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Li dove tramonta il Sole

Seduto su uno scoglio dalle forme appuntite guardavo il mare stanziarsi all'orizzonte.
Ero innamorato di un'onda che birichina spuntava comunicando con bianca schiuma ritraendosi poi in un cristallizzarsi di particelle, così simili da nasconderla alla mia vista umana. Le parlavo, le raccontavo tutti i miei perché, ma ogni mio gesto era vacuo come vuoto era il mio animo lacerato da quell'infrangersi di umide lacrime che rigavano il mio segnato viso. Sempre alla stessa ora mi palesavo, rimanevo immobile a rimirare gabbiani che, impulsivamente, troppo si avvicinavano lambendo quei flutti e sognavo, sognavo di posseder un paio d'ali per librarmi appena un poco ed avvicinarmi al Sole, sperando di riscaldar la mia anima tediata dal tempo e dal soffocar di peccati celati alla vista.

Alto, ero fin troppo alto per te, giovane umano. La mia corolla di luce ti invadeva ma la distanza sembrava fin troppa, non potevi sfiorarmi e il tuo dolore non riusciva ad evaporar dalle membra stanca. Ma i tuoi pensieri arrivavano fin qui, trasportati dal vento e dalle onde del mare, li sentivo forti e chiari nella mia mente che soave li archiviava in fondo al cuore.
Bruciavo di rabbia, con i raggi che attraversavano la pelle madida di lacrime mai nate del tuo corpo e silenziosi ti abbracciavano. E la rabbia mi devastava, ogni particella del mio essere ne era pervasa e di essa ribolliva, perché non potevo donarti le ali che a me ti avrebbero condotto.

Presi carta e penna ed iniziai a disegnare, scegli colori impopolari lasciandomi guidare dall'amarezza che nascosta nelle mie membra rendeva la situazione surreale. Io, un piccolo uomo di fronte ad un'immensa distesa che pur mi parlava in quell'infrangersi contro scogli ormai erosi dal tempo. Potevo sentir le loro urla, ferita dopo ferita, roccia che si sgretolava tra le mie mani, cercavo di mettere una pezza, colmare quel disagio dimenticandomi di me stesso. Le mie mani si ferirono, iniziarono a sanguinare, graffiai la pelle in impercettibili piaghe che lambivano il contorno e ti sentivo, ti sentivo bruciar di rabbia, impotente ti guardavo lasciando che il tuo grido mi solleticasse l'anima.

E ti osservavo disegnare con grafite e sangue che si congiungevano in una macabra danza suonata dalle onde sul quel foglio bianco.
I disegni prendevano parte di un qualcosa di più grande di te, mentre io continuo a brillare e cacciavo con astio le nuvole che mi coprivano la tua visuale. Ti vedevo lontano, seduto su quella nuda roccia gridavi in silenzio la tua misantropia e l'aspirazione di un volo che andasse aldilà di ogni umana comprensione. Ma la nostra lotta era destinata a non esser udita, e i gabbiani iniziarono a volare in cerchio attorno al tuo corpo che si spingeva sempre più in là, ormai al confine del non ritorno.
Le distanze si allungavano e io iniziavo ad abbassarmi, vedevo le acqua iniziare a lambire i miei contorni pudridi e indifendibili se non da te e dalla tua mente che riusciva a spaziare oltre fisica legge.

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