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Fa male due volte

Il treno filava bello veloce, quel giorno. Nessun ritardo, per fortuna, e Mattia anche per questo era stranamente contento. Sarebbe arrivato a casa in tempo, per una volta, e avrebbe potuto abbracciare finalmente i suoi genitori, che ormai non vedeva da sei mesi. Mattia fece un sorriso pensando alla faccia che avrebbero fatto i suoi vedendolo. Sicuramente non lo avrebbero riconosciuto. Si era fatto crescere una lunga e ispida barba, che lo invecchiava almeno di cinque o sei anni; e ne aveva solo ventidue. La barba però non era l'unica cosa che in quei mesi era cambiata; era mutato anche il suo approccio alla vita, ed egli era più solare, più vivo rispetto a prima. Era scappato di casa per quel motivo, e ora era pronto a rimediare al suo errore. Nel periodo in cui si trovava a vagabondare di città in città, sfruttando il suo simpatico pollicione per farsi dare uno strappo in macchina da un qualsiasi sconosciuto, da stupido e incapace bamboccione era diventato un uomo, e non solo per la barba forte e nera che gli era cresciuta. Aveva capito che le cose bisogna guadagnarsele da soli, e che mamma e papà erano un aiuto di cui poteva fare volentieri a meno. Tuttavia sentiva la loro mancanza ogni giorno di più, e la nostalgia cresceva forte nel suo cuore, specialmente dopo che, mentre attraversava a nuoto un fiume, aveva perso l'unica fotografia che lo ritraeva felice con i suoi. Mentre pensava a tutto ciò, Mattia scriveva come un ossesso. Poesie, poesie e ancora poesie. Un giorno qualcuno sarebbe stato disposto a pubblicarle, pensava sempre. Le raccoglieva gelosamente in un piccolo bloc notes ingiallito e macchiato di inchiostro nero, che però non nascondeva le parole. Aprendolo per caso, Mattia scoppiò in lacrime. Era la poesia che aveva scritto per Michel, un suo amico francese, morto per overdose di eroina due settimane prima.

Sfiorando la morte che insegue
Solcano dune infuocate
I beduini

Strappati alla vita al tramonto

Lasciavano il campo al mattino
Signori eterni
Del nulla

Era un bel tipo, quel Michel. Sempre col sorriso stampato in faccia, sempre pronto ad aiutarlo, anche quando, in quel freddo giorno di novembre, aveva visto Mattia, che al tempo era uno sbarbatello smarrito, tremare dal freddo. Gli aveva offerto un posto dove stare, e insieme avevano passato, in quel piccolo attico nella periferia parigina, sei mesi fantastici. Michel, come del resto anche Mattia, amava scrivere, e divorava un libro dopo l'altro. La sera, davanti alla finestra, erano soliti recitare ad alta voce poesie di Rimbaud, Blake e Jim Morrison, aiutati dalla debole luce di una lampada e da una buona bottiglia di vino rosso. Facendo scivolare un'altra lacrima sulle gote, Mattia vide il suo pianto infrangersi contro i folti peli della sua barba, e pensò ancora a Michel, morto con un laccio ben stretto al braccio, la schiena inerte appoggiata al muro della solitudine. Intanto, però, il treno annunciava la sua fermata, e Mattia dovette scendere. Si mise l'enorme zaino da campeggio sulle spalle e scese. La stazione era vuota, e le uniche presenze umane erano due uomini sulla quarantina, intenti ad incollare epigrafi su grosse bacheche in ferro. Ad un certo punto gettarono il rullo a terra e Mattia sentì uno di loro chiedere all'altro di prendere un caffè. L'altro, alto e robusto, annuì con la testa, e insieme si incamminarono verso il bar della stazione. Appena si spostarono, resero possibile a Mattia la vista della bacheca. Mattia, serrando gli occhi, cercò di leggere meglio. Ad un certo punto, però, si bloccò. Non voleva crederci. Su una delle epigrafi era scritto il nome del suo migliore amico, Adriano, e decise di farla finita. Gettando a terra lo zaino, e urlando contro i due operai, quasi volesse dei testimoni, si strappò la maglietta e si sedette sui binari. Tirando fuori il bloc notes dalla tasca, lo aprì, e lesse ancora la poesia che aveva dedicato a Michel. Poi si spogliò del tutto, e alzando il dito contro il cielo accolse a braccia aperte il treno, che lo falciò in un istante. Gli operai non vollero vedere, e si coprirono il volto con le mani. Due giorni dopo la polizia trovò il bloc notes di Mattia, ancora aperto. La poesia era leggibile, tranne per i primi versi, macchiati di sangue.

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  • Rocco Michele LETTINI il 25/02/2013 23:00
    UN AMALGAMA MIRABILMENTE COSTRUTTO... RACCONTO E POESIA IN UNA PIACEVOLE SEQUELA... SEI UNICO JIM... I MIEI AUGURI...

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