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Cara amica

Cara G.,
è passato un po' di tempo, ormai, da quando la nostra amicizia è finita alla deriva. Avrei voluto e avrei potuto impedirlo, ma non l'ho fatto ed ora ne pago le conseguenze. Non mi scuserò. Non perchè non sia in torto, beninteso; è che ti conosco, e so che probabilmente mi perdoneresti ed io non merito il tuo perdono. Tu, però, meriti quella spiegazione che non hai mai avuto e dunque eccoci qua.
Sono stati, sono, anni molto difficili. Ho sofferto molto a livello personale e familiare. Ho perso molto più di quanto abbia dato a vedere. Sono invecchiato, ma non sono cresciuto. Ho fatto molti errori, uno dietro l'altro, scatenando un involontario effetto dominio ai limiti del surreale che ha lentamente corroso le fondamenta della mia vita. A scanso di equivoci: non mi piace la persona che sono diventato. Tanto tempo fa, una donna -in uno dei pochi attimi di lucidità che di lei ricordi, credo mossa da sincera compassione- mi implorò di starle alla larga, perchè tutto ciò che toccava "diventava merda" ed io non meritavo un trattamento simile. Non la ascoltai, e fra i tanti effetti collaterali di quella scelta credo di averne ereditato il poco invidiabile superpotere.
Sono una strana, buffa creatura in balia di rimorso e paura. Il prodotto delle mie insicurezze. Facile, per uno così, mandare tutto a puttane. Basta una scintilla e subito divampa l'incendio. Quella scintilla ha un nome ed un cognome e noi sappiamo quale. Vedi, la portata gravosa di un evento si determina sempre in relazione al momento in cui esso si verifica. E, nel nostro caso, il momento non poteva essere più sbagliato. Sì, ne ho risentito molto. Più di quanto sarebbe stato lecito supporre, più di quanto effettivamente meritasse. Mi ha mandato in pezzi. Conosci i precedenti. Sono passato dal sentirmi inadeguato, disadattato, finanche maledetto al convincermi (a torto o ragione) di essere solo un inguaribile fallito. E quando rabbia e risentimento si miscelano ad insicurezza, ciò che ne risulta è fuori da ogni controllo di ragione.
Ti chiederai quale sia la tua colpa in tutto questo.
La tua colpa è aver scatenato - in assoluta buona fede - la famosa scintilla, alimentandola poi con imprudente maldestria. A fiamme domate, la tua colpa è stata andartene a braccetto con chi mi ha buttato nel fuoco anzichè, almeno in mia presenza, prenderne formalmente le distanze. Mai ti avrei chiesto (figurati imposto) una scelta di campo, sia chiaro, solo il tatto che si deve nei riguardi di un moribondo in preda ai propri deliri.
So che non c'è stata malizia: non solo non ne sei capace, ma il tuo affetto per me era tale che non avresti mai potuto. Sei una buona ragazza, con un cuore d'oro. E forse proprio la tua genuinità ti ha impedito di fare quel passo che, se te lo avessi chiesto, probabilmente avresti persino fatto. Avrei dovuto chiedertelo? Mi sembrava talmente stupido ed imbarazzante... e poi, siamo onesti, il mio orgoglio non me lo avrebbe mai permesso.
Così ogni volta che ti incontravo, ogni volta che ti sentivo, era come rivivere il film del mio fallimento: una pressione che non potevo reggere, certo non allora e forse neppure ora.
Decisi di allontanarti.
Repentinamente, improvvisamente, perentoriamente. Soprattutto, silenziosamente.
Inzialmente un semplice distacco, poi un'egoistica acredine montata sull'omissione di comportamenti che da subito, razionalmente, sapevo non avrei mai potuto pretendere. Fino a coniare la massima "qualcuno deve pur pagare", che solo i fumi della rabbia facevano sembrare giusta, addirittura salvifica.

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