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Tre, come la follia

Il vento soffiava, impetuoso, indomabile. Ma il Signor Carol aveva deciso, e non avrebbe cambiato idea. In realtà la sua non fu una vera e propria decisione. Un'avventatezza, tutto qui. Un giorno aveva deciso che le cose intorno a lui non andavano: il suo letto troppo scomodo, la luce del sole abbagliante, il buio insopportabile. Insomma, non tollerava più nulla. Più nessuno. Ma quella mattina, nonostante il vento, il gelido vento di un novembre inoltrato, il Signor Carol decise di recarsi da Mario, il siciliano. Quello che aveva salutato una vita intera. Che gli aveva venduto frutta per anni, tanti, troppi anni. Quella mattina, entrando con la solita garbatezza che lo connotava, il Signor Carol uccise il suo fruttivendolo di fiducia. Lo uccise sparandogli un colpo. Al cuore. Chiuse le saracinesche e uscì, timoroso ma fiero. Aveva fatto un buon lavoro, neanche una goccia di sangue sul suo vestito. Il Signor Carol quella mattina si era vestito di tutto punto, ben rasato e aveva indossato il suo cappotto nuovo. Salutò la signora che vendeva le rose e odiò il sole che si intravvedeva fra le nuvole. Decise di concedersi un caffè. Dopotutto credeva di meritarlo. Avrebbe atteso fino a che l'ultimo cliente fosse andato via, incurante degli occhi indiscreti che lo fissavano mentre rimirava la sua tazzina vuota da ore. Quella mattina il Signor Carol uccise Andrè, il giovane cameriere che studiava economia. Lo uccise senza staccargli gli occhi di dosso. Un colpo, al cuore. Era tardi, forse ora di pranzo e il vento soffiava senza tregua, poche persone per strada. Si sentiva al sicuro. Gli sembrò strano, anche stavolta nessuna goccia di sangue sul suo vestito nuovo. Era speranzoso, il volto disteso. Voleva eliminarli tutti, uno ad uno. E si esercitava con i piccoli bersagli quotidiani. Aveva deciso così, e così avrebbe continuato. Era il 1954 e il Signor Carol aveva appena compiuto cinquantotto anni. L'aria tagliava la pelle. Una lama affilata e spietata. Decise di proseguire il suo cammino. Il terzo cuore lo giocò a sorte: vinse Ramon, il suo migliore amico e allora lo scartò. Optò dunque per Vincent, il suo vicino di casa. Il Signor Carol prese la sua pistola, carica di un ultimo colpo. Ne aveva inseriti tre: come le volte che si era sentito morto. Come le volte che la vita gli aveva giocato un brutto scherzo. Come i debiti che quella vita aveva con lui. Uccise Vincent con l'innocenza che i bambini usano nel dire una brutta parola. Se ne vergognò quasi. Ma doveva farlo, era necessario. Tre come le volte che avrebbe voluto sparire. Tre, come una famiglia distrutta dalla guerra. Tre come gli anni passati a raccogliere pietre. Tre come i compagni che avrebbe voluto salvare. Tre come i secondi che impiega la follia ad invadere la tua mente. Il Signor Carol tornò rapidamente a casa. Il sole aveva deciso di nascondersi. Di non essere testimone del suo ultimo scempio. Dopo aver appeso il suo cappotto nuovo e riposto l'abito immacolato, indossò la sua divisa. Quella color cenere. Era la sua preferita. Con quella divisa aveva conosciuto Elène, anche lei morta qualche anno prima. Una brutta febbre se l'era portata via. E con lei gli ultimi anni felici del Signor Carol. Prese una fune, quella che usava per legare la sua barca e, con un lavoro meticoloso e preciso, ne fece un'arma. Ma la ripose. Il Signor Carol quella mattina del 28 novembre 1954 si uccise, non riuscendo più ad amare il mondo. Aveva provato ad eliminare quel mondo senza gloria: tre colpi, perfetti. Crudeli. Ma non ce l'aveva fatta. Con il quarto uccise il suo corpo e insieme il suo cuore, ormai lontano, perso fra le braccia della follia. Il vento caldo che ti avvolge e non perdona. Quella mattina egli non sentì il freddo spietato che lo circondava. Il Signor Carol morì nel calore dell'assurda innocenza di uomo. Lo trovarono disteso sul letto, con una rosa nel taschino, ultimo gesto di un'innata eleganza.

 

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1 commenti:

  • luigi castiello il 06/04/2012 14:44
    un po' triste ma bella, bella veramente, bravo

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