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Sere del sud. :la signorina Clorinda e gli altri. (1)

Le finestre erano illuminate, le imposte spalancate per far entrare un po’ d’aria nella calda serata estiva. In quel rione di periferia, i palazzi grandi e massicci erano stati costruiti prima della guerra e verso la fine di questa utilizzati per ospitare i soldati dell’esercito polacco. Costoro avevano lasciato scritte sui muri e segni di ruggine sui pavimenti, ricordo di barattoli di vettovaglie militari ammonticchiate. Nel quartiere, quasi tutti si conoscevano. Ogni personaggio era setacciato inesorabilmente. Si sapeva tutto di tutti!
La sera, cercando il fresco sotto i portoni sedeva il vicinato. Sedeva la signorina Clorinda con i seni pieni ormai avvizziti e in evidenza per. la prodiga scollatura. E parlava., parlava. Al paese si diceva che non si era sposata proprio per il vizio della lingua sciolta.
Sedevano anche la “tabaccaia”e la “muratora”, soprannominate così per il lavoro dei mariti, che ne sapevano sempre una più del diavolo. Poi c’era la mamma di Luisa con la figlia grande e la vedova dell’ avvocato col cagnolino, un barboncino bianco. Chi non scendeva mai era la madre del ragioniere, che non si alzava quasi mai dalla sua poltrona di dolore, come lei soleva chiamarla. Altri pur non scendendo la sera, erano sui balconi a cenare e godere del fresco.
Nel viottolo, al centro dei due palazzi più grandi, c’era l’insegna del negozio di Sali e Tabacchi e la Salumeria. Il tabaccaio vendeva a peso il sale grosso che era conservato in una grossa buca in pietra. C’era solo di quel tipo perché il raffinato lo si otteneva poi in casa o con un pestello di legno o facendoci rotolare su, a più riprese, una bottiglia finché diventava più sottile. Pure le sigarette erano vendute in prevalenza sfuse e senza filtro. Di solito il contadino o l’artigiano ne compravano due. Una la fumavano subito e l’altra la poggiavano sull’orecchio per godersela nei momenti di sosta dal lavoro. Anche la Salumeria vendeva quasi tutto non confezionato. La pasta dopo averla pesata la si consegnava avvolta in una carta blu. In talune circostanze Emanuele, il salumiere, accettava al posto dei soldi, per la vendita della pasta o del pane, la farina che gli veniva portata prevalentemente dalle contadine che salivano dai Sassi, attraverso larghe rampe di ciottolato bianco, nella via principale del quartiere.
L’ultimo palazzo della strada, prima che iniziasse la campagna, aveva un portone buio ed era il luogo più misterioso almeno per i bambini. Quelli che ci abitavano erano quasi tutti arrivati da poco. Tra loro una madre e figlia che pareva fossero venete e sulla cui moralità si mormorava qualcosa sottovoce. In realtà la più giovane era una ragazza madre cosa “grave” in una società ipocrita e perbenista di fine anni 50! Le due donne uscivano e rientravano sempre frettolosamente percorrendo la strada a testa bassa, senza salutare nessuno.
Spesso in quelle calde sere i ragazzi giocavano spruzzandosi acqua dalla fontanina e le bambine si intrattenevano con passatempi più tranquilli quali la campanella o la settimana. Ambedue i giochi si facevano lanciando su dei numeri disegnati per terra una pietra, una buccia di arancia o una scatola di cromatina piena di sabbia. Colei che percorreva per prima tutto il tragitto senza sbagliare vinceva. Malgrado l’illuminazione non fosse molto forte, nella parte posteriore ai palazzi, nei terreni incolti, vi erano gruppi di ragazzi che scavavano con le mani nell’argilla per preparare un percorso di gioco chiamato “Giro di Italia”. Bastava avere una biglia di vetro colorato da tirare a turno e anche in quel caso, terminando il percorso per primi, si era vincitori.

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3 commenti:

  • Antonello Gualano il 07/03/2007 11:45
    racconto poetico ed emozionante. Narri di un'Italia che purtroppo non c'è più, ma attraverso le tue parole, è bello immaginarla!
  • MD L. il 03/03/2007 12:16
    Il paragone mi lusinga, ti ringrazio per la tua benevolenza. Un caro saluto.
  • Duccio Monfardini il 02/03/2007 14:30
    Non ho vissuto gli anni di cui parli ma leggendo il tuo pezzo mi è sembrato di avere davanti agli occhi una fotografia in b/n. Di Cartier Bresson o di Berengo Gardin. Una di quelle foto che parlano di vita. Complimenti. Ciao, Duccio.

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