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Fiat 128

Immobile, in piedi in fondo al vialetto, le scarpe infangate. Il vento trasportava aghi di pino che ricamavano l'aria, con vortici e picchiate leggere. All'inizio vidi solo una grossa nuvola di polvere, poi cominciai a scorgere un'auto. Si avvicinava lenta, la strada irregolare la faceva sobbalzare con forza, lo scatarrare della marmitta fece abbaiare i cani. Ancora pochi metri e lo avrei rivisto, avrei rivisto il suo sguardo, sempre uguale, uno sguardo da inquisitore. Ancora pochi metri e avrei risentito quell'odore nauseante di crema da barba alla menta. Anche l'auto era sempre la stessa, FIAT 128 verde, da quarant'anni sempre uguale. Non credo ci sia molto da dire su mio padre: è figlio del suo tempo, ed è stato un uomo che ha creduto in ideali sbagliati. Ci sono due possibili strade da prendere quando si ha un padre così: imitarlo o esorcizzarlo. Io ho scelto la seconda. Andai via di casa appena diciottenne, lui non mi venne nemmeno a cercare, perché gli avevo mancato di rispetto, si preoccupò più di quello che la gente avrebbe pensato e detto, piuttosto di chiedersi perché me ne fossi andato. I primi tempi abitai con un mio amico, Giovanni, in una casa appena fuori città. Una di quelle case che ha molti proprietari che non si mettono d'accordo sulla suddivisione e restano disabitate, e alcuni nemmeno sanno di esserlo. Abitammo lì senza acqua e luce, solo letti di fortuna e mobili costruiti con i materiali che trovavamo in giro, oltre qualcosa che era già lì. Ci restammo quattro mesi, giusto il tempo di trovare lavoro e mettere da parte qualcosa per un affitto e una sistemazione meno "abusiva".
Mentre l'auto rumorosamente si avvicinava, ogni buca mi ricordava una cinghiata, ogni cigolio mi ricordava uno schiaffo. Pensai a quella volta in cucina quando gli afferrai il braccio, che stava per colpire mia madre, lo spinsi per terra, si quel giorno me lo ricordo, fu il giorno che giurai che me ne sarei andato. Chiesi a mia madre di venire con me, ma lei volle restare, forse per dovere verso il suo giuramento nuziale. Adesso vedevo perfettamente l'auto tra la polvere, e mi chiedevo perché proprio adesso dopo trent'anni. L'ultima volta che lo vidi era stato cinque anni prima, al funerale di mia madre, lo vidi da lontano nemmeno un saluto o uno sguardo, entrai nella chiesa e vidi sua sorella guardare verso di me e subito sussurrargli qualcosa all'orecchio. C'era anche mio fratello accanto a lui, mi vide e fece un cenno con la mano; avevo visto mio fratello altre volte, ma ero sempre io a cercarlo. "Perché adesso?", "Perché ora?" - non avevo risposte. Ma ecco che l'auto si fermò, si aprì lo sportello con il suo classico cigolio, e lo vidi. Mio fratello. Restai un attimo in silenzio, mentre si avvicinava mi guardava fisso e disse che nostro padre era morto e che voleva che l'auto l'avessi io. Cinque minuti dopo arrivò qualcuno con una vespa a prenderlo. Mi salutarono ed andarono via senza sentire nemmeno una parola. Non sapevo cosa fare, non volevo piangere, ma neppure ridere. Avevo la bocca asciutta e secca come gli occhi, le mani tremavano un po' ticchettando sulla fibbia della cintura. E che ne facevo di quell'auto? Che cosa significava?
Oggi la guardo, sono passati dieci anni da quel giorno ed è ancora lì dove mio fratello l'ha lasciata. Quando la vidi arrivare quel giorno credevo che finalmente fosse venuto a cercarmi, invece l'unica cosa che aveva saputo fare era lasciarmi un'auto logora, eppure quell'auto in questi dieci anni ogni giorno mi ha ricordato di non avere mai avuto un padre. Un auto che, come lui con me quarant'anni prima, è immobile.

 

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2 commenti:

  • Simion Fabbri Joan il 26/10/2014 10:35
    Semplicemente stupendo, anche con quell'effetto suspance. Davvero complimenti, anche lo stile e meraviglioso.
  • Anonimo il 27/06/2012 16:00
    Davvero commovente la storia, Davide...
    Quella Fiat 128 deve avere un significato importante, brutto, da dimenticare assolutamente, ma pur sempre un significato. Immagini e flashbacks toccanti... Nient'altro da aggiungere.

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