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La fine del Signor S. e della casa-stamberga

Un ciuffo di capelli nerissimi e sconvolti riaffiorò da una nuvola di fumo. Fecero poi capolino un paio di occhi scuri dal taglio sottile e un viso affilato dall'espressione ineffabile. Boccheggiò per un po', con il cilindro di tabacco che si scollava ora dalle labbra. Osservò davanti a sé il tratto di strada tra i due lampioni, le due case in muratura e le due vecchiette che si trascinavano sul marciapiedi, sporta della spesa a seguito. Le assi del palchetto della veranda cigolarono. Il ragazzo raggelò. Adocchiò la sveglia in bilico sul tavolo e vide che puntava le sedici e un quarto; sentì un moto d'impazienza. Provò a reprimerlo. Infilò il berretto e affondò nuovamente la testa in una pozza di fumo.
La casa, tanto simile a un capanno dismesso, si era inchiodata al suolo e lì se ne stava, al limite della periferia. Non gli anni, non l'eccessiva calura che smuove e rigonfia le travi, né il freddo e nemmeno la morte di tre proprietari diversi avevano fiaccato la sua devozione a quella strada. Da quattro generazioni sopravviveva a demolizioni e riassetti urbanistici, nell'indifferenza di tutti, o quasi. Il vialetto strisciava coperto di arbusti e terra smossa dal cancelletto basso e arrugginito. Le cornacchie e gli altri uccelli vi banchettavano, precipitandosi a capofitto oltre il recinto di vecchie assi, lamiere e chiodi ammaccati che cingeva la casa. Il colore dell'edificio era indecifrabile. Sulle assi di legno consumato, qua e là, il giallo predominava a larghe macchie indistinte sul rosso, sul bianco o su timide chiazze di verde. Sul retro, la casa aveva una piccola veranda che poggiava su assi tarlate e mezzo-sfondate. Un tavolo ampio, anch'esso di legno, se ne stava di sghimbescio sul pavimento a sorreggere un tappeto di libri, scarabocchi senza colori, e pagine e pagine ingiallite e semi-stracciate. Di solito, nella veranda della casa-stamberga, su quel fazzoletto di terra che adesso se ne sta lì a reggere la cenere, annerito e senza neanche più un uccello che ne picchietti i vermi, sedevano il nostro ragazzo dai capelli scuri e una ragazza. La casa, apparentemente senza più uno scopo, li accoglieva senza troppe cerimonie, nel suo andito modesto, nella maniera più naturale e familiare: insomma, come fa una casa.

Ebe, quel pomeriggio, filò alla svelta oltre il cancelletto socchiuso e inforcò il vialetto con l'affondo di un moschettiere. Appena prima di svoltare l'angolo e salire sulla veranda, tentò di misurare l'entusiasmo con respiri profondi e passi meditati. Salì i gradini, sfilò la tracolla e precipitò su una sedia con un tonfo poco chiassoso. Prese una sigaretta dal pacchetto che giaceva a bella posta sul tavolo. Il fucile, vecchio e dalla canna storta, se ne stava come al solito impalato, poggiato alle tavole di legno che sigillavano la porta scrostata. Come d'abitudine, un cilindro lercio e sfondato coronava lo schienale di una sedia e dal tavolo erano rotolati giù a decine nuove palle di carta straccia. Dalla nube di fumo di sigaretta riaffiorò il viso sottile di Cecco, senza più il berretto, gli occhi scuri che penetravano una pagina appena voltata. Si accorse di Ebe, gettò via il libro ed esordì: "In ritardo!".

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