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" Ciao! Come stai? Come sta la tua mamma? Tu ce l'hai una mamma vero? Salutamela tanto! La mia è morta, non c'è più, mi hanno telefonato questa sera e mi hanno detto che è morta. Però ho un cagnolino, sempre lo stesso. Lui sta bene sai? Ma la mamma no. Lei non c'è più. Però il mio cagnolino è sempre lui. Almeno mi tiene compagnia. Ma oggi mi hanno chiamato e la mamma non c'è più. Salutami la tua mamma ok? Ora vado. Ciao! Ciao ciao!"
Queste le parole che sgorgarono dalla sua bocca come vomito incessante. Un flusso di pensieri incontrollato, di associazioni di idee confuse. Era confusa e agitata ma continuava a sorridere. Quando citò la presenza del cagnolino nella sua vita, un sorriso sdentato e simpatico le si disegnò in viso ma d'improvviso, appena si ricordava del fatto accaduto, appena pronunciava la parola mamma, la felicità lasciava spazio a una disperazione evidente. Quella donna riusciva a tirarsi su il morale da sola, solo pensando al suo cane. Le bastava pronunciare una parola diversa da quella che le provocava dolore per stare meglio. Tutto ciò avveniva in una frazione di secondo a sua insaputa. Non sapeva neanche più cosa volesse dire rendersi conto di qualcosa, non possedeva più né la forza né la capacità di ragionare. Ma, inconsciamente, riusciva a difendersi dal dolore.
Era una vecchietta piccola e gracile con i capelli corti e brizzolati e gli occhioni azzurri. Occhi persi nel vuoto di una vita di ricordi, smarriti dentro chissà quale pensiero. Aveva gli occhi di una persona completamente sola al mondo. Una superstite privata della facoltà di pensare lucidamente, arresa alla sua mera esistenza senza neanche rendersene conto. Una vita paragonabile a una vecchia auto, alla quale non basta più il pieno per andare avanti.
Era un giorno come un altro per Rebekha. Un giorno d'estate. Stava rientrando a casa dopo una giornata trascorsa a oziare condita dalla noia universale. Aspettando impaziente l'ascensore che, come al solito, era bloccato in qualche piano di quell'infelice condomino abitato da gente singolare e bizzarra, Rebekha giocherellava innervosita con i suoi ricci, com'era solita fare nei momenti di tensione.
Improvvisamente, una voce alle sue spalle la colse di sorpresa e la distrasse da quel continuo e fremente attorcigliarsi di ciocche di capelli. Si voltò per smascherare la detentrice di quella vocina così infantile e stridula, pressoché fastidiosa. Ci volle un po' prima che Rebekha realizzasse con chi poteva avere l'onore di parlare questa volta, considerando che ogni giorno incontrava almeno un paio di persone inquietanti, pronte a porle innumerevoli domande sulla sua vita, su quella del vicino o dell'inquilino del piano di sotto. Purtroppo quando si nasce, si cresce e si continua a risiedere in un quartiere non troppo rinomato se non per gli incessanti scandali, per niente rispettato e al limite del malfamato, ci sono dei rischi da correre.
Rebekha era una studentessa di 25 anni, insoddisfatta della propria vita, alla ricerca perenne di se stessa e di un dannatissimo lavoro in modo da non dover più pesare sulle spalle di suo padre, uomo di notevole umiltà e altruismo.
Dopo un paio di minuti, la ragazza realizzò che lo stridente richiamo che l'aveva indotta a voltarsi, proveniva da una fanciulla un po' invecchiata, posizionata dietro una porta a vetri, in disperata attesa di qualcuno che le concedesse un minimo di attenzione, almeno un paio di minuti durante i quali lei avrebbe potuto finalmente liberarsi dalla solitudine che si estendeva sempre più in ogni singola cellula del suo corpo.

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