato nel posto più lontano dal punto d'attracco dei carri, e poi erano molto più svelti e più svegli di me, così che mi precedevano regolarmente nelle file d'attesa per l'approvvigionamento. Quando finalmente arrivava il mio turno, spesso non c'era più niente da prendere. E d'altra parte, quando tiravo alla morte per arrivare almeno confuso nel gruppo, poi mi rifiutavano le stanghette all'appenditoio perché incomplete o mal legate, quindi era ancora peggio.

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5 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • Rocco Michele LETTINI il 25/03/2012 19:45
    È una piaga per tanti bambini rapiti dei loro giochi... e della loro stessa fanciullezza!!! Stimabile nella tematica e ne l'assetto!!!

5 commenti:

  • Vilma il 26/03/2012 21:37
    vedo che risulto anonima... ma sono Vilma
  • Anonimo il 26/03/2012 21:29
    Fare esperienza serve sempre, nel bene e nel male. Ho letto questo lungo racconto con piacere, mi hai strappato anche qualche sorriso Scrivi molto bene, ma questo te l'ho già detto
    Ciao Maurì
  • mauri huis il 26/03/2012 17:39
    Grazie a voi per il coraggio e la pazienza imostrati ell'affrontare questo mio racconto che almeno nelle intenzioni doveva essere più breve. Certo anch'io so bene che il lavoro minorile è ormai un reperto del passato, ma non penso che questo sia solo un bene, ma piuttosto, come al solito, una cosa che presenta vantaggi e svantaggi. Certo l'ideale sarebbe che fosse compreso nell'istruzione scolastica. Ma come materia vera, però, con tanto di voto finale come tutte le altre, altrimenti rischia di diventare quello che sono oggi i più o meno qualificanti stages. Grazie per l'attenzione e a rileggerci.
  • Nunzio Campanelli il 26/03/2012 15:18
    Il lavoro in età scolastica credo vada considerato un reperto del passato, giustamente contrastato ma purtroppo ancora presente in misura più ampia di quanto si creda. Diversamente, invece, andrebbe valutata la possibilità di far conoscere, agli studenti, la realtà del mondo lavorativo nella sua interezza, comprendendo quindi anche il lavoro manuale. Insegnare ai nostri ragazzi a rispettare ed apprezzare tutto ciò che viene fatto "col sudore della fronte" credo sia una tappa importante sulla via dell'integrazione sociale.
    Vedo che ti stai impegnando nella scrittura di un tuo "Amarcord" personale. Trattando di temi e di tempi a me familiari, lo apprezzo sinceramente. Grazie.
  • gina il 26/03/2012 12:34
    Simpatica storia di vita, oggi i ragazzi non hanno la possibilità di fare esperienza fino alla maggiore età; forse è un bene, forse è un male, io ricordo come formativi i primi lavoretti, insegnano il senso di responsabilità e la soddisfazione di aver guadagnato qualcosa con le proprie mani.

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