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Lettera ad un amico infelice

Caro Paolo,
come penso avrai saputo dalla mia valchiria salterina, non sono più in Italia da qualche giorno. A dire il vero, forse riuscirò a concretizzare almeno per un periodo indeterminabile uno dei miei sogni: una casetta in mezzo al nulla con una targhetta recante scritta "Mr. Nessuno".
Preferisco non dirti dove mi trovo esattamente, e non per fare il misterioso, ma semplicemente perché non è pertinente a quello che voglio scriverti.
Mi hai sempre detto che se io avessi fatto quella scelta personale, oggi sarei stato meglio sotto tutti i punti di vista. Sappi che la congiunzione SE ha cambiato la percezione della mia vita. Negli ultimi anni la mia esistenza si è basata sui SE proprio come la vita dei precari "generazione 1000 euro (quando va bene)".
SE avessi fatto, SE tua cugina, SE non ti comportassi così, SE ti volessi più bene... Queste supposizioni, come forse altre frasette. sono divenute una sorta di mantra negativo per un certo periodo. Questo fino a che non ho cambiato qualcosa in me.
Sono stato così concentrato nel fare il bravo bambino ed accontentare tutti da dimenticare cose importanti, come la parola FELICITÀ, divenendo di fatto infelice. Dunque questa lettera è scritta per parlarti non della mia, ma della tua personalissima, fottuta INFELICITÀ cronica.
Da anni i medici diagnosticano depressione e allergie a ogni sussulto dell'umore o cattiva digestione, aumentando in maniera esponenziale le entrate dei colossi farmaceutici. La mia banca è differente, ed è per questo che ti voglio raccontare di un buon uomo che per oltre 40 anni si è spaccato la schiena in cantiere.
Il buon Adelmo (muratore classe '39, terza elementare e mani-tenaglia), si alzava da oramai quarant'anni alle 5 del mattino facendo colazione con focaccia ligure e vino bianco fuori frigo. Aveva una moglie caustica, una figlia estremamente problematica (eroina), problemi a non finire (debiti di gioco ereditati dal padre) ma lui imperterrito si alzava alle 5, e Dio solo sa quanto era capace e professionale. Tuttavia, anche il buon Adelmo qualche volta sclerava, e nei mesi in cui l'ho aiutato in cantiere, ho assistito a tre terapie D'URTO che constavano di un rituale preciso e, oserei dire, infallibile.
Fase uno: esclamare a gran voce senza stacco, "Misonorottoilcazzo".
Fase due: prendere il martelletto e lanciarlo verso la struttura più delicata e facilmente danneggiabile (che infatti andava in pezzi ogni singola volta).
Fase tre: esibirsi in bestemmie creative per almeno trenta secondi. Scene degne de L'esorcista.
Passavano cinque minuti di terrore nel cantiere e Adelmo tornava a essere l'agnello taciturno che era, dispensando di tanto in tanto saggi consigli come muoviti che c'ho fame. La vita gli tornava a sorridere alle 12:15, quando cominciava il secondo round con focaccia e vino bianco (fresco questa volta).
Io pensavo che quel poveretto avesse diritto a regalarci qualche minuto di terrore psicologico vista la sua situazione merdosa.
Una volta Adelmo venne da me, che ero il più giovane, e mi disse una cosa che volevo condividere con te, consapevole del fatto che non sarà un pirla come me a cambiarti la vita. Ma ti voglio bene e me lo devi concedere.
Mi mise una mano sulla spalla come farebbe un papà affettuoso, e quasi con tono da bimbo che svela un segreto a un amichetto, mi bisbigliò: "Sai, Andriu, io in realtà m'incazzo per finta, così i ragazzi lavorano di più. Non ho mica bisogno di arrabbiarmi davvero: sono felice, adoro mia figlia Sabina, che è una ragazza davvero dolcissima; è lei che mi fa andare avanti. E Matilde, poi? Una moglie che in trentacinque anni di matrimonio non mi ha mai fatto mancare nulla? Andiamo a mangiare, dai".

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