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Il pianto

"Chi ha da fare non ha
tempo per le lacrime"

George Gordon Byron


Ore 5. 59 del mattino, si sente una sveglia suonare, qualcosa si muove sotto le coperte di un letto a una piazza. Un uomo bianco, di mezza età, e con evidenti problemi nel mantenimento della linea, si solleva dal luogo del riposo per dirigersi verso la porta al lato del letto. Accende la luce, si scorge un viso glabro, rotondo, attraversato da un naso non proprio perfetto, da cui fanno capolino due occhietti color carbone.
L'uomo in questione è Sebastiano L., cultore del duro lavoro e fiero stakanovista, una vita passata per gli uffici postali senza prendere mai un giorno di ferie, e senza chiedere mai un aumento. "Chi chiede aumenti - soleva ripetere - crede di meritarseli per il tempo trascorso, per gli straordinari, etc., ma, appena li ottiene, si rilassa e crea uno scompenso tra quello che dà e quello che riceve".
Questo era il signor L., un uomo all'antica, un moderno crumiro, sempre contro ogni forma di associazionismo, convinto assertore del fordismo.
Quasi dimenticavo, il signor L. non piange, non versa una lacrima, mai pianto in vita sua, nemmeno una volta uscito dall'utero materno. "Non ho tempo per piangere - sosteneva - ci sono troppe cose da fare".
Finite le operazioni giornaliere, puntuale come un orologio svizzero, e col solito completo blu rigato, il signor L. afferra la ventiquattrore, posta ai piedi del letto, quasi per il ridurre il dormire a semplice riposo necessario, e si incammina verso la porta, controllando, allo specchio posto all'ingresso, che il nodo alla cravatta sia perfetto.
Non prende la macchina, si affida ai mezzi pubblici, nella solita ottica di servo fedele che ha fiducia negli organi superiori, e gli era andata sempre bene... fino a quel giorno.
Il tempo scorreva inesorabile, ma l'autobus non voleva comparire. In un primo momento il signor L. non ci aveva fatto caso, l'ingranaggio ogni tanto può incepparsi, non è mica un dramma, ma, più il tempo passava, più l'ansia lo devastava. Aveva cominciato a tremare, il colorito, già biancastro di natura, ora era simile a quello di un cadavere, copiose gocce di sudore gli solcavano la fronte. Decise di andare a piedi, non era poi così distante l'ufficio, si sollevò dalla panchina e iniziò a muoversi verso le poste.
Non era tranquillo, si vedeva, camminava barcollando, quasi in preda a un raptus isterico, cercando di farsi largo tra la folla del mattino.
I suoi occhi si muovevano, come palline da pingpong, dalla strada all'orologio, e ciò gli fece rischiare numerose volte di essere investito. Il nodo alla cravatta sembrava strozzarlo, lo allentò per non finirne intrappolato. Finalmente giunse a lavoro.

Ore 8. 05 del mattino, aveva appena timbrato il cartellino, quando cominciò a urlare. Urla strazianti, come se gli stessero conficcando una lama nella schiena - Signor L. - dissero gli altri dipendenti, accorsi dopo aver sentito quelle grida agghiaccianti - signor L., che succede? Si sente male? - ma l'uomo non rispondeva, continuava ad urlare e, d'un tratto, iniziò a piangere, prima solo qualche lacrima, poi sempre più copiosamente, finché tutto il suo volto rotondo non venne inondato da quella pioggia.

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