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Cinque minuti

-Dicono che una sigaretta non duri più di cinque minuti- pensò mentre accendeva quella che aveva in bocca, riparandosi con una mano dal vento, senza troppa facilità. -cinque minuti assolutamente ben spesi- concluse il suo pensiero. Aspirò. Un tiro profondo, intenso. Chiuse gli occhi cercando di gustare al meglio il sapore del tabacco, ma niente: da troppo tempo ormai non sentiva più alcun sapore. Si sporse dal cornicione per guardare in basso ma si ritrasse in fretta, le grandi altezze gli avevano sempre dato il capogiro.
Il vento gelido muoveva i suoi pochi capelli, ormai ingrigiti, ma non sentiva freddo. O meglio, forse lo sentiva, ma non gli dava peso. Da lassù il traffico e i rumori della città sembravano così lontani, così distaccati, così poco reali. Si tolse l'orologio e lo lasciò cadere di fianco a se: non fece rumore, o perlomeno non gli diede importanza. Si allentò la cravatta, iniziava ad infastidirlo, dopotutto il suo turno in ufficio era finito ormai da svariati minuti; ufficio che si trovava pochi piani sotto di lui. Si sedette poco dietro il cornicione per non rischiare che lo sguardo gli finisse sulla strada, non lo avrebbe sopportato.
Un altro tiro profondo, ma lo sorprese un colpo di tosse, decisamente violento. In quel luogo ormai si sentiva tranquillo, a suo agio: non pensava più allo stress procuratogli da amici, lavoro e famiglia; persino l'idea, che gli albergava nei pensieri, da diverso tempo, che la sua donna lo tradisse, era uscita dalla sua mente. Era circondato soltanto dalla quiete di un mercoledì sera di inizio estate, quiete che era riuscito a trovare soltanto sulla cima di quel grattacielo. Si sdraiò, con le mani sotto la nuca. Il contatto delle sue braccia scoperte con il cemento gli causò un brivido di freddo lungo la schiena, sensazione che si rilevò piuttosto gradevole. Sopra di se vedeva, oramai, soltanto il cielo, nemmeno una nuvola era rimasta, il sole era già lontano e se ne andava verso l'orizzonte.
Aspirò di nuovo, trattenne il fumo il più possibile e, sbuffandolo, cercò inutilmente di emettere un cerchio di fumo. Il vano tentativo, in un certo qual modo, lo irritò, anche se leggermente. Ma la sua espressione si manteneva in uno stato di costante indifferenza. Improvvisamente la sensazione di pace e calma si placò, e la sua mente divenne confusa, ma riuscì a capire che da un certo punto in poi non c'è più modo di tornare indietro. Quello è il punto a cui si deve arrivare. Quello è il punto a cui era arrivato.
Ancora un tiro. Più propriamente due, interrotti da un breve sospiro. Prese in mano la sigaretta e, scrollandone la cenere, sbuffò fuori il fumo. Nonostante sta volta fosse riuscito a fare un abbozzo quasi simile ad un cerchio, non se ne accorse; altri pensieri avevano infestato di nuovo la sua mente.
-Signore, lei ha il cancro ai polmoni-. Le fredde parole del suo medico risuonavano nella sua testa, più e più volte, come un fischio, sempre più forte, come qualcosa in continuo avvicinarsi. Parole pronunciate con così tanta tranquillità, parole dal peso ben più grave di quanto potesse apparire, lo riempivano di una rabbia impotente. Guardò la sigaretta che teneva in mano, o almeno ciò che ne era rimasto. La guardo con aria indifferente, aria che lasciava, però, trasparire l'odio che ormai provava nei suoi e nei propri confronti.
Chiuse di nuovo gli occhi, voleva assaporare affondo l'ultimo tiro rimasto. Ancora nulla, nessun sapore. Un'espressione pessima, delusa, si stampò sul suo volto, ormai irrimediabilmente segnato più dal fumo che dagli anni. Si alzò in piedi senza riaprire gli occhi, gettò dietro di se la cicca e fece un passo in avanti, soltanto uno, abbandonandosi serenamente al vuoto. Dopotutto trentasette piani sono un gran bel salto.

 

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