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Improvvisamente.. tu!

Mi sei apparsa accanto, d’improvviso.
Quasi eterea la tua figura. Impalpabile l’ombra che ti precedeva appena. Un’ ombra tratteggiata a stento da un sole ancora fresco e pallido, d’inizio mattina. Ombra inattesa come d’incanto. E poi quel tuo respiro: un soffio, affannato, di fiato reso denso quel che basta dalla fredda e grigia aria di città. Una presenza aliena che si materializzò di colpo a pochi attimi dal mio soprabito, senza nemmeno darti il tempo di immaginare il perché, di pensare a dov’eri, tu, un attimo prima o la sera precedente. Senza il tempo di formulare una risposta sensata al perché tutto ciò proprio adesso.

E poi la tua mano: imprevedibile, intrepida, leggera, a sfiorare il mio fianco. Ma chi sei?

Non seppi darmi pace e nemmeno perdono per aver mancato di leggere l’oroscopo di quella dissennata giornata. Forse vi avrei letto, tra le sue righe d’oracolo, la novità che ti cambia la vita, che la stravolge e di colpo ti ritrovi naufrago…nel mare della felicità.

A pensarci bene l’altra sera, non appena spalancai la finestra dell’ufficio (certo che è davvero un inverno bizzarro, questo. E canaglia, per giunta! Dai e ridai alla fine mi decido a sputtanare lo stipendio per acquistare il cappotto che ho sempre sognato e ancora 'sto minchia d'inverno deve ancora concedermi l’occasione per indossarlo!) dicevo che non appena spalancai la finestra dell’ufficio un grosso moscone entrò in picchiata dentro la stanza come se avesse atteso da sempre quel mio gesto.
Lo vedi che ho ragione a dire che è un inverno canaglia ed infingardo? Non ammazza nemmeno i mosconi! Ma non è questo che volevo dire. Il punto è che mia mamma (e come lei anche mia nonna e chissà chi altri ancora nella linea di parentela a ritroso nei secoli) dice sempre che un moscone porta novità. Più belle che brutte, a voler fare essere fiscali. E io quella mattina mi sentivo fiscale come non mai!

Grandissimo Barbanera! Chiunque tu sia! Finalmente ce l’hai fatta a liberare dalla gabbia il mio moscone! Ma che cavolo stavi aspettando? Comunque, meglio tardi che mai. Avreste dovuto vedere con che impeto ed entusiasmo quel moscone volteggiava tra le rotte aeree del mio ufficio. Sono sicuro che se io fossi in grado di intendere l’alfabeto ronzante dei mosconi, lo avrei sentito cantare il nome di lei.

Lei, che si fece sempre più vicina. Piccoli gesti timidi di un’armonia senza tempo che non conosce declino ma si abbevera ogni notte alla fonte dell’eterna giovinezza.

Un lieve sfiorarsi, un tocco invisibile che era già overture di ciò che a breve sarebbe accaduto tra di noi.

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2 commenti:

  • Nella Bernardi il 26/01/2007 21:55
    molto bello questo racconto che non esce mai dalla sua ingenuità, dal suo candore quasi poesia, senza mai diventare pesante, leggero, armonico, fluttuante, sognatore che ci stupisce fino alla fine con un exploit inatteso, come un graffio a tutto il resto, sei molto bravo, ciao Nella

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