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Ciò che è occulto

Quell'inverno ci recammo in una villa nell'isola di Ischia, arroccata su una roccia abbastanza appartata. La dimora era proprietà dello psichiatra Valerio Murro, che la usava come luogo di villeggiatura e, come in questo caso, per trovare solitudine e poter studiare fenomeni psichici, al quale aveva dato molte risposte. Utilizzava un farmaco di sua invenzione che provocava una forma di ipnosi, in cui il paziente riusciva a individuare, non solo i traumi scacciati dalla memoria, ma le energie psichiche rimaste bloccate durante la vita (dall'educazione, dall'ambiente) e fatte riemergere.
In quel mese di gennaio arrivammo in quella casa con un paziente schizofrenico di nome Mauro. Aveva quarant' anni e l'aspetto ancora giovanile. Era riuscito con il metodo del dottor Murro a superare in parte le barriere e il terrore che lo tenevano lontano dalla altra gente. Però la guarigione totale non era avvenuta: Mauro aveva deliri, allucinazioni e l'insicurezza che lo tenevano ancora in scacco.
Prima della discesa che porta al borgo Sant'Angelo, prendemmo un breve sentiero che ci condusse alla villa, di colore bianco, nel più classico stile delle costruzioni di Ischia. Dopo essere entrati, nel salone, vidi subito appesa al muro una foto di Sigmund Freud; e ce n'erano altre: vecchi dagherrotipi raffiguranti personaggi del passato. Una scala portava al piano di sopra, dove c'erano le camere da letto. Ma la parte straordinaria della casa era un corridoio scavato nella roccia al pian terreno: una grotta che portava in una stanza dove si trovava lo studio del geniale dottor Murro. La stanza era scavata nella pietra, calda in inverno e fresca in estate. Aveva una grande finestra ad arco scolpita nella roccia di tufo; vicino c'era un grosso divano e l'arredamento antico. Il mare che si infrangeva sugli scogli sotto la villa, era particolarmente verde per via della acque termali, caratteristiche dell'isola.
I domestici sistemarono le nostre cose e noi ci recammo nel salone per cenare. Mentre mangiavo, notai tra i vari personaggi appesi sui muri, che sembravano guardarci dalle loro antiche immagini, il filosofo Arthur Schopenhauer, il pittore Arnold Bocklin e lo scrittore Edgar Allan Poe. Il dottore mi disse che erano dagherrotipi originali. L'atmosfera era magica. La stanza era illuminata da lampade sorrette da candelabri appesi ai muri. Fuori il mare era mosso nella buia serata invernale. Anche Mauro era affascinato dalla situazione e dal luogo; ogni tanto si distraeva per ascoltare le voci che gli provenivano dalla mente e lo mettevano di cattivo umore.
Dopo aver cenato e andati via i domestici decidemmo di poter cominciare con il primo esperimento. Ci recammo alla sala scavata nella roccia e facemmo accomodare Mauro sul divano. Gli fu somministrato il farmaco e il dottore accese una strana lanterna che cominciò a ruotare, finché il paziente raggiunse una sorta di dormiveglia. Ed era qui che entrava in azione il farmaco del dottor Murro: la sua azione serviva a stimolare il reale ed evidenziarlo tra le visioni che fuoriuscivano dall'inconscio.
Il dottore disse al paziente: <<L'ultima volta, a Roma, hai ricordato tua madre che ti trattava male o bene a suo piacimento; tu ti sentivi vittima e desideravi la sua comprensione...>>
Mauro rispose: <<Ricordo un mio amico di infanzia, che abitava di fronte a me, nel cortile di un palazzo e potevamo vederci dai rispettivi balconi. I genitori lo picchiavano in modo sempre più violento man mano che cresceva. Un giorno, mentre salivo le scale del portone dove abitava, per raggiungere un altro mio compagno di giochi, lo trovai davanti alla sua porta aperta, con volto rosso, segnato e rigato di lacrime, e il suo sguardo era terrificante, con gli occhi visibilmente alterati dalla sofferenza. Vidi spuntare il padre dietro di lui, lungo il corridoio, con l'aria minacciosa e sentivo la voce della madre che urlava: non capivo bene cosa dicesse, ma mi sembrava incitasse il marito a punire il figlio. Lo allarmai dicendogli di fuggire. Mi rispose sgarbatamente, con rabbia e mi invitò a farmi gli affari miei. Il padre lo afferrò per il colletto e lo prese a pugni in modo violento, chiudendo la porta sbattendola>>.

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